Il Regno dei Cieli è presente, silenzioso, discreto e operante, in mezzo a noi

Le parabole del chicco di senapa e del lievito appartengono al gruppo di parabole esposte da Matteo al capitolo 13 (tali parabole sono complessivamente sette oltre anche le spiegazioni della parabola del seminatore e della zizzania), il quale rappresenta il terzo discorso dei cinque contenuti nell’intero vangelo. Tali parabole sono riportate da Luca (cfr. Lc13:18-20), Marco espone solo quella del chicco di senape (cfr. Mac 4:30-33). Vengono classificate come parabole del Regno per l’esplicita formula iniziale di sei delle sette parabole (la formula “Il Regno dei Cieli è simile” manca nella parabola del seminatore).

Le parabole del chicco di senapa e del lievito sono una coppia di parabole che trasmettono lo stesso messaggio, sebbene si possano cogliere sottili sfumature che denotano particolari interpretativi interessanti nell’economia dell’annuncio del messaggio parabolico.

La prima parabola, quella del piccolo seme di senapa, ci proietta nell’ambiente agricolo della Palestina ai tempi di Gesù. Egli ci consegna una suggestiva immagine plastica della vita dei campi con un linguaggio semplice e lineare. Gesù parla di un piccolissimo seme di senape, simile alla testa di uno spillo, che un contadino getta nel suo campo. Questo seme cresce lentamente, si sviluppa in maniera continua e inarrestabile fino a diventare un albero, sui cui rami si vanno a riposare gli uccelli del cielo. Ma Gesù non vuole raccontare una storiella per intrattenere un pubblico compiacente. Egli narra un frammento della vita agricola per dare l’idea della magnificenza di cui sarà coperto il Regno di Dio nella sua fase finale, dopo un inizio oscuro, impercettibile, quasi insignificante. Infatti, Gesù inizia a raccontare usando una formula che caratterizzerà gran parte delle parabole del Regno: “Avviene al Regno dei Cieli quello che accada a un piccolissimo seme di senape”, che è l’espressione più corretta perché ha una costruzione sintattica con un dativo iniziale aramaico, che sostituisce la nostra traduzione “il Regno dei Cieli è simile a un granello di senape”.

Ciò è esegeticamente importante per la comprensione del messaggio spirituale che soggiace al breve racconto di vita agreste poiché Gesù vuole mettere in risalto lo sviluppo storico del Regno dalle sue fasi iniziali fino a quello finale: l’immagine del seme fa risaltare non tanto la natura del seme, ma il suo divenire.

Al tempo di Gesù la piccolezza del seme di senape era divenuta proverbiale. Chiamato in botanica “Sinapis Nigra”, conosciuto volgarmente con il nome “Mustum Ardens, ossia “Mostarda”, esso è un minuscolo seme, proprio grande come una capocchia di spillo che produce una pianta annua di veloce sviluppo presente sulle rive del lago di Tiberiade. Questi arbusti raggiungono perfino i tre o quattro metri. Gesù si serve dell’immagine di questa pianta proprio perché essa ha uno sviluppo straordinario e veloce, proprio perché tale crescita avviene da uno piccolissimo, minutissimo quasi insignificante seme.

Perché Gesù racconta questa parabola? E perché Matteo la inserisce nel grande capitolo delle parabole dopo quella del seminatore e quella della zizzania? Mi sembra che Gesù voglia far risaltare il Regno di Dio come una realtà in sviluppo, che inizia in maniera umile, quasi impercettibile, ma lentamente cresce fino ad avere un impressionante epilogo, quello di una poderosa regalità divina universale, che abbraccerà tutti i popoli della terra. Essendo questa la finalità delle tre parabole incentrate sulla semina (la parabola del seminatore, la parabola delle zizzanie e la parabola del seme di senapa), Egli desidera correggere le pretese messianiche del suo tempo, additando il modo di agire di Dio che si rivela attraverso la Sua persona e la Sua attività. In particolare, quella del seme di senapa coglie l’azione umile di Gesù, scevra da elementi spettacolari, comunicando un messaggio incoraggiante a tutti quelli che seguivano Gesù come Messia atteso, ma che il suo comportamento suscitava delusione e scoraggiamento. Gesù non amava esibirsi come un taumaturgo capace di prodigi portentosi, egli non amava lo spettacolo e il successo che i miracoli potevano procurargli. Al suo seguito c’era gente modesta poverissima, composta di pescatori, di pubblicani e di peccatori e la sua predicazione non aveva aspri toni apocalittici e rivoluzionari, ma era caratterizzata da un messaggio che toccava il cuore e la mente, un messaggio di liberazione interiore. Insomma Gesù incarnava un messianismo sgombro da accenti politici e catastrofici: “… La sovranità di Dio era cominciata in Gesù con la sua vita semplice e disarmata, con la sua predicazione che annunciava la paternità e l’amore di Dio, con i suoi miracoli, segni incipienti della liberazione dal male fisico e morale, con la solidarietà sua e di Dio verso i più poveri e i bisognosi”.

