Dal pensiero magico infantile alla maturità

Chiunque sa che il quotidiano è contrassegnato da diverse vicissitudini, un continuo avvicendarsi di problemi, difficoltà, dispiaceri e gioie. Spesso siamo gioiosi per qualcosa che “ci capita”, così come siamo dispiaciuti per qualcosa che “ci capita”. Come psicologo e psicoterapeuta non posso non notare come le affermazioni più comuni ruotano intorno a queste diciture: “mi è capitato…” Ci si sofferma ad elencare il fatto. E’ naturale che un fatto o un evento si riflette sulla propria dimensione affettiva facendoci diventare a volte tristi, abbattuti o anche gioiosi. Diciamo che il fatto richiama in noi una risposta che dipende da ciò che siamo, proviamo e pensiamo della vita. Ogni buon operatore della salute mentale conosce l’importanza dell’analizzare il modo di pensare e sentire ma il più delle volte questa modalità, per quanto clinicamente giusta, può fare non prendere in considerazione, non tanto la nostra risposta, ma la nostra responsabilità nel dare risposta al fatto. Un assunto che richiama un antropologico insegnamento di Gesù «non quello che entra nella bocca contamina l’uomo; ma è quello che esce dalla bocca, che contamina l’uomo!» (Matteo 15:11).

La vita procede nel gioco di problemi che richiamo in noi reazioni. Quasi in un continuo gioco di alternanze come il giorno che segue alla notte. Ci sono persone, ad esempio, che cercano la felicità, la serenità e non la trovano e si lamentano. Ed un motivo errato in queste persone è l’idea di una vita priva di problemi, priva di difficoltà; un’idea “fantastica” appartenente ad un pensiero infantile. Così come è infantile pensare solo al “mi è capitato”. Sappiamo, dal contributo J. Piaget (psicologo svizzero, Neuchâtel 1896 – Ginevra 1980) che lo sviluppo mentale del bambino è contrassegnato dalla fase del “pensiero magico” quando crede di risolvere tutto nella fantasia. Questi ha tracciato le caratteristiche dei principali periodi o stadi dell’evoluzione del pensiero, dalla nascita all’età adulta, soffermandosi sugli studi del pensiero magico e, a tal proposito, ha suggerito che questa modalità di funzionamento dell’apparato psichico è presente nel bambino con un funzionamento di tipo primitivo che scomparirebbe poi completamente una volta raggiunti i livelli del pensiero operatorio concreto e formale, lasciando il posto alla logica ipotetico-deduttiva. Ecco che il “pensiero magico”, se è normale nel bambino non è funzionale nell’adulto, eppure molte persone, avanti negli anni, conservano quel pensiero tendente al “magico” della visione del bambino. Ed è un problema quando molti adulti mantengono questa visione, magico illusoria del mondo, di loro stessi e del rapporto con il prossimo. Persone che fanno finta di niente, persone che si sentono onnipotenti, persone che credono alla facilità della vita e alla superficialità esistenziale, persone che credono solo nei fatti esterni: «Voi pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria» (Lc 11,37).

Per un approccio maturo alla vita, la psicologia ci dice di abbondonare il pensiero magico e illusorio infantile e l’antropologia cristiana evidenzia la realtà di questo passaggio è «necessario attraversare le molte tribolazioni per entrare nel regno dei cieli» (At 14, 22). L’uomo che non vuole vivere nelle tribolazioni, nelle responsabilità dei problemi, ha come ipotesi di lettura alla vita un paradigma rappresentato da una fasulla e infantile equazione: problemi uguale ad infelicità; fatti e sfortuna. Si possono avere problemi ed essere felici, così come si possono non averli ed essere infelici. Possiamo concludere che il vivere è una vocazione (chiamata) continua nelle piccole e nelle grandi imprese, nelle gioie e nel dolore, che richiede una risposta. Ai fatti della vita seguono risposte responsabili, senza le quali, si logora silenziosamente nel corpo e nella psiche (Riccardi P., Ogni vita è una vocazione, per un ritrovato benessere Ed. Cittadella Assisi 2014).

Pasquale Riccardi | Notiziecristiane.com