HA MAI GESÙ CRISTO ISTITUITO IL PAPATO? PIETRO FU IL 1° PAPA DELLA CHIESA?

Il papa, chiamato anche romano pontefice o sommo pontefice, è la più alta autorità religiosa riconosciuta nella Chiesa cattolica. I suoi trattamenti possono essere santo padresua santitàsantità.

Secondo il diritto canonico è il vescovo della diocesi di Roma, capo del Collegio dei vescovi, primate d’Italia, vicario di Cristo e pastore in terra della Chiesa universale, possedendo anche i titoli di sommo pontefice della Chiesa cattolica, nonché, a seguito dei Patti lateranensi, sovrano assoluto dello Stato della città del Vaticano.

L’ufficio del papa prende il nome di papato, mentre la sua giurisdizione ha il nome di Santa Sede o (Sede Apostolica) ed è ente di diritto internazionale.

La particolare preminenza del papa sulla Chiesa cattolica deriva dall’essere considerato successore dell’apostolo Pietro, al quale, secondo l’interpretazione cattolica dei Vangeli, Cristo ha conferito l’incarico di pastore della Chiesa universale. Pietro, secondo la tradizione, avrebbe retto negli ultimi anni di vita la comunità cristiana di Roma, divenendone il primo vescovo e subendovi il martirio nell’anno 67.

Il termine papa deriva dal greco “πάππας” (pàppas), espressione familiare per “padre” attestata a partire dal III secolo, contestualmente a un analogo uso fatto per indicare il vescovo di Alessandria, in Egitto.

Secondo i dati della Chiesa cattolica, il Soglio di Pietro ha visto 47 pontefici provenire da oltre gli odierni confini politici italiani; più precisamente, la storia ha visto 47 papi non italiani su 266.

LE ORIGINI DEL PAPATO

Verso la fine del II secolo, il vescovo di Roma cominciò ad attribuirsi delle prerogati­ve di supremazia sugli altri vescovi. L’allora vescovo Vittore (189-199) nella controversia che esisteva attorno alla Pasqua tra le chiese d’Oriente e quelle d’Occidente (gli Orientali dicevano che bisognava festeggiarla il 14 di Nisan qualunque fosse il giorno nel quale cadeva, mentre i Romani dicevano che bisognava festeggiarla la Domenica più vicina al 14 di Nisan), richiese alle comunità dell’Asia di attenersi alla prassi romana che rimontava, a suo dire, alla tradizione apostolica; e nel caso di rifiuto minacciò l’esclusione dalla comunione ecclesiale. Ma le chiese d’Oriente si opposero a Vittore per mezzo di Policrate vescovo di Efeso.[

Anche nel terzo secolo il vescovo di Roma continuò a ritenersi in un certo senso superiore agli altri vescovi. Infatti Callisto I (217-222) riteneva, appoggiandosi sull’affermazione di Cristo “Tu sei Pietro”, d’avere il potere di legare e sciogliere e di accogliere nella chiesa anche gli adulteri in quanto la sua chiesa era vicina al sepolcro di Pietro. Ma a Callisto gli si oppose Tertulliano dicendogli: ‘Chi sei tu che (in tal modo) sovverti e deformi l’intenzione manifesta del Signore, che conferiva tale potere personalmente a Pietro?’ (Tertulliano, De pudicitia 21).

Poi fu la volta di Stefano I (254-257) a ritenersi in possesso di qualcosa che gli altri vescovi non avevano, e quindi sentirsi superiore agli altri vescovi. Infatti egli rivendicò la successione di Pietro a motivo del luogo dove egli era vescovo e di avere quindi l’autorità di accogliere nella chiesa anche i battezzati dagli eretici. In altre parole Stefano, appoggiandosi sulla tradizione, accettava il battesimo ministrato dagli eretici per cui coloro che lasciavano una setta per entrare a fare parte della Chiesa, secondo lui, non avevano bisogno di essere ribattezzati, ma solo che il vescovo gli imponesse le mani. Ma a Stefano si oppose Cipriano, vescovo di Cartagi­ne, il quale non riteneva valido il battesimo degli eretici e perciò se un eretico si convertiva doveva essere ribattezzato. Lui non diceva, però, ribattezzato ma semplicemente battezzato, perché per lui quel battesimo non era vero. Cipriano disse in una sua lettera a Quinto, a proposito di questa controversia: ‘Non è, d’altronde, il caso di dettare una norma in forza di una consuetudine: tocca alla ragione prevalere’.[ E per essersi rifiutato di dare ragione a Stefano fu da lui scomunicato.

