Il mondo apre gli occhi sulla Cina e denuncia la persecuzione degli uiguri

Dal Segretario Pompeo alla Bar Human Rights Committee of England and Wales, agli esperti delle Nazioni Unite e a una coalizione di 190 Ong, in tanti ora stanno rompendo il silenzio.

In discussione la politica sulla Cina di Nixon

Il 23 luglio il Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America Mike Pompeo ha tenuto un discorso importante sul tema della Cina a The Richard Nixon Presidential Library and Museum di Yorba Linda, in California.

Per la prima volta nella storia della diplomazia statunitense Pompeo ha dichiarato che la strategia individuata da Richard Nixon nel 1967, di «indurre il cambiamento» in Cina per mezzo del riconoscimento a livello internazionale e agli scambi commerciali, ha fallito. La Cina non è cambiata e non cambierà mai finché il PCC rimarrà al potere. Come esempio del completo disprezzo del Partito nei riguardi dei diritti umani, Pompeo ha citato ciò che ha chiamato «campi di concentramento» dello Xinjiang, riservati a uigurikazaki e altri.

La Bar Human Rights Committee of England and Wales

Pompeo non è il solo. Il mondo deve aprire gli occhi davanti ai propri doveri, e ritenere la Cina responsabile di una serie di violazioni dei diritti umani, compiute contro gli uiguri e la popolazione turcofona nel suo estremo Nord Ovest, così afferma un consorzio dei principali avvocati e professionisti in area legale britannici, che operano in difesa dei diritti umani.

Nel rapporto pubblicato questa settimana, la Bar Human Rights Committee of England and Wales (BHRC) sottolinea che l’evidenza crescente che Pechino si stia facendo beffe di una quantità di norme legali, condivise a livello mondiale, non può più essere ignorata dalla comunità internazionale.

La copertina del rapport
La copertina del rapport (nessuna didascalia)

Nel documento informativo, di alto livello, intitolato Responsibility of States under International Law to Uyghurs and other Turkic Muslims in Xinjiang, China, la commissione espone una serie di vie legali grazie alle quali la Cina possa essere messa davanti a ciò che il ricercatore e sinologo Adrian Zenz ha definito crimini pari al genocidio. La BHRC esorta gli Stati a non tirarsi indietro dall’attaccare la Cina per l’elenco plateale di violazioni dei diritti umani che compie, venute alla luce in modo particolare nel corso degli ultimi quattro anni, da quando Chen Quanguo ha preso il timone del PCC nella Regione autonoma, tanto travagliata.

«I gravi maltrattamenti, la repressione e gli abusi nei confronti degli uiguri e dei musulmani turcofoni di altra etnia operati dallo Stato cinese sono stati denunciati ampiamente e tali accuse sono state pronunciate da una serie di fonti diverse e attendibili», scrivono gli autori. «Le accuse, una volta provate, rimanderebbero a violazioni di gravità estrema dei diritti umani riconosciute a livello mondiale e del Diritto penale internazionale; violazioni che, in base a quanto viene riferito, stanno continuando ancora oggi. Le accuse debbono essere prese sul serio, e con urgenza, dalla comunità internazionale e perseguite utilizzando tutti i mezzi appropriati a disposizione, incluso il ricorso al Diritto internazionale e alla struttura giuridica internazionale».

Le violazioni denunciate, in base al documento, comprendono la sorveglianza di massa e la detenzione arbitraria di oltre un milione di uiguri e di musulmani turcofoni di altra etnia, la tortura e il trattamento disumano riservati ai detenuti, la separazione forzata dei bambini dai genitori, la negazione del diritto di praticare la propria religione e di parlare la propria lingua, la sterilizzazione forzata, il lavoro forzato, il prelevamento forzato di organi, sparizioni e uccisioni in carcere.

Come mettere la Cina di fronte alle proprie responsabilità

Fare in modo di rendere la Cina responsabile in prima persona per questi crimini non è semplice, afferma il rapporto, poiché pur concordando in linea di principio con le norme che dirimono a livello internazionale i crimini di genocidio, i crimini contro l’umanità, i crimini di guerra e il crimine di aggressione così come stabilito dallo Statuto di Roma della Corte penale internazionale, la Cina ha fatto in modo di schivare le responsabilità su numerosi punti, ponendo riserve sulla risoluzione delle controversie e clausole di reclamo e meccanismi si risoluzione interstatale.

Ma, continua il rapporto, il fatto che tutti gli Stati, compresa la Cina, abbiano senza ombra di dubbio accettato che la schiavitù e la discriminazione razziale, la tortura e il genocidio siano proibiti e non debbano essere perpetrati offre ai governi la leva grazie alla quale richiamare la Cina laddove siano commesse sul suo suolo violazioni palesi.

Avallando il rapporto, sir David Alton, di Liverpool, e la baronessa Helena Kennedy, che fa parte del Consiglio della regina, ne indicano le conclusioni. Pur riconoscendo le limitazioni alla responsabilità legale internazionale per i supposti crimini perpetrati nello Xinjiang, «questo documento rende evidente che esistono vie alternative che la comunità internazionale può percorrere per esercitare pressioni sulla Cina, affinché adempia ai propri obblighi di giuridici nei confronti di tutti i popoli che abitano nei suoi confini, nonché per affrontare gli obblighi di legge degli Stati che non siano la Cina».

