E il Signore andò alla ricerca dei peccatori…

Nell’aprile del 1947 nelle rovine isolate di khirbet Qumran, a dodici chilometri da Gerico, sulla sponda nord-occidentale del Mar Morto viene scoperta una copiosa biblioteca di manoscritti frammentari di testi biblici anticotestamentari e apocalittici per opera di un pastorello beduino, Muhammad Ahmad al-Hamid, soprannominato Muhammad Al-Dib (Maometto il lupo), appartenente alla tribù T’aamire, il quale andò alla ricerca di una capretta che si era allontanata dal suo gregge.

Di questa casuale, importantissima scoperta archeologica a noi interessa, per il tema che vogliamo trattare, il comportamento di questo pastorello, che lascia al sicuro il suo gregge, sorvegliato da due altri pastori con cui si univa per il pascolo e va alla ricerca della capretta smarrita.

Ci ricorda un raccontino che Gesù narrò ai suoi avversari, scribi e farisei, che lo criticavano perché mangiava, ossia aveva comunione, con i peccatori: stiamo parlando della parabola della pecorella smarrita. Essa è riportata in una duplice versione, quella di Luca (15:1-7) e quella di Matteo (18:12-14). In quest’ultima versione l’intento è pastorale, mentre la versione di Luca, che sembra che conservi quella originaria e che noi usiamo come testo di riflessione, ha un carattere apologetico.

La Parabola di Luca della pecora smarrita è il primo dei tre racconti dell’amore di Dio per l’uomo peccatore (cfr. Lc. cap.15). In tutte e tre le parabole si parla di qualcosa o di qualcuno che è stato perso e che è stato ritrovato.(in realtà nella parabola del figlio prodigo è proprio il figlio che volontariamente si allontana).

Essa è anche preceduta dalle parole esortative di Gesù alla sequela (Lc 14:25-34). Fa da sfondo alla parabola l’atto di predicare di Gesù ai peccatori e ai pubblicani e le consuete critiche degli scribi e dei farisei scandalizzati dal fatto che Gesù amava banchettare con loro (condividere il cibo è segno di amicizia e di comunione). Chi sono i peccatori e i pubblicani odiati dai Farisei e amati da Gesù?

Con il termine “peccatori” i Farisei definivano tutti coloro che vivevano una vita moralmente censurabile, ossia erano definiti “peccatori”, gli adulteri, i truffatori, o coloro che esercitavano un mestiere riprovevole, cioè un’occupazione che conduceva all’immoralità e alla disonestà, come l’esattore delle tasse, i pastori, gli asinai, in venditori ambulanti, i conciatori, i quali erano privati dei diritti civili. La parola “Pubblicani” definiva invece, una categoria specifica di uomini, collaborazionisti con l’amministrazione romana, gli esattori delle imposte, i quali peraltro tenevano una percentuale per sé. Pubblicano erano Matteo, uno degli apostoli e Zaccheo la cui conversione ha destato profonda meraviglia e commozione(cfr. Lc. 19:1-11). Bisogna ammettere che i Farisei e gli Scribi non escludevano la possibilità di perdono dei peccatori nel momento in cui essi davano chiara dimostrazione di avere cambiato vita. Ma il comportamento di Gesù ribaltava quest’ordine di valori. Egli sedeva a tavola con i peccatori quando essi erano ancora peccatori, prima che essi dessero segni di ravvedimento. Questo rivoluzionario modo di comportarsi di Gesù è il capo d’accusa imputatogli dai benpensanti religiosi del suo tempo: stare in contatto con i peccatori determinava la contaminazione, l’impurità. Da qui, Gesù prende lo spunto per narrare una triplice parabola. La prima, quella della pecora smarrita, fa risaltare l’ambiente della pastorizia palestinese. I pastori erano annoverati tra i peccatori, perché si sospettava che essi pascolassero il loro gregge sui terreni di altri. Tuttavia, questo comportamento censurabile dei pastori non impedisce Gesù di prendere a prestito la figura del pastore che va alla ricerca della pecorella smarrita per illustrare la verità evangelica dell’amore e della misericordia di Dio. La chiave di comprensione della parabola è la figura metaforica che soggiace dietro all’immagine della pecora. Nell’AT si definiva “gregge” il popolo di Dio. Parlando Gesù di una pecora che si smarrisce, la gente che lo sta ascoltando pensa senz’altro a una persona che si è allontanata dal popolo di Dio, sottraendosi alle cure del pastore. I Pubblicani e i Peccatori rappresentavano questa categoria di smarriti, Rimanendo sempre nel campo metaforico il pastore rappresenta Dio (cfr. Is.40:1; Ez34; Salmo23) oppure un capo spirituale del popolo.