Queste opposizioni ricevute da ben tre vescovi romani nello spazio di poco più di mezzo secolo, attestano chiaramente che le chiese in quel periodo non riconoscevano che il vescovo di Roma avesse un primato giurisdizionale di istituzione divina sopra la Chiesa universale; una cosa del genere era del tutto estranea alle chiese di allora. (Occorre dire però che nei riguardi del vescovo di Roma molte chiese avevano cominciato a mostrare un certo riguardo, cioè avevano cominciato a mostrargli un onore speciale). Il contrario, cioè che le chiese dei primi secoli dopo Cristo considerassero il vescovo di Roma il loro capo o il vescovo dei vescovi, da cui esse dipendevano e a cui dovevano un assoluta sottomissione, i cui giudici erano inappellabili e non criticabili perché pronunciati dal vicario di Cristo sulla terra, non si può dimostrare né con gli scritti del Nuovo Testamento e neppure con gli scritti dei cosiddetti padri tanto è vero che persino uno scrittore cattolico è costretto ad affermare: ‘Non si può accertare per il periodo dei primi tre secoli una supremazia giuridica del vescovo di Roma sulla Chiesa universale’.

Ma per quali motivi il vescovo di Roma cominciò a reputarsi (e ad essere reputato da taluni) superiore agli altri vescovi o comunque degno di speciale onore nei loro confronti? I motivi sono i seguenti:

1) Roma era la capitale dell’Impero Romano e quindi la città più importante di tutto l’Impero e pertanto anche il vescovo di quella città doveva essere oggetto di particolare onore;
2) a Roma, al tempo degli apostoli vi era stata una Chiesa famosa per tutto il mondo per la sua fede, alla quale Paolo, l’apostolo dei Gentili, aveva scritto una delle sue più lunghe epistole, e secondo molti studiosi una delle sue più importanti;
3) la Chiesa di Roma godeva fama di essere attaccata alla sana dottrina (chiamata da molti tradizione apostolica) e avversa all’eresia (per esempio si era opposta con forza alle eresie degli Gnostici), e allo scisma ed a questo proposito si faceva presente la lettera del vescovo romano Clemente (88-97) da lui scritta alla Chiesa di Corinto quando in seno ad essa dei giovani si erano ribellati ai loro conduttori: in questa lettera Clemente esortava i credenti a sottomettersi agli anziani costituiti dagli apostoli;
4) la tradizione diceva che a Roma vi era morto l’apostolo Paolo;
5) la tradizione diceva che Pietro era venuto a Roma e vi era rimasto diversi anni a pascere la Chiesa di quella città (come vescovo) e vi era pure morto martire, per cui chi era vescovo di quella città era automaticamente successore di Pietro. Ma tra tutti i motivi citati quello che più di altri spinse i vescovi di Roma a ritenersi superiori agli altri fu quest’ultimo citato, e difatti è su questo che tuttora insistono i Cattolici per sostenere il primato del loro vescovo romano su tutta la Chiesa.

