Hadar Morag: «Il trauma toglie la parola ma bisogna fermare la guerra»

«Sentirsi aggressore e vittima allo stesso tempo è terribile» afferma Hadar Morag. La regista israeliana è al festival DocLisboa per presentare il suo film,Tzipora and Rachel Are Not Dead. Un documentario su due sorelle vittime di abusi, di cui una delle due ospedalizzata per il disagio psichico che vive. Una storia importante che viene però sorpassata da tutto quello che sta accadendo tra Israele e Palestina. «Ho lavorato a questo film per 16 anni. E ora che dovrei parlarne, mi sembra di non ricordare nulla, è come se avessi perso le mie parole» spiega la regista, scossa ma decisa a parlare quando la incontriamo al centro culturale Culturgest. Vive a Jaffa, «proprio perché è una città mista, ho molti amici arabi. Ora lì c’è solo silenzio. Da una parte c’è Allah, dall’altra Yahweh, ma in realtà c’è solo la politica» spiega.

Come si sente in questo momento?

Non riesco a dormire ma devo vedere tutti i video di ciò che sta accadendo, anche se è molto doloroso sento di dover essere presente in qualche modo. Gli ultimi anni sono stati durissimi, Netanyahu ha incluso nel governo questi estremisti sionisti, dei veri terroristi, sono loro a legittimare tutto quello che accade a Gaza e in Cisgiordania. E sono al governo solo perché Bibi aveva bisogno di loro per non finire in prigione. Israele è il mio Paese, ma in qualche modo non lo è. Quando mia nonna arrivò qui, dopo l’Olocausto, la Jewish Agency le promise una casa. Non aveva niente, tutta la sua famiglia era stata sterminata. È rimasta in attesa per lungo tempo in una tenda, in una situazione estremamente precaria. La portarono quindi ad Ajami, a Jaffa, in una stupenda casa sulla spiaggia. Vide che sul tavolo c’erano ancora i piatti degli arabi che ci abitavano e che erano stati cacciati via. Allora lei tornò all’agenzia e disse: riportatemi nella tenda, non farò mai a qualcun altro ciò che è stato fatto a me. Questa è la mia eredità, ma non tutti hanno fatto quella scelta. Come possiamo essere diventati ciò che avversavamo? Questa è la grande domanda.

In questi giorni bui che tipo di soluzione vede?

L’unica speranza è nelle voci di alcuni, come la giornalista araba Rajaa Natour, che dice: Palestina libera non significa stuprare e uccidere donne israeliane. Questa non è la mia via. Oppure la 85enne liberata da Hamas che tutti abbiamo visto. L’unica cosa che dovrebbe interessare a Israele è la liberazione degli ostaggi, e far sì che arrivino ai palestinesi, che non sono Hamas, tutti gli aiuti umanitari di cui hanno bisogno. Mentre il governo vuole solo la vendetta, sfruttando le storie delle persone uccise che però quel terribile giorno non state soccorse per ore e ore, e le loro famiglie sono le prime a non voler altro sangue. C’è poi la propaganda dei coloni, si sentono cose come «spianare Gaza», «occupare Gaza», «vivremo lì l’anno prossimo». È una follia, è tutto così estremo, l’antisemitismo sta tornando e allo stesso tempo i Paesi arabi non vogliono accogliere i palestinesi. È facile dire: andiamo in guerra, così da non vedere tutte le persone traumatizzate dal passato, traumatizzate dall’Olocausto, traumatizzate da quello che è accaduto in Palestina negli anni. C’è sempre un trauma che viene prima, ma quando si sceglie una parte tutto diventa più semplice, non si sente questo dolore.

Il trauma, anche se affrontato a un livello individuale, è al centro del suo film «Tzipora and Rachel Are Not Dead».

Sì, e quando il trauma si impossessa di Tzipora, il linguaggio è completamente distrutto. Il trauma è il luogo dove non ci sono parole, la possibilità di una testimonianza, di una narrazione è negata. Finché si è intrappolati in questo meccanismo non si riesce a vedere un futuro. Mi sembra che oggi si parli solo tramite cliché, in realtà non si sta dicendo nulla. La gente sta morendo, si deve interrompere questa guerra. Punto. Ma intorno molti sembrano volere solo violenza.

Cosa ha significato per lei presentare il suo film adesso?

Mi chiedo se sia giusto o meno mostrare un film così «duro» in questi giorni, in cui le persone provano molto dolore. Poi l’ambasciata israeliana voleva dare al festival dei fondi per finanziare il mio soggiorno a Lisbona, ma DocLisboa ha rifiutato: non volevano il logo dello Stato di Israele nella loro comunicazione, non volevano il patrocinio. Mi hanno detto però di credere in me e nel film, e di volerlo a Lisbona, e questo è molto toccante: essere considerata come un individuo, non come parte di un violento governo occupante.

Cosa farà ora?

Prima che tutto questo succedesse, la mia intenzione era lasciare Israele. Ma ora sento che forse non dovrei scappare. Non sono più sicura di nulla, non so nemmeno se voglio continuare a fare dei film. Ora c’è un fondo per il cinema pensato appositamente per i coloni, solo chi vive in quelle zone può accedervi ed è interdetto agli arabi. Una cosa assurda per un governo democratico. C’è il rischio che anche il cinema diventi un’arma politica, come quando si chiede di firmare la clausola per cui si è «leali al proprio paese» per accedere ai finanziamenti. Non lo farò mai.

Tratto da “Il Manifesto”

 

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