Stati e società civile si uniscono alla protesta

Davanti alle prove inequivocabili che provengono dalla Cina, i governi di tutto il mondo stanno iniziando a considerare seriamente la necessità di tenere a freno e di richiamare Pechino alle proprie responsabilità. Dibattiti violenti divampati di recente nel parlamento britannico, a proposito del coinvolgimento con il gigante della tecnologia cinese Huawei, dove sono state segnalate violazioni dei diritti umani nei confronti degli uiguri, ha spinto il segretario per gli Affari esteri britannico Dominic Raab ad accusare la Cina di «clamorosi e vergognosi» abusi dei diritti umani.

Il documento emesso dal governo degli Stati Uniti Uyghur Human Rights Act e l’imposizione ad alcuni funzionari cinesi delle sanzioni previste dal Magnitsky Act, seguiti questa settimana dalla richiesta della Francia affinché siano ammessi nello Xinjiang alcuni osservatori indipendenti, danno la sensazione che i maltrattamenti inflitti da Pechino alla popolazione uigura siano inaccettabili.

Una coalizione per fermare il lavoro forzato nello Xinjiang

Questa settimana, anche la società civile e i sindacati hanno raccolto il testimone, dal momento che più di 190 organizzazioni, fra cui Bitter Winter e il CESNUR di cui è emanazione, con il nome di “Coalizione per fermare il lavoro forzato nella Regione dello Xinjiang”, hanno risposto alla “Call for action” per unire le forze allo scopo di convincere i marchi e i rivenditori a lasciare la regione uigura, a qualsiasi livello della filiera.

Dal momento che l’84% della produzione di cotone proveniente dalla Cina, e il 20% di quella mondiale, arriva dalla regione uigura, con un quinto degli indumenti di cotone nel mondo nel mercato globale dell’abbigliamento insozzato dal lavoro forzato, Jasmine O’Connor dell’organizzazione Anti-Slavery International ha rivolto un appello a tutto il mondo per fermare questo scandalo determinato dalla schiavitù.

La O’Connor ha affermato che, al fine di porre fine agli orrendi abusi nei confronti degli uiguri da parte del regime cinese, il tempo per le «dichiarazioni vuote» è scaduto. «Ora è il momento», ha aggiunto «per un’azione concreta dei marchi, dei governi e degli organi internazionali». L’attivista li ha spronati a condurre indagini spietate e meticolose per assicurarsi che le loro filiere produttive non siano legate alle atrocità inflitte agli uiguri, ai kazaki e ai musulmani turcofoni di altre etnie. Ella li ha avvisati che solo lasciando la regione e terminando le relazioni con «fornitori che sostengono questo sistema governativo cinese», essi potrebbero essere certi di non prendere parte allo sfruttamento. Il rapporto della “Call for action” afferma che «qualsiasi grande marchio d’abbigliamento e qualsiasi rivenditore che commerci in prodotti di cotone sono potenzialmente implicati».

«Marchi e rivenditori debbono fare […] dei passi al fine di adempiere agli obblighi di responsabilità aziendale per rispettare i diritti umani così come sono definiti nei princìpi internazionali, quali i Princìpi guida delle Nazioni Unite per le imprese e i diritti umani», sottolinea il rapporto.

Dicono gli uiguri: «Gli affari abituali con la Cina debbono finire»

Rincuorato dal rapporto della BHRC, e dalla preoccupazione che nel mondo sta aumentando verso la tragedia del suo popolo, Omer Kanat, direttore esecutivo di Uyghur Human Rights Project ha accolto con favore i risultati.

«Le Nazioni Unite e i funzionari dei governi di tutto il mondo ora sono al corrente», ha affermato Kanat. «È finito il tempo di sollevare preoccupazioni in privato, con i funzionari cinesi, mentre si conducono affari come al solito. Senza un intervento internazionale, lo schema di comportamento del governo cinese ci dice che le sue politiche riusciranno a spazzare via gli uiguri come popolo nella loro terra natale», aggiungendo che «gli organismi che abbiano poteri politici che rimangono a guardare sono in realtà complici».

Incoraggiato dalle dichiarazioni rese di recente da 50 esperti indipendenti delle Nazioni Unite, che hanno denunciato la situazione relativa ai diritti umani in Cina, Kanat ha accolto con favore l’invito sinora inedito alla creazione di una riunione dedicata speciale cui indirizzare le denunce.

Pur rincuorato dal rapporto della BHRC, egli ha supplicato che lo slancio prosegua. «Tali misure debbono essere continuate nelle Nazioni Unite e fra gli Stati a livello bilaterale. I Paesi a maggioranza musulmana sono noti per voltarsi dall’altra parte. Fare affari come al solito non può fermare il genocidio. I governi e le Nazioni Unite non possono restare a guardare. Debbono agire adesso».

di Ruth Ingram | it.bitterwinter.org

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