Ma questo primato (sulla Chiesa universale) del cosiddetto successore di Pietro occorreva dimostrarlo con le Scritture, cioè bisognava dimostrare che Pietro era stato da Cristo costituito capo della sua Chiesa sulla terra, perché solo così il suo ‘successore’ avrebbe potuto rivendicare di avere un primato di origine divina. Ecco dunque, che i vescovi di Roma cominciarono a dichiarare, prima timidamente e dopo sempre con più chiarezza, che in virtù delle parole di Gesù a Pietro: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa… Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; e tutto ciò che avrai legato sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che avrai sciolto in terra sarà sciolto nei cieli” (Matteo 16:18-20), l’apostolo Pietro era stato costituito Principe degli apostoli, capo e fondamento della Chiesa, e che il vescovo di Roma, dato che era il suo successore (perché – secondo i cattolici – Pietro era stato a Roma e qui era morto), aveva di conseguenza ricevuto in eredi­tà il primato datogli da Cristo. Si può quindi dire che le parole di Gesù dette a Pietro “tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa…” (e ripeto, unitamente alle parole della tradizione che affermavano che Pietro era venuto a Roma e qui vi era morto martire, senza le quali le parole di Gesù non avrebbero potuto essere applicate al vescovo di Roma) cominciarono ad un certo punto della storia della Chiesa (dal III secolo in avanti) a servire ai vescovi di Roma per sostenere il loro primato su tutta la Chiesa, in altre parole essi si misero ad interpretare in quella maniera errata quelle parole di Gesù a Pietro, facendo contemporaneamente sempre presente che la loro sede era vicina al sepolcro di Pietro, perché spinti dal loro orgoglio e dalla loro sete di potere. Volevano insomma avere il primato sulla Chiesa universale presente in ogni luogo. Questa loro ambizione di dominare su tutta la Chiesa, incontrò l’opposizione di molti che giustamente videro in quell’atteggiamento del vescovo di Roma, una dimostrazione di arroganza. Ma il seme era ormai stato seminato dai vescovi di Roma e col passare del tempo esso, con l’aiuto degli imperatori e dei re, sarebbe cresciuto fino a far diventare il vescovo di Roma il sovrano di uno Stato.

La supremazia del vescovo di Roma ricevette un forte impulso nel IV secolo. Vediamo alcuni avvenimenti che ce lo dimostrano. Costantino (306-337), dopo essere salito al potere concesse ai Cristiani la ‘libertà’ di professare la loro fede con l’editto di Milano (313) in cui si diceva: ‘Da lungo tempo pensiamo che non si debba negare la libertà di religione; anzi, ad ogni uomo dovrebbe essere garantita la libertà di manifestare i propri pensieri ed i propri desideri, permettendogli così di considerare le cose dello spirito secondo la propria scelta. E’ per questo motivo che ordiniamo di permettere a chiunque di osservare le proprie credenze e la propria religione’. La Chiesa poteva finalmente, dopo tanti anni di persecuzione, godere della ‘libertà di culto’ al pari dei pagani. Costantino restituì alle chiese le proprietà che erano state loro confiscate dai suoi predecessori durante le persecuzioni, egli fece pure costruire molte basiliche e concesse loro vastissimi latifondi. I vescovi perciò si trovarono nelle mani delle ingenti proprietà da amministrare. Oltre a ciò i vescovi vennero esentati da diversi tributi; le loro proprietà erano esentasse. Venne pure permesso di lasciare i propri beni alle chiese, e i lasciti non venivano sottoposti a nessuna tassa. Ma Costantino in questa maniera divenne una sorta di ‘capo visibile’ della Chiesa, perché cominciò a comandare in materia di fede e dottrina anche sui vescovi che erano costretti ad inchinarsi davanti alle sue decisioni anche nelle cose spirituali se non volevano perdere i loro privilegi.

CONFUTAZIONE DELLA DOTTRINA CATTOLICA DEL PAPATO

Abbiamo visto in modo molto sintetico le origini del papato. Ora, attraverso le Sacre Scritture, voglio dare (senza presunzione) una spiegazione – con la guida dello Spirito Santo (senza il quale è impossibile meditare la Bibbia), in merito al passo biblico menzionato nel Vangelo di Matteo 16:17-20, il quale i credenti cattolici usano per dimostrare la supremazia del vescovo di Roma a capo della Chiesa universale, e quindi al “papato”.

