Guerra al Califfato, grandi coalizioni e magri risultati

img-_innerArtFb-_syria_raidTempo di bilanci per l’operazione statunitense “Inherent Resolve” e le iniziative belliche condotte dalla Coalizione internazionale mobilitatasi contro lo Stato Islamico instaurato nei territori di Iraq e Siria.Un nemico affrontato in due fronti separati, aspetto che da solo costituisce già un primo limite all’intervento contro i jihadisti: in Iraq operano dall’8 agosto gli aerei statunitensi raggiunti successivamente dagli alleati occidentali  mentre in Siria le operazioni sono cominciate solo il 23 settembre con la partecipazione ancora un volta delle forze americane affiancate dai jet delle monarchie del Golfo.

Nel primo summit di tutti i membri della Coalizione, tenutosi a Bruxelles il 3 dicembre è stato annunciato  che la campagna contro i jihadisti “comincia a mostrare risultati” e “si sta fermando” l’avanzata dei miliziani del Califfo. “Le forze irachene e curde, con il sostegno dei raid aerei,  riguadagnano terreno in Iraq” hanno sostenuto i Paesi della coalizione in un comunicato. Sono state indicate cinque priorità: “accrescere lo sforzo militare, fermare i flussi di combattenti stranieri, colpire l’accesso ai finanziamenti, fornire  aiuti umanitari ai profughi e screditare l’IS sul piano mediatico”.

Il segretario di Stato americano, John Kerry, ha parlato di progressi nell’offensiva e ha spiegato che per i jihadisti “ora è più difficile riunire le forze, viaggiare in convoglio, lanciare attacchi congiunti. Rispetto a quando abbiamo cominciato a combatterli, nessuna loro unità si può muovere senza preoccuparsi dei bombardamenti” ha sottolineato.

Considerazioni quasi banali per progressi a dire il vero modesti come nei fatti ammette lo stesso Kerry aggiungendo che l’operazione contro l’Isis sarà lunga e durerà “probabilmente anni”.  La riunione di Bruxelles si è tenuta lo stesso giorno in cui è trapelata la notizia che anche i cacciabombardieri iraniani sono impegnati nei bombardamenti sulle postazioni dello Stato Islamico in Iraq. La conferma dei raid iraniani è arrivata dal portavoce del Pentagono, l’ammiraglio John Kirby, dopo che la tv al-Jazeera aveva mostrato immagini di un F-4D Phantom iraniano sui cieli dell’Iraq.

Benché Teheran abbia smentito incursioni aeree sull’Iraq, l’ammiraglio Kirby ha precisato che “abbiamo indicazioni che l’Iran ha condotto attacchi aerei contro l’IS in Iraq impiegando jet da combattimento”.  Gli attacchi aerei sarebbero stati condotti a partire dal 30 novembre contro postazioni jihadiste nella provincia di Diyala, nell’Iraq Orientale al confine con l’Iran, in appoggio alle milizie sciite irachene impegnate a riconquistare la cittadina di Sa’adiya, occupata dai jihadisti. Il portavoce del Pentagono ha chiarito che i raid iraniani non sono coordinati con gli Stati Uniti che però, come ha detto Kerry, li valutano “positivamente”.

Kerry ha inoltre riferito che dall’avvio dei bombardamenti contro l’Isis, sono stati effettuati “un migliaio di raid”. Davvero pochi in quattro mesi di operazioni aeree a conferma che l’operazione “Inherent Resolve” resta sul piano strategico a bassa intensità e che gli uomini del Califfo riescono a occultarsi molto bene sul territorio riducendo il  numero di bersagli.

Scettico sui risultati conseguiti finora dall’intervento internazionale è il presidente siriano Bashar Assad per il quale i raid aerei non hanno prodotto alcun passo in avanti. “Non si può mettere fine al terrorismo con gli attacchi aerei. Sono essenziali le truppe sul terreno che conoscono il territorio e possono reagire. Ecco perché non ci sono stati risultati tangibili nei due mesi di attacchi della coalizione in Siria” ha aggiunto.  Valutazione difficilmente contestabile anche se Assad è consapevole non solo di non essere considerato parte della Coalizione che combatte l’IS (nonostante i suoi soldati siano gli unici, insieme ai curdi, a combattere sul campo gli uomini del Califfo), ma anche di rappresentare un bersaglio degli alleati, specie ora che sembra rafforzarsi l’appoggio di Washington alla proposta turca di creare una zona cuscinetto lunga 160 chilometri e larga 32 lungo il confine turco-siriano dove insediare i cosiddetti “ribelli moderati” sconfitti dalle offensive dell’IS e dei qaedisti del Fronte al-Nusra.

