Il Giappone costringe le lavoratrici straniere incinte ad abortire o licenziarsi

La storia della stagista Vanessa è diventata virale in Giappone. Di cosa parliamo? Di quanto accaduto alla giovane donna che dopo aver informato i suoi capi di essere incinta ha ricevuto come risposta il suggerimento di abortire, per poi essere spinta dagli stessi suoi supervisori ad abbandonare il lavoro.

Una vicenda che ha ovviamente suscitato un polverone di polemiche e proteste, ma che purtroppo rappresenta una conferma di quanto denunciano da anni diverse organizzazioni dei diritti umani e dei lavoratori giapponesi. Le donne, infatti, subiscono sempre più spesso grosse pressioni quando comunicano di essere in dolce attesa. In particolare Vanessa – che, lo ricordiamo, non è giapponese ma filippina e partecipava ad un programma di stage internazionali – pur sapendo le difficoltà cui andava incontro, sperava di tornare tranquillamente al lavoro dopo la nascita del figlio, ma così non è stato.

Lo scandalo ha fatto uscire allo scoperto anche il ministro della salute del Giappone, il quale ha ammesso che ben 637 stagiste si sono dimesse a causa della gravidanza o del parto tra il 2017 e il 2020. «La maggior parte delle stagiste tecniche sono in età riproduttiva, ma l’idea che rimangano incinte durante il loro soggiorno in Giappone è spesso considerata fuori questione», ha aggiunto Masako Tanaka, una professoressa della Sophia University che studia i diritti riproduttivi delle donne migranti. Nonostante le stagiste siano tutelate dalle leggi giapponesi che vietano molestie o discriminazioni basate sulla gravidanza tutto ciò accade e, lo ricordiamo, per giunta in un Paese che soffre da anni un tragico e inesorabile declino demografico.

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