Innanzitutto, il verso che abbatte completamente il muro sul quale i credenti cattolici hanno costruito la dottrina del papato, è nel Vangelo di Matteo 23:9, dove lo stesso Gesù Cristo, rivolgendosi ai Giudei, ordinò e disse: “Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli.”
Con ciò Cristo non intende proibire ad un fanciullo di chiamare padre il suo genitore. La parola “padre” è usata qui per indicare autoritàpreminenza, diritto di comandare e di rivendicare per se riverenza ed ubbidienza, in questo senso Dio solo può essere chiamato Padre, e non è lecito dare questo titolo agli uomini. Dinanzi a questa proibizione, come mai i dottori cattolici romani giustificano l’applicazione dei titoli di “papa” e di “santo padre” al vescovo di Roma, che pretende avervi diritto, come ad un segno della riverenza dovutagli come vicario di Cristo? Ma, andiamo avanti con la spiegazione…

 Il nome di Cefa, Kefa in aramaico, o Pietro, era stato preannunziato a Simone quando fu condotto a Gesù la prima volta (Giovanni 1:42), ma siccome l’appellativo di Simone ne ricordava l’origine carnale e la naturale debolezza, Gesù l’adopera qui, in contrasto con l’altezza a cui Pietro era giunto con la rivelazione spirituale manifestata nella sua risposta. La beatitudine di Pietro non consisteva meramente nella fede, nel discernimento e nel coraggio che lo resero capace di formulare una chiara e completa confessione, ma nella conoscenza divina implicata in essa.

“perché non la carne e il sangue”, cioè la natura umana (Galati 1:16; Ebrei 2:14) ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli”.

Gesù intendeva dire: “Questa tua confessione non viene da sapienza umana, bensì da illuminazione divina». La vera conoscenza di Cristo è sempre una rivelazione concessa dal Padre Celeste. La mente carnale può ben scoprire ed ammirare teoricamente certe verità, ma, per esser salvato, fa bisogno che ogni individuo riceva nel suo cuore la rivelazione dello Spirito Santo intorno a Cristo, e personalmente se l’appropri. Osserviamo la somiglianza tra le parole pronunziate da Cristo in questa circostanza. E quelle di Matteo 11:25-27 dove però è il Figlio che rivela, mentre qui è il Padre. Di questa illuminazione della mente per opera dello Spirito Santo parlano l’apostolo Paolo in 1Corinzi 2:12 e l’apostolo Giovanni in 1Giovanni 4:2. Paolo fa uso delle parole «carne e sangue», nel medesimo, senso, ai Galati 1:15-16. Ciò che Paolo dice di se stesso in quel capitolo forma un notevole parallelismo con le parole di Gesù relative a Pietro, e viene a confermare il diritto che Paolo aveva di esser considerato come uguale a Pietro ed agli altri apostoli, in quanto egli non aveva ricevuto la fede e l’apostolato dagli uomini, ma «Dio si era compiaciuto di rivelare in lui il suo Figliuolo». Gesù adopera le parole: «il Padre mio» in un senso esclusivo, corrispondente a quello nel quale appunto allora egli era stato, chiamato da Pietro: il Figliuol di Dio, Egli intendeva spesso dire mio Padre e spesso pure vostro Padre; ma non disse mai nostro Padre, in modo da mettersi alla pari con noi.

“Ed lo altresì ti dico, che tu sei Pietro,”

Come Pietro aveva detto: «Tu sei il Cristo», così Gesù gli dice: «Tu sei Pietro». In questo caso, il nome di Pietro fu qui confermato dal Signore all’apostolo, in segno di onore a motivo della sua fede e della confessione chiara, franca e risoluta da lui fattane in questa circostanza prima di ogni altro discepolo.

“e su questa pietra edificherò la mia Chiesa.”