Secondo le rivelazioni del Washington Post il piano, che non sarebbe ancora stato approvato dalla Casa Bianca, prevede che i cacciabombardieri americani partiti dalla base di Incirlik, in Turchia, colpiscano le basi dei militanti dell’IS lungo il confine a nord di Aleppo. Le forze speciali turche dovrebbero entrare in territorio siriano ufficialmente per aiutare nell’individuazione dei bersagli e fornire sostegno ai ribelli “moderati”. L’operazione costituisce la condizione posta da Ankara per consentire agli statunitensi di impiegare per i raid sulla Siria e l’Iraq la base di Incirlik, utilizzata finora solo da aerei e droni da ricognizione.  “L’accesso alla base turca è una cosa enorme” sottolineano fonti del Pentagono, aggiungendo che anche l’avere forze speciali turche sul terreno in Siria sarebbe “un respiro di sollievo per l’Esercito Siriano Libero”.

La creazione di una “zona cuscinetto” è vista ovviamente con sospetto da Damasco che perderebbe di fatto la sovranità su un’area rilevante del suo territorio e vedrebbe i jet americani e le truppe turche operare a ridosso delle postazioni tenute dalle truppe siriane che combattono lo stesso nemico jihadista. E’ quindi più che giustificato il sospetto che dietro questa iniziativa sui celi la volontà di colpire le forze di Assad, peraltro più volte auspicata da Ankara e Riad.

“Non è vero che abbiamo beneficiato dei raid della coalizione contro lo Stato Islamico”, ha affermato Assad.  “Noi che stiamo conducendo la battaglia via terra contro Daash (l’acronimo in arabo dello Stato Islamico) non abbiamo percepito alcun cambiamento sul terreno” ha ribadito accusando la Turchia “che sta ancora fornendo sostegno diretto a Daash in quelle aree” al confine con la Siria.

I vertici del Pentagono hanno precisato che ogni tentativo da parte di Assad di interferire con i caccia americani li “costringerebbe” ad un attacco contro le forze aeree ed i sistemi di difesa siriani. Un’escalation che potrebbe non essere casuale ma rientrare nei piani turco-statunitensi per creare un casus belli che renderebbe ancora più caotico un conflitto la cui conduzione è stata fin dall’inizio al limite del demenziale.

Nonostante qualche timido progresso conseguito dai curdi e dalle milizie sciite irachene sui fronti di Baghdad e Mosul, il Califfato resta all’offensiva nell’area di Ramadi e in Siria,  continua ad attaccare Kobane e punta a conquistare la base aerea di Deyr Ezzor dove le truppe di Assad sono ormai circondate.    Dal marzo 2011 quando prese il via il conflitto siriano sono morte oltre 200mila persone secondo le stime dell’Osservatorio siriano per i diritti umani (organizzazione legata ai ribelli): tra questi vi sarebbero  63 mila civili (inclusi 10.377 bambini), 60 mila ribelli di tutti i movimenti e ben 75 mila militari di Assad. Perdite che hanno di certo indebolito il regime.

Sul lato iracheno del conflitto il primo ministro Hayder al-Abadi ha annunciato mercoledì l’avvio di un’offensiva su vasta scala in tutto il paese per liberare tutte le aree occupate dall’Isis. Un annuncio forse prematuro sul piano militare ma necessario per sollevare il morale delle truppe e dell’opinione pubblica dopo i rovesci militari subiti. In realtà a condurre il tentativo di contrattacco  saranno per lo più le forze curde nel settore di Mosul e Kirkuk, le milizie di alcune tribù sunnite nella provincia  di al-Anbar e le brigate Badr (milizie sciite) a nord di Baghdad e nella provincia di Diyala. L’esercito regolare iracheno continua ad essere marginale  dopo le diserzioni di massa dei mesi scorsi e l’ammissione che almeno 50 mila militari erano in realtà “fantasmi”, risultavano cioè inseriti nei ranghi ma in realtà non esistevano consentendo però ai loro comandanti di incassarne gli stipendi.

Il contrattacco iracheno, che dovrebbe puntare prioritariamente alla riconquista di Tikrit, città natale di Saddam Hussein, sarà appoggiato dagli aerei da attacco americani A-10 schierati da pochi giorni in Kuwait  e da un certi numero di team iracheni addestrati dai consiglieri militari di Washington a illuminare i bersagli con apparati laser e gps per guidarvi bombe e missili degli aerei.

Per accelerare l’addestramento di almeno 40/60 mila reclute dell’esercito Baghdad ha chiesto aiuto alla Nato che fino al 2011 schierava in Iraq una Training Mission che potrebbe venire presto ricostituita inquadrando le centinaia di consiglieri militari promessi  dai Paesi europei, inclusi 280 italiani.

di Gianandrea Gaiani

Tratto da: http://www.lanuovabq.it/

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