Disabilità nella chiesa: integrazione o inclusione?

Queste due parole che ad orecchi inesperti possono sembrare sinonimi hanno in realtà un significato molto diverso tra loro e quasi antitetico per certi aspetti.

 

Una spiegazione esaustiva e dettagliata ce la da Martina Zardini, Presidente della Joni e Friends Italia, durante una intervista ad Apostolica Magazine(apostolica_06_2020_ok.pdf (chiesapostolica.it)) sulla condizione del disabile nella società attuale e nella chiesa: “Se integrazione significa immettere in un tessuto sociale una persona rispettando le sue peculiarità, inclusione significa includerlo fino al punto di renderlo parte di quel tessuto sociale”. Mentre l’integrazione caratterizza il disabile per la sua disabilità, l’inclusione si riferisce al disabile per quello che è, per la  persona con sentimenti, emozioni e idee al di là della sua condizione.

 

Martina, costretta su una sedia a rotelle da molti anni in seguito a un incidente, è laureata in sociologia insieme a suo marito Sandro Gianneramo con cui svolge un servizio pastorale itinerante nonché un’attività di counseling e conosce pertanto molto da vicino il mondo di cui parla. Lei stessa dichiara di aver potuto e poter continuare a servire il Signore pienamente pur seduta su una sedia a rotelle, e che non cambierebbe mai la sua vita con quella di un’altra persona; tuttavia non sono mancate e non mancano le limitazioni comuni alle persone con disabilità e spesso legate all’ambiente.

 

“Una persona con disabilità di Reggio Calabria è più “handicappato” (termine che si usa sempre meno) di una persona con disabilità che abita a Bolzano, pur avendo la stessa disabilità”.

 

Molti sono gli spunti di riflessione che si possono trarre dall’intervista a Martina e tra questi la rivelazione del senso della sofferenza; quest’ultima ti spoglia dei ruoli che ti sei o ti hanno cucito addosso e ti libera dalle aspettative che gli altri hanno su di te. La sofferenza inoltre è una opportunità per guardare in faccia le tue fragilità e avere l’umiltà di dipendere da Dio e dagli altri,pratici strumenti nelle sue mani.

 

E la Chiesa? Qual è il suo ruolo in tutto questo? Gesù ci parla di Chiesa come casa per “gli storpi, i ciechi e gli zoppi”, la Chiesa nel pensiero di Dio è la famiglia all’interno della quale si instaurano relazioni di aiuto basate su legami affettivi; la relazione di aiuto è il punto di incontro tra il Cristo “sofferente” e il Cristo “vittorioso”, l’aiuto consiste proprio nell’equilibrio tra i due connotati, la completa propensione verso l’una o l’altra caratteristica rappresenta una vera barriera architettonica per il disabile nonché per qualsiasi persona voglia aprirsi a ricevere il vangelo e  impegnarsi a viverlo praticamente.

 

“La chiesa come sposa di Cristo (Efesini 5) è generativa e genitrice; come tale si dovrebbe muovere nei confronti dei più fragili dei suoi membri come fa una madre con il più fragile e bisognoso di cure della sua famiglia”. Educare alla famiglia pertanto equivale a educare ad essere Chiesa, per questo Martina e Sandro sono impegnati già da molti anni con seminari per coppie, sulla genitorialità, sulle famiglie e ovviamente anche sulla disabilità nel loro ministerio di insegnamento “Progetto Teleios” nato nel 1997 (http://is.gd/urLdAI)

 

Inoltre, l’Associazione Joni & Friends si impegna già da tempo nel soccorso pratico dei bisognosi e offre l’opportunità di iniziare una missione tra i disabili. L’obiettivo di tutto questo? Di certo non l’integrazione bensì l’inclusione del disabile nella società e nella Chiesa: “le persone con disabilità non sono “una chiesa a parte ma parte della chiesa”.

 

 

Irene Rocchetti

 

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