Questo è il verso che i credenti cattolici hanno più di tutti interpretato erroneamente, fondando su di esso la dottrina del papato. Ma cerchiamo di dare la corretta spiegazione. Il greco “petros” vale propriamente sasso, mentre “petra” vale roccia, pietra da fondamenta. Non è il caso, però, d’insistere su questa distinzione tra i due termini greci giacché Cristo parlava aramaico e in quella lingua la stessa identica parola Kefa serviva come nome di persona Giovanni 1:42 e come nome di cosa pietra. Nel greco invece, non si poté conservare l’identità perché il nome femminile petra non si prestava ad essere nome di un uomo; e d’altra parte il maschile petros sasso non si prestava ad indicare una pietra, la fondamenta. Il greco ha dovuto contentarsi della paronomasia o somiglianza delle parole petros e petra: Pietro e pietra.

Di questa promessa, di Cristo si danno non meno di quattro interpretazioni.

1. Secondo la Chiesa romana, Cristo dichiarò qui che fonderebbe la sua Chiesa su Pietro costituito principe degli apostoli e supremo gerarca della Chiesa universale. Cotesta autorità suprema doveva poi passare ai successori di Pietro e questi successori sarebbero i vescovi di Roma. Del preteso pontificato di Pietro in Roma, durante venticinque anni, non è più il caso di parlare, non potendosi provare con assoluta certezza neppure la sua venuta in Roma. Né il testo parla di successori di Pietro, poiché la prima pietra di un’edificazione non si può sostituire, e il privilegio di chi fonda una società o un’istituzione non è trasmissibile. Ma lasciando stare l’idea di successione apostolica la quale non ha che fare col testo, dobbiamo vedere se il privilegio conferito a Pietro includa veramente quanto i vescovi di Roma, più di tre secoli dopo, cominciarono a pretendere che contenesse.

Se a Cesarea di Filippo Pietro fosse stato proclamato capo supremo della Chiesa cristiana, investito di autorità assoluta, come si spiega il fatto che una così importante dichiarazione di Cristo non sia riferita che dal solo Matteo, mentre non ne menzionano gli altri evangelisti, due dei quali, Luca e Marco che scrivevano per i Romani, che riferiscono però la solenne risposta di Pietro alla domanda di Gesù? Come si spiega che, poco tempo dopo, i discepoli vengano da Gesù a chiedere: «Chi è il maggiore nel regno dei cieli?» (Matteo 18:1) e che la madre dei figli di Zebedeo venga, insieme con loro, a dire al Signore: «Ordina che questi miei due figli seggano l’uno alla tua destra e l’altro alla tua sinistra, nel tuo regno» (Matteo 20:21)? Come spiegare che la Conferenza di Gerusalemme sia presieduta da Giacomo e non da Pietro, che pure è presente e partecipa alla discussione, e che la decisione sia mandata ai cristiani in nome, non del preteso supremo gerarca, ma in nome «degli apostoli e dei fratelli anziani» Atti 15? Come spiegare che Paolo rivendichi l’indipendenza del suo apostolato di fronte a quello degli altri e non si pentì, in Antiochia, di «resistere in faccia a Pietro, perché era da condannare» e restringa il campo dell’apostolato di Pietro ai Giudei, mentre il suo si estende ai popoli dei Gentili (Galati 1:12; 17-18; 2:7-8; 11-17)? Come spiegare che nelle sue tredici Epistole, Paolo non dica una parola, neanche in via di allusione, del primato di Pietro, né la dicano Barnaba agli Ebrei, e Giacomo, Giuda e Giovanni nelle loro lettere? Come spiegare che Pietro stesso ignori il suo preteso primato nelle due Epistole che abbiamo di lui nel Nuovo Testamento? Egli chiama se stesso «apostolo di Gesù Cristo», «testimone delle sofferenze di Cristo», «anziano cogli anziani» che non devono «signoreggiare» le chiese; chiama Cristo il Sommo Pastore, la «pietra vivente» su cui sono edificate le «pietre viventi che sono i credenti», i “nec verbum, quidem”1Pietro 1:1; 2:4-5; 5:1-4? Come ammettere che il primo successore “ex hypothesi” di Pietro, sia diventato il principe degli apostoli ancora vivi alla morte di Pietro e fra cui si annoveravano Andrea e Giovanni? Come spiegare il silenzio dei primi secoli circa il primato giuridico di Pietro, circa la trasmissione di esso ai vescovi di Roma? Quel primato non fu incluso in alcuno dei Credo antichi. Uomini come Crisostomo, Ambrogio, Girolamo, Agostino, ecc., hanno inteso il passo Matteo 16:18 in modo diverso dai teologi cattolici medioevali che lo fecero servire alle ambizioni dei vescovi di Roma.

