Gli anni della vita di Sarah

“E Sarah visse centoventisette anni. Questi furono gli anni della vita di Sarah. E Sarah morì a Kiriat-Arba, che è Chevron, nel paese di Kenaan; e Avraham entrò a far lutto per Sarah e a piangerla. E Avraham si alzò dalla presenza del suo morto e parlò ai figli di Chet, dicendo: «Io sono uno straniero residente fra voi; datemi la proprietà di un sepolcro fra voi, affinché possa seppellire il mio morto»” (Genesi 23:1-4).

La Torah, secondo gli antichi Maestri, non usa parole superflue: ogni singola lettera che si trova in essa è stata inclusa per un motivo preciso. Al di là delle concezioni mistiche, questo principio è oggi condiviso anche dagli studiosi che analizzano la Bibbia dal punto di vista letterario. In molti casi, infatti, si può notare che le parole-chiave di uno specifico brano ricorrono un certo numero di volte nel testo, di solito sette o un multiplo di sette (esempio: le parole “cielo” e “terra”, termini chiave del racconto della Creazione, compaiono in esso ventuno volte ciascuno).

Nel brano della morte e sepoltura di Sarah (Genesi 23), la parola kever (sepolcro) ricorre in tredici occasioni, esattamente lo stesso numero di volte in cui è menzionata anche Sarah, talvolta indicata come “il morto”.

Se da un lato possiamo ritenere che non si tratti di una coincidenza, dall’altro bisogna ammettere che il tredici, al contrario del sette e dei suoi multipli, non è un numero significativo nella Bibbia.

Notando questa stranezza, Rav Elchanan Samet spiega che quello della sepoltura di Sarah è un esempio di “storia divisa”: un racconto che non è narrato in un unico brano, ma che appare formato da due parti separate nel testo. La “parte mancante” della storia, secondo Rav Samet, si trova più avanti, in Genesi 25:7-10:

“E questi sono gli anni della vita di Avraham che egli visse: centosettantacinque anni. E Avraham spirò e morì in prospera vecchiaia, attempato e sazio di giorni, e fu riunito al suo popolo. E i suoi figli Yitzchak e Ishmael lo seppellirono nella grotta di Machpelah […] il campo che Avraham aveva comprato dai figli di Chet. Là furono sepolti Avraham e Sarah sua moglie”.

Se uniamo insieme i due brani, notiamo che i riferimenti a Sarah e al suo sepolcro sono ora entrambi quattordici (7×2), numero altamente significativo. La stranezza, in questo modo, scompare.

In tutto ciò possiamo scorgere un affascinante messaggio: la storia della sepoltura di Sarah raggiunge la sua completezza solo nel momento in cui il marito e la moglie si ricongiungono nella grotta di Machpelah, dove riposano ancora oggi. L’unione dei due brani è anche l’unione eterna dei due coniugi i cui destini, benché temporaneamente separati dalla morte di Sarah, sono legati per sempre.

Vincenza Fiaccadori | Notiziecristiane.com

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