Era abitudine dei pastori contare le loro pecore all’arrivo all’ovile. Il nostro pastorello, protagonista del racconto di Gesù, non si sottrae a questa regola del mondo della pastorizia. Egli è proprietario di cento pecore, che rappresentava allora un discreto reddito economico. Il pastore in questione è un benestante. Non ha bisogno di operai, lui solo può badare alle sue pecore, che li conosce individualmente. Accortosi dell’assenza di una pecora, la quale, smarritasi, si presta a svariati pericoli che minacciano la sua incolumità, egli concentra tutta la sua attenzione su essa. Mette al sicuro le novantanove pecore, chiuse nel recinto a ridosso del deserto (questo particolare fa pensare ai nomadi, che vivono ai margini del deserto) e si mette alla ricerca di quella smarrita prima che faccia buio. Egli concentra tutta la sua attenzione su di essa. Egli trova la sua pecora. E’ sfinita dopo un lungo girovagare. Con grande gioia il pastore se la carica sulle spalle, dirigendosi verso casa (Cfr. Is.40:1). Giunto a casa, informa i suoi amici e i suoi parenti del buon esito della ricerca: la pecorella è adesso nel recinto insieme con le altre. Il fatto che il pastore condivida la sua gioia con il suo clan è un aspetto della vita sociale dei nomadi, dove tutti partecipano familiarmente ai dolori e alle gioie degli altri. A quest’aspetto di vita vissuta Gesù si riferisce nel suo racconto.

Siamo davanti a un’immagine tenera e delicata dell’Iddio pastore che va alla ricerca dei peccatori per dare a loro la cittadinanza nel Suo Regno. La ricerca amorevole del peccatore da parte di Gesù si manifestava attraverso un atteggiamento amichevole verso di loro. Ciò causava nella classe religiosa puritana del suo tempo scandalo: non solo Gesù si lasciava avvicinare da pubblicani e peccatori, considerati impuri e da emarginare di modo che loro potessero sentire la vergogna di una condotta immoralmente censurabile e trasgressiva delle leggi di Dio, ma soprattutto egli entrava nelle loro case e condivideva il cibo cono loro (il sedere a tavola era segno di amicizia e di familiarità). Un siffatto modo amichevole di agire nei confronti di chi era considerato immondo violava le leggi di purità tramandate dalla tradizione farisaica, vietando ogni contatto con i peccatori e i pubblicani. Gesù rivoluzionava le consuetudini religiose della società ebraica del suo tempo. Con le sue parabole Gesù voleva comunicare al suo uditorio che il Regno di Dio è venuto ed è all’opera nella Sua persona: l’azione di salvezza di Dio si concretizza ora con la vita e l’agire di Gesù in maniera definitiva. Dunque, come pastore, Gesù insegue la sua pecora perduta per darle la salvezza. Essa è preziosa e bisogna far di tutto perché essa venga portata all’ovile. La gioia del ritrovamento è dovuta proprio per il valore inestimabile che ogni uomo ha agli occhi di Dio.

Stupisce la descrizione dell’atto del ritrovamento della pecorella per la sua incisività pedagogica. Il pastore non bastona né prende a calci la pecorella, ma viene trattata con molta delicatezza. Essa è stanca, non può camminare. Il pastore se la pone sulle spalle e la riporta amorevolmente a casa. Questo è il nostro Dio: dopo aver ritrovato il peccatore, teneramente lo afferra per le mani e lo conduce nel Suo Regno. La gioia è l’aspetto emotivo che cattura non solo il pastore ma anche il suo vicinato. Il Signore e la Sua Corte Celeste gioiscono perché un peccatore si è impossessato del suo perdono.

 La lezione pedagogica di Gesù data ai Farisei giunge al suo culmine: Gesù sembra dire a loro che se veramente sono adoratori di Javhé non possono non condividere la gioia divina per la conversione dei peccatori. Se essi si rifiutano mostrano di non conoscere la misericordia di Dio che loro dicono di amare.

“…Il ritrovamento causa una gioia straripante. Come gode il pastore per la pecorella ricondotta all’ovile, così esulterà Iddio. Dio è così. Egli vuole la salvezza dei perduti, perché sono suoi; il loro sbandamento l’ha addolorato, ora egli gode del loro ritorno. E’ la gioia del perdono. E’ questa l’apologia che Gesù fa dell’Evangelo: la misericordia di Dio è talmente inconcepibile, che la sua gioia di perdonare è la più grande di tutte le sue gioie; ecco perché la mia missione di Salvatore è quella di strappare a Satana la sua preda e ricondurre a casa gli smarriti. Ancora una volta, Gesù è il rappresentante di Dio”.

Paolo Brancé | Notiziecristiane.com

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