I semplici del Signore

In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Matteo 11,25).

Con queste parole di Gesù si segna l’umile e il semplice approccio alla vita. Semplicità che è espressione, allo stesso momento, di conoscenza per le cose del Signore. Gli uomini semplici, come descritti nella canzone, “uomini semplici”, del 1998 del musicista Edoardo De Crescenzo: «Gli uomini semplici sono sempre eroi che in silenzio vivono, esistono …. Sulla terra non ci sono santi gli uomini semplici sono tanti. Non li vedi e non li senti ma son tutti intorno a te». La cultura moderna, per molti aspetti, ci ha donato di molta scienza, arricchendoci di più informazioni, ma nello stesso momento ha privato l’uomo di semplicità, carità, amore e umiltà e speranza. Molta della “cultura psicologica banale”, non quella scientifica, ha introdotto sul mercato professionisti della relazione di aiuto atti a spingere l’uomo verso il raggiungimento di un IO grandioso e credulo nel potere esterno (Riccardi P.,in Fonte). Ci si chiede in un contesto di iper informazioni che ingigantiscono l’Io a dismisura è ancora possibile parlare di umiltà e semplicità.

L’uomo, per sua natura, è un essere razionale ed emotivo teso alla ricerca di una completezza si perde in facili razionalismi ed in facili sentimentalismi. Ora si fa idolo del suo sapere, della sua cultura ora si fa idolo del suo sentire. Ed è per questo che spesso ci si sente in balia di un intellettualismo. Quale l’invito per l’uomo del terzo millennio che fa delle apparenze il segno della propria identità, che considera l’altro come oggetto di un tornaconto al proprio piacere, che si perde nei meandri di una filosofia multimediale senza controllo (Riccardi P., Parole che trasformano, psicoterapia dal vangelo. Ed. Cittadella Assisi 2016). L’invito è il governo di se stessi, vale a dire di quella passionalità e pulsionalità che invece di spingere alla semplicità e umiltà dell’essere spinge alla soddisfazione della sfera razionale ed emotiva. Non ci sono formule e suggerimenti se non la profonda meditazione delle parole Bibliche: …«tu rimani innestato grazie alla fede. Tu non insuperbirti, ma abbi timore»; «Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile. Non stimatevi sapienti da voi stessi» (Rm 11,20;12,16). La sfida è grande perché ci si chiede quale umiltà per l’uomo del terzo millennio orientato ad essere o come tutti gli altri (conformismo) o come gli dicono di essere (totalitarismo). Ed è in questo contesto di mancata umiltà e semplicità che si inserisce una tra le tante figure “semplici e umili” di uomini timorati di Dio. La figura di fra Umile (Giuseppe) Fidanza, francescano terziario nel convento di Portici (Na) per oltre un cinquantennio (1933-1990) detto e conosciuto come “u monaco ‘e S. Pasquale”. Si rispecchiano in lui l’incarnazione dei semplici e dei piccoli di evangelica memoria. Povero di cultura scolastica e teologica, a stento sapeva scrivere, ma grande nell’umiltà e nella sensibilità nel trovare una parola di accompagnamento per quanti a lui si rivolgevano ed erano in tanti. Con parole semplici, tratte dal vangelo, stimolate dalla fede e la fiducia nella vita diventavano parole di speranze.

Nella semplicità d’animo sapeva leggere, senza conoscenza alcuna, psicologica o psicoterapeutica, il cuore del suo interlocutore, a cui fornire parole rassicuranti ed incoraggianti, più di ogni psicologia. Accade che oggi presi da una sovrastruttura mentale di informazioni e iperinformazioni perdiamo di vista il cuore dell’altro, le sue intenzioni, e pur credendo di relazionarci con l’altro non entriamo mai in intimità (Riccardi, P., in Fonte). Si sovrappone tra noi e l’altro una sovrastruttura mentale di intellettualismo scientificità.

Senza rendercene conto, ci chiudiamo, ci isoliamo, ripieghiamo su noi stessi, chiedendo allo psicoterapeuta di turno occhi per guardare al nostro IO perdendo l’intimità con l’altro. Logica questa, contraria all’assunto antropologico cristiano dell’amare il prossimo: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. L’intimità è un’esigenza irrinunciabile dell’amore autentico possibile solo a chi non ha una sovrastruttura mentale, ma a chi è piccolo e semplice nella fede, a chi si spoglia del proprio Io per mettersi al servizio degli altri come nel caso in esame Giuseppe Fidanza al secolo “fra Umile”.

Pasquale Riccardi D’Alise

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