Carriera alias. De Mari: «La scuola non si intrometta!»

La parola chiave è “dismorfofobia”, ovvero, la non accettazione del proprio corpo, sul piano della sessualità e non solo. Intorno a questa sindrome che affligge molti preadolescenti e che, tuttavia, quasi sempre si supera con l’adolescenza e la maturità, si è innestata la strumentalizzazione degli LGBT+, carriera alias compresa. Pro Vita & Famiglia ha affrontato il tema con Silvana De Mari, medico e scrittore.

Dottoressa De Mari, la “carriera alias” è uno strumento imposto da dirigenti scolastici ideologizzati oppure c’è una reale richiesta da parte degli studenti, come emerge da alcuni articoli sulla realtà americana?

«Non c’è alcuna richiesta. Il vero problema è la dismorfofobia, ovvero la patologia della non accettazione del proprio corpo nella sua forma: si tratta di una situazione sempre esistita, che caratterizza soprattutto il periodo della pubertà e dell’adolescenza. Negli ultimi 50-70 anni, però, la dismorfofobia è aumentata esponenzialmente, in quanto è aumentata la pressione sociale, in virtù di aspettative inverosimili, stimolate da modelli altrettanto inverosimili che arrivano dal cinema, dalla tv, dai video musicali, ecc. Altro fattore è l’altissimo livello di litigiosità tra le coppie. Laddove una mamma dica a suo figlio: “sei uguale al tuo papà”, il bambino sarà molto fiero di assomigliargli. Se invece, con tono di voce gelido, una mamma dice: “sei tale e quale a tuo padre”, il bambino detesterà assomigliare a suo padre. I due casi estremi di dismorfofobia sono il disturbo di identità corporea e il vissuto del proprio sesso. Il disturbo dell’identità corporea consiste nel desiderare ardentemente l’amputazione di un arto ma, come dissociazione dal reale, è infinitamente meno grave dal vissuto del proprio sesso. Altro caso di dismorfofobia è l’anoressia. Mentre però una ragazzina anoressica troverà dei professionisti che cercano di evitare la sua morte per inedia, per favorire un’armonizzazione mente-corpo, chi rifiuta il proprio sesso, al contrario, si ritrova di fronte a professionisti che rischiano di condurlo a un gravissimo disequilibrio endocrinologico. Si tratta chiaramente di una politicizzazione della medicina. La stragrande maggioranza dei chirurghi e degli endocrinologi, trovano aberranti questi interventi per il cambio di sesso. Particolarmente grave è quando questi trattamenti vengono fatti in età molto giovane: nella stragrande maggioranza dei casi, la pubertà pone termine al vissuto del proprio sesso. Quando arriva la pubertà, col suo fiume di ormoni, nella stragrande maggioranza dei casi, la situazione si normalizza».

Cosa consiglierebbe, invece, per quei ragazzi che non superano questa crisi d’identità?

«In quei pochi casi in cui la situazione rimane problematica, sarebbe sufficiente una solida psicoterapia, basata da un lato sull’armonizzazione mente-corpo, dall’altro sulla ricerca e sulla risoluzione dei traumi mediante tecnica EMDR per ristabilire un equilibrio. Dinnanzi a tutto questo, tutti quanti vengono costretti a rispettare una menzogna. Che un ragazzo si senta una ragazza è falso. Il suo cervello, già dalla vita intrauterina presenta caratteristiche tipicamente maschili, vale a dire la lateralizzazione degli emisferi. Il suo cervello maschile non è in grado nemmeno di immaginare come si senta una donna. Lo stesso discorso vale per una donna che crede di sentirsi un uomo. Nelle memorie di molti ex gay, c’è il fastidio che provano molte ragazze che avrebbero voluto diventare maschi, nel trovarsi in mezzo ai maschi e nell’ascoltare discorsi che i maschi fanno tra loro quando sono soli o pensano di esserlo. Si tratta quindi di una colossale menzogna che non solo intrappola gli individui ma che ingabbia l’intera società, costretta a mentire, pena l’accusa di essere malvagia».

È d’accordo sul fatto che le carriere alias vengono introdotte con l’obiettivo principale di avviare i più giovani alla transizione di genere?

«È evidente. Sarebbe più giusto, però, definirla “quella che viene chiamata transizione di genere” e dire che si “costringe alla transizione”. In realtà, infatti, non esiste nessuna transizione. Un ragazzino che dica: “io non mi sento di essere maschio”, in realtà, è un maschio inadeguato e diventa tale anche perché i maschi sono stati riempiti di stereotipi, così come sono state riempite di stereotipi le donne. Stereotipi che vengono creati dalle stesse persone che fingono di volerli combattere. Quanto si avvia un ragazzo o una ragazza alla “transizione” all’altro sesso non solo si blocca la formazione degli organi sessuali ma anche la maturazione del cervello, delle ossa. Il suo malessere non scomparirà, anzi, si aggraverà ulteriormente e il ragazzo inizierà a spostare il suo malessere sugli altri. Malessere che, magari, insorge perché il professore l’ha trattato come se fosse un maschio, mentre lui si sente femmina o qualcosa del genere. È per questo molte di queste persone sono così tragicamente aggressive. Avevano garantito loro che, una volta compiuta la “transizione”, finalmente sarebbero stati felici. Allora è colpa degli altri che non incoraggiano abbastanza la loro “transizione”, che non prendono le loro difese sul fatto che si sentano dell’altro sesso. Qui stiamo parlando di persone che credono veramente di essere dell’altro sesso. Altre, però, fingeranno di essere dell’altro sesso per ottenere, ad esempio, visibilità in ambiti come spettacolo, moda o sport, visto che, in questo modo, molti uomini possono entrare negli spogliatoi femminili e vincere gare che, in competizioni maschili, sarebbero per loro proibitive».

Di fronte a un adolescente con problemi di disforia di genere, come dovrebbero agire, invece, la scuola e la famiglia?

«La scuola dovrebbe farsi gli affari suoi! Gli insegnanti sono individui che hanno superato un concorso per insegnare la loro materia e non devono occuparsi di altro. Le famiglie, invece, come detto, dovrebbero rivolgersi a due tipi di psicoterapie: l’armonizzazione mente-corpo e la ricerca della cura del trauma mediante tecniche EMDR. A tale riguardo, però, le racconto un fatto emblematico: qualche anno fa mi sono trovata in Ungheria a un congresso di terapeuti che si basavano su queste tecniche. Questo congresso si teneva in forma segreta, perché nei Paesi dove era già passata la legge sull’omofobia, sarebbe stato considerato reato parteciparvi. C’è quindi una censura spaventosa ai danni di tutti gli studi di psicologia per guarire la dismorfofobia nell’ambito della sfera sessuale. Il movimento LGBT+ ha quindi scatenato una vera caccia alle streghe e sta censurando ricerche scientifiche e terapie».

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