In una parola, nulla si trova nel Nuovo Testamento né nella Chiesa dei primi secoli che sia in favore della interpretazione romana.

2. Una interpretazione antica, esposta da parecchi dottori fra cui Crisostomo, Ilario, Ambrogio, Girolamo, Cirillo, considera la confessione di fede fatta da Pietro come il fondamento su cui Cristo edificherà la sua Chiesa. Si obbietta però che, con questa esposizione, si viene ad escludere un qualsiasi privilegio premesso dal Signore a Pietro. Il «Tu sei Pietro» resta campato in aria. Inoltre nel Nuovo Testamento si parla sempre di persone credenti, di apostoli od evangelisti come di fondamenti, di colonne, di pietre vive, nell’edifizio della: Chiesa; non di confessioni di fede sebbene, in un senso, sia esatto che la verità evangelica sta alla base della Chiesa cristiana.

3. Una terza interpretazione sostenuta da molti, considera Cristo stesso come la pietra su cui Egli edificherà la sua Chiesa: «Tu sei Pietro e su quella pietra che hai confessata, cioè sul Cristo, Figliuol di Dio Vivente, edificherò la mia Chiesa».

I sostenitori di questa opinione insistono sulla distinzione tra petros, sasso, e petra. roccia, che meglio conviene a Cristo che a Pietro. Si fa valere il fatto che spesso, nell’Antico Testamento, l’Eterno è chiamato la rocca, la rocca della salvezza, la rupe del suo popolo nel senso però di «rifugio». Esempi: Deuteronomio 32Salmo 71:3; 89:26. È chiamato pure la «roccia dei secoli», Isaia 26:4; e nel Nuovo Testamento, Pietro stesso chiama Cristo la «pietra vivente», la pietra angolare dell’edifizio 1Pietro 2:4-7, e così Paolo Efesini 2:20; Cfr. 1Corinzi 3. Verità preziosa, che nessuno pensa a negare, giacché le anime credenti non possono poggiare la loro fede sopra un semplice uomo, ma soltanto sul Cristo morto e risuscitato per loro, lo stesso ieri, oggi ed in eterno.

Resta però il fatto che se si fa dire a Gesù: «Ed io altresì ti dico che tu sei Pietro e su me stesso edificherò la mia Chiesa…», il «tu sei Pietro» perde ogni senso e al confessore del Cristo non è concesso alcun privilegio. Eppure ci pare innegabile che tale fosse l’intenzione del Signore. Siamo quindi condotti ad una quarta interpretazione che, mentre fa giustizia al contesto, si tiene lontana dagli enormi errori del papismo.

4. Secondo questa interpretazione che si fa largamente strada nell’esegesi moderna, la risposta di Cristo a Pietro va intesa così:. «Dio ti ha dato di conoscermi, e tu per primo, fra i miei seguaci, mi hai confessato come il Cristo, il Figlio di Dio; ed io altresì ti dico: Tu sei Pietro, l’uomo dalle ardite iniziative, atto come strumento umano di fede ardente a fondare la società dei credenti di cui sarai la prima pietra e io ti darò il privilegio e l’onore, quando ne sia venuta l’ora, di essere il primo banditore del Vangelo, colui che comunicherà la fede che possiede ad altre anime che saranno le prime, pietre viventi dell’edificio della mia Chiesa. Avrai così il privilegio di essere il primo ad adoperare le chiavi della predicazione cristiana per aprir le porte del regno di Dio a migliaia di credenti». Il privilegio promesso a Pietro, è cosa del tutto personale, non trasmissibile, di natura onorifica e che fa di lui non già il capo ed il padrone della Chiesa; Cristo la chiama “la mia Chiesa2, ma il “primus inter pares” tra i suoi colleghi nell’apostolato, ai quali il Capo Supremo della Chiesa ha conferito, mediante una misura speciale del suo Spirito, le stesse prerogative che a Pietro (Giovanni 21:21-23).

