Ecco il nuovo Ddl ideologico che vuole scardinare la famiglia

Misure per la protezione dei minori e per la tutela della dignità della donna nella pubblicità e nei mezzi di comunicazione. S’intitola così il DDL S. 270 – risalente al 2018, ma che tutt’ora continua il suo iter parlamentare – del Pd, avente come prima firmataria la senatrice Valeria Valente ma sottoscritto anche da Monica Cirinnà. Bastano già questi dettagli a rendere tale atto politico degno d’attenzione, e infatti i peggiori sospetti vengono confermati nella misura non appena se ne vanno a visionare i contenuti.

Tanto per cominciare perché, nella relazione illustrativa al ddl, da un lato si denuncia l’«uso spregiudicato, volgare, stereotipato e offensivo dell’immagine della donna nella pubblicità, in particolare nei manifesti e negli spot», e dall’altro, si stabilisce un’associazione tra tale fenomeno – che ciascuno di noi, sia chiaro, aborrisce – e la «sopraffazione e violenza contro le donne».

Ora, posto che ci sarebbe comunque da stabilire quali siano le visioni «stereotipate e offensive dell’immagine della donna nella pubblicità» (l’immagine di una donna che cucina o che accudisce i figli è forse uno stereotipo?), va chiarito che l’associazione che i senatori del Pd fanno tra spot e violenze contro le donne non è dimostrata. Ma questo è niente. L’aspetto più sconvolgente del ddl, sempre stando alla sua relazione illustrativa – documento utile a capire lo spirito di una iniziativa legislativa -, è però quello che fa un esempio degli «stereotipi discorsivi della realtà» che sarebbero da estirpare.

Ecco che cosa hanno scritto, in proposito, la senatrice Valente e colleghi: «Da una recente ricerca svolta da Terres des Hommes, condotta da Paolo Ferrara, su studenti delle scuole medie milanesi, è emerso che la famiglia, come istituzione sociale, è recepita e rappresentata dagli adolescenti intervistati come luogo sostanzialmente esente da violenza». Il messaggio è chiaro: c’è ancora una percezione troppo blanda della famiglia come luogo di violenza, tutto ciò è pericoloso e andrebbe quindi debellato. Bisogna insomma che cresca, soprattutto nei giovani, la consapevolezza che la “cellula fondamentale della società” è luogo di violenza.

Ora, senza addentrarci in considerazioni partitiche, che non ci competono, è bene essere chiari su un punto, anche perché ciclicamente viene riproposto (pensiamo, in proposito, alle parole di Roberto Saviano o a quelle di Alessandro Zan nel suo libro, Senza paura): la famiglia non è affatto la culla della violenza, tanto meno a danno della donna.

Ricerche internazionali infatti ci dicono che, rispetto a quella di persona convivente, divorziata, separata o single, la condizione coniugale è, per una donna, quella associata a minori tassi di violenza. Lo stesso vale per i figli: quelli di coppie “tradizionali” sposate e intatte hanno maggiori benefici psicologici, di salute, educativi e scolastici. Questo, si badi, non vuol dire che la famiglia cosiddetta “tradizionale” sia perfetta, essendo comunque una istituzione umana per quanto, per chi crede, benedetta da Dio attraverso il sacramento del matrimonio.

Ciò nonostante, che ci siano dei senatori della Repubblica che si arrovellano – al punto da proporci un disegno di legge – sul fatto che la famiglia sia «recepita e rappresentata dagli adolescenti intervistati come luogo sostanzialmente esente da violenza», ecco, è semplicemente allucinante. Primo perché, per quanto semplificata, quella percezione è vicina alla realtà: rispetto a ciò che accade fuori dalla famiglia, magari in contesti urbani dominati da degrado, spaccio e prostituzione, la compresenza di mamma e papà costituisce una garanzia.

In secondo luogo, c’è da restare colpiti dall’accanimento contro la famiglia perché, come si diceva poc’anzi, pur con mille limiti l’unione coniugale costituisce, nella generalità dei casi (e cioè quella che dovrebbe interessare il Legislatore) più un fattore protettivo che di rischio per la donna. In altre parole, siamo dinanzi ad esponente politici che da un lato, giustamente, condannano la «sopraffazione e violenza contro le donne» e, dall’altro, se la prendono proprio con quelli che sono elementi di argine e prevenzione a quel tipo di violenze.

Raramente capita di venire a conoscenza di paradossi così macroscopici. Ragion per cui non resta che augurarsi che il DDL S. 270 abbia vita breve. L’eutanasia – quella parlamentare s’intende – una volta tanto può essere una buona idea.

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