Ecco la “squadra” che salva mamme (e neonati) dall’infanticidio

Oltre 400 donne ogni anno partoriscono in anonimato ed evitano conseguenze peggiori per i loro piccoli. Tra rischi, silenzi, avanza il lavoro di “Salvabebè”.

Lottano tutti i giorni per far sì che non ci siano mai più casi come quello di Francesca Romana, la neonata abbandonata e morta nel Tevere a Roma.

Sono gli operatori del numero verde “Salvabebè” per mamme disperate e bambini in pericolo: 800283110 (attivo solo con i cellulari per chi chiama da fuori Roma) attivo 24 ore su 24 presso il reparto di Terapia intensiva neonatale della clinica ostetrica del policlinico Umberto I di Roma.

«Ne abbiano salvati di bambini, in questi anni», dice Maurizio Gente, responsabile del servizio di Trasporto emergenze neonatali e referente aziendale del “Salvabebè”, a Il Messaggero (16 agosto).

Anonimato garantito

«Il numero di chi ci chiama – precisa Gente – non è rintracciabile, quindi è garantito l’anonimato più assoluto. Abbiamo un’ambulanza con una culla termica, a bordo c’è un neonatologo e un infermiere esperto. Ma ci arrivano anche tantissime chiamate da giovani mamme che non sanno a chi rivolgersi e cercano qualcuno che le ascolti e le aiuti».

La scelta

Gente ricorda, ad esempio, la donna che chiamò qualche anno fa in lacrime: aveva deciso di non tenere il figlio dopo il parto, non poteva rivelare chi era il padre. Doveva scegliere tra questo bambino e gli altri che già aveva, in paese. Ma dopo la nascita del piccolo non riuscì ad abbandonarlo e lo portò via. Ma non potè far ritorno a casa, dagli altri due.

“Tantissime donne avevano bisogno di aiuto”

«In Italia ogni anno si contano circa 400 parti in anonimato», spiega sempre a Il MessaggeroGrazia Passeri è presidente di “Salvabebè Salvamamme” l’associazione che da 20 anni si occupa di infanticidio dando alle donne tutte le informazioni e il sostegno per evitare l’abbandono dei neonati e le assiste tutte nei momenti di solitudine e difficoltà. «Dopo l’istituzione del numero verde “Salvabebè” abbiamo capito che tantissime donne aveva bisogno di aiuto. Ci arrivavano una marea di telefonate di questo tipo: io sono povera, non so come fare, ma il bambino lo voglio tenere». E così si è pensato a “salvare” anche le mamme.

Dal mafioso alla studentessa

Passeri ricorda la donna incinta perseguitata dal mafioso che voleva costringerla ad abortire. La ragazza che si voleva buttare sotto il treno insieme al bambino che aspettava, il padre per nascondere la gravidanza la costringeva a stare sempre seduta dietro un tavolo. La studentessa che voleva farla finita perché in famiglia mai avrebbero accettato il figlio. O la mamma che durante il parto parlava al neonato, «ti amo, ma per la tua sicurezza non posso tenerti». O tutte quelle che non hanno i soldi per i pannolini, si sentono disperate e sole con un bimbo da accudire.

Ogni anno sono mille i neonati che sono aiutati da “Salvabebè Salvamamme”. Con la speranza che questo fenomeno cali nel tempo anche grazie alla opera di sensibilizzazione dell’associazione.

Gelsomino Del Guercio | it.aleteia.org

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