Gli Evangelisti, nel dare il catalogo degli apostoli, elencano Pietro «il primo» e riferiscono parecchi fatti in cui Pietro si rivela come uomo d’iniziativa. Dopo la Pentecoste, Pietro occupa manifestamente, nei primordi della storia della Chiesa narrataci negli Atti, il primo posto. Mediante il suo ministero viene fondata la chiesa di Gerusalemme composta di Giudei e, più tardi, egli è chiamato ad evangelizzare e a battezzare i primi credenti fra i pagani Atti 1-11. A questa parte del primato d’onore conferitogli si riferisce egli stesso nella conferenza di Gerusalemme quando dice: «Fratelli, voi sapete che, fin dai primi giorni, Dio scelse fra voi me, affinché dalla bocca mia i Gentili udissero la parola del Vangelo e credessero…» Atti 15:7. Parole queste che mostrano in qual senso Cristo ha potuto parlare di edificare la sua Chiesa su Pietro ed in qual senso Paolo ha potuto scrivere agli Efesini 2:20 che essi erano «stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare sulla quale l’edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando per essere un tempio santo del Signore». In quel senso medesimo va intesa la visione in cui Giovanni, contemplando la Gerusalemme celeste, nota che «il muro della città aveva dodici fondamenti e su quelli stavano i nomi dei dodici apostoli dell’Agnello» Apocalisse 21:14. Anche oggi, quando parliamo di servitori di Dio che hanno fondata la Chiesa in una data regione, intendiamo dire che sono stati gli apostoli di quel dato paese, ossia che Cristo si è valso della loro opera di credenti per formare altri credenti entrati come pietre viventi a far parte del grande edificio spirituale. Pietro ebbe il privilegio nel periodo delle prime origini di formare con la sua predicazione, le prime pietre vive della Chiesa di Cristo che nessuna avversa potenza doveva riuscire mai ad abbattere; e siccome egli fu l’apostolo particolare dei circoncisi, ben s’intende che il privilegio concessogli venga ricordato nel Vangelo di Matteo scritto soprattutto per i Giudeo-cristiani.

È questa la prima volta che incontriamo la parola ecclesia, che ritroveremo un’altra volta ancora nel Nuovo Testamento, cioè in Matteo 18:17, dove ha un significato più ristretto. Qui essa abbraccia tutta quanta la società o fratellanza dei credenti in Cristo, la quale fa riscontro alla radunanza d’Israele, che nella versione dei 70, porta il nome di ecclesia. Gesù chiama «mia Chiesa» la società ch’egli voleva costituire; espressione ammirabile, che non si trova altrove nei Vangeli, la quale indica che, la Chiesa è proprietà di Cristo, che ne è il Capo assoluto, per cui egli l’ama e ne prende cura.

Con questa valida spiegazione crolla quindi il muro sul quale i cattolici romani hanno edificato la dottrina del papato. Abbiamo visto che Cristo e solo Lui è il Capo della Chiesa e che il Vicario di Cristo su questa terra, dopo l’ascesa di Gesù al cielo, non è il “papa”, ma le Sacre Scritture riportano le parole di Cristo a riguardo: “…e io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro consolatore, perché stia con voi per sempre, 17 lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché dimora con voi, e sarà in voi” (Giovanni 14:16-17);

“…ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto” (Giovanni 14:26). “Ma quando sarà venuto il Consolatore che io vi manderò da parte del Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli testimonierà di me” (Giovanni 15:26)

Alessio Sibilla | Notiziecristiane.com