Dalla fragilità giovanile alla fragilità degli adulti

Da sempre il mondo degli adulti si è arroccato il potere di insegnamento ai più giovani. E da sempre esiste quel gap di generazioni contro: «D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera» (Lc 12,49-53). Sembra, nelle parole dell’evangelista Luca, ripetersi quel gap generazionale di generazioni contro. La storia si ripete o è sempre la stessa? Sta di fatto che ancora assistiamo a generazioni di adolescenti e giovani ribelli allo stesso momento fragili, e criticate da adulti. Ma è possibile che proprio questa ribellione e fragilità non sia il grido di richiamo per adulti assenti? Assistiamo ad adulti che non sanno accettare i loro fallimenti, ad adulti narcisi che si postano sul social per il gusto di apparire e sedurre. Ad istituzioni familiari in crisi di valori e stabilità. È probabile che noi adulti siamo i primi a non accettare le fragilità e i fallimenti?

Per cui mi chiedo come fa un adulto a spiegare, insegnare, educare un figlio, un adolescente ad andare più in là di dove è andato lui stesso? “A che ti giova insegnare agli altri, se intanto tu per primo non ascolti te stesso?” dice il poeta Francesco Petrarca.

E se le proprie frustrazioni e disagi sono lo scotto che devono pagare le nuove generazioni? Non posso non essere d’accordo con il principio biblico delle colpe dei padri che non debbano ricadere sui figli (Deuteronomio 24,16 e Ezechiele 18,20).

Assistiamo a fenomeni di baby gang, di bullismo e cyberbullismo, di giovani trapper che cantano di violenza e trasgressione. Ma cosa si nasconde dietro la violenza?

Personalmente leggo nella fragilità dei giovani la fragilità adulta che trova fatica a rispondere ai bisogni di coerenza e sicurezza di cui ha necessità il giovane in evoluzione. Che esiste una fragilità nei più giovani è un dato di fatto e in crescente fenomeno. Lo si nota dalle dipendenze dai social e dalle connessioni sempre più in aumento, lo testimoniano gli aumenti di comportamenti autolesivi, da sballo. Lo dicono le statistiche di adolescenti che tentano il suicidio configurandosi, questi, come seconda causa di morte fra i giovani.

Quale l’intervento possibile? Credo ad adulti, che recuperando la propria maturità psicologica e spirituale, possano e sappiano dialogare, nonché essere da modelli ai principi di rispetto, tolleranza e fragilità. Solo così si può spiegare al giovane che se finisce un amore non è la fine del mondo, resta pur sempre, il rispetto di sé, del proprio valore di persona unica e irripetibile. Se l’economia domestica scarseggia, per motivi vari, non contingenti a situazioni personali, rimane pur sempre viva la propria dignità. Se non si è in accordo di idee ed opinioni vi è pur sempre la capacità di dialogo; e che un vincente non è chi prevarica o chi ha potere ma chi sa vivere e si accontenta di quello che ha. Solo mostrando di essere modello coerente possiamo mostrare maturità di affrontare qualsiasi fragilità. Questo l’antidoto.

Pasquale Riccardi

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