Con la parabola del piccolo seme di senapa Matteo vuole incoraggiare la Chiesa di tutti i tempi che essa è proiettata verso un futuro in cui la sovranità di Dio trionferà sulla terra. E’ il Regno dei Cieli trionfante simboleggiato dall’albero che accoglie tra i suoi rami ogni tipo di uccello: la missione della chiesa esce fuori dai confini palestinesi e si diffonde gradualmente su tutta l’ecumene. L’immagine dell’albero senz’altro richiama un passo di Ezechiele: “Così dice Dio, il Signore: ma io prenderò l’alta vetta del cedro e la porrò in terra; dai più alti dei suoi giovani rami strapperò un tenero ramoscello e lo pianterò sopra un monte alto, elevato. Lo pianterò sull’alto monte D’Israele; esso metterà rami, porterà frutto e diventerà un cedro magnifico. Gli uccelli di ogni specie si rifugeranno sotto di lui: troveranno rifugio all’ombra dei suoi rami. Tutti gli alberi della campagna sapranno che, io il Signore, ho abbassato l’albero che era su in alto, ho innalzato l’albero che era giù in basso, ho fatto seccare l’albero verde, e ho fatto germogliare l’albero secco. Io, il Signore, l’ho detto e lo farò” (Ez 17:22-24). Matteo fa risaltare questo contrasto tra l’inizio oscuro e insignificante e la fine spettacolare dell’affermazione del Regno dei Cieli in cui entreranno a far parte le nazioni pagane. La Chiesa vive l’oggi come missione tesa all’annuncio instancabile della Pasqua, che getta luce su tutto quello che Gesù ha fatto e ha detto, affinché altri “uccelli” si rifugiano nel grande albero, nato da un piccolo, minuto, insignificante seme di senape. Ancora quest’albero deve avere la sua grandezza definitiva, ma la Chiesa ha la garanzia della parola di Gesù, “nella quale è tutta la potenzialità imprevedibile e inarrestabile di un inizio di vita che contiene tutto lo sviluppo successivo, ce deve solo apparire e manifestarsi agli occhi nostri, E’ questione di tempo. Basta sapere aspettare vigilando”.

Nella stessa linea d’onda si pone anche la parabola del lievito. Anch’essa descrive il Regno dei Cieli come una realtà storica in divenire, ossia piccola all’inizio, quasi impercettibile ma vitale e dinamica, che, attraversando gli avvenimenti storici generazionali, si manifesterà definitivamente nella sua maestosità. Ecco il contrasto: un inizio miserevole ma con una fine grandiosa. Dio affermerà il suo dominio regale, coinvolgendo tutti le nazioni: “Un pugno di lievito con una grande massa di farina fermentata da esso, la fase iniziale del Regno piccola e modesta con la sua fase finale grande e gloriosa”.

Siamo di fronte a una scena di vita familiare contadina. Gesù prende a prestito l’immagine di una massaia che mette mano alla gran massa di pasta, la quale è stata ricavata da un paziente lavoro di macina del grano fino dalle prime luci dell’alba versando dentro un minuscolo pezzetto di lievito, lo mescola accuratamente, affondando le mani e i pugni nella pasta. Alla fine dell’impasto, lo copre con un panno, facendolo riposare tutta la notte. Il mattino seguente tutta la massa dell’impasto è lievitato.

Il lievito di cui parla Gesù era un minuto pezzetto di pasta cruda, la quale è fatta inacidire in maniera naturale. Ma cosa significa far fermentare la pasta? A cosa richiama la figura del lievito?

Nell’usare l’immagine plastica del lievito, Gesù ha voluto risaltare non solo la venuta del tempo della salvezza(già evidenziata nella parabola del seme di senape), ma anche la sua azione poderosa e inarrestabile. Stranamente Gesù usa una figura dell’alimentazione popolare palestinese, che era considerata una figura negativa perché indicava il potere di contaminazione del male. (cfr1 °Cor.5:7-8; 2°Cor. 5:17; Gal.5:7-10; Mt16:6-12.) l’aspetto paradossale del pensiero di Gesù sta proprio in questo, che ha sostituito l’immagine del lievito come segno del potere devastante del male con quello salvifico, penetrante, rinnovatore del Regno dei Cieli operante nella Storia.

Un altro aspetto interessante della parabola del lievito è l’esagerazione di cui Gesù volutamente fa uso: il lavoro fermentatore del lievito è sproporzionato rispetto alla misura della farina (appena tre misure, che corrispondeva a 39 kili di farina). Gesù parla di una grande quantità di farina capace di sfamare centinaia di persone. E’ certo che nessuna massaia impastava una gran quantità di farina. Ciò che a Gesù interessava era che gli uditori potessero carpire l’importanza del messaggio che soggiaceva all’immagine della farina: il Regno dei Cieli possiede in sé una straordinaria potenza, sebbene fosse insignificante nel suo manifestarsi nella storia. Probabilmente Gesù raccontava tali parabole per fugare il dubbio di chi lo seguiva che Gesù fosse il Messia, giacché i suoi seguaci erano persone che non contavano per niente nella società (ecco il messaggio di Gesù che sovverte i valori gerarchici della società convenzionale!!!).

La parabola è una traduzione in un linguaggio figurato della risposta che Gesù diede ai farisei circa la venuta del Regno dei Cieli. Gesù avrebbe risposto in questa maniera: “Il Regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o eccola qua. Poiché’ il Regno di Dio è in mezzo a voi.” (Lc17:20-21) Cosa significa ciò? Che il Regno di Dio è già presente nella storia in maniera silenziosa, non spettacolare. Assomiglia al lievito che silenziosamente nella notte lievita, fermenta e trasforma il mondo. In altre parole, il Signore sceglie la via del cuore che deve essere cambiato. E questo succede senza clamori senza dare spettacolo, senza lo strombazzare delle trombe.

Le parabole matteiane hanno un significato ecclesiale. E’ l’immagine della chiesa che si diffonde nell’ecumene. Ma questa storia dell’espansione è iniziata con Gesù, con la sua venuta umile nel mondo, con la sua attività messianica priva di successo e di spettacolarismo, una azione nascosta e potente allo stesso tempo, contrassegnata dalla sua morte ignominiosa e dalla sua resurrezione gloriosa.

Dice Battaglia: “Egli era entrato nella società umana come un pugno di lievito nella massa, uomo fra gli uomini, impastato totalmente nella loro storia. Matteo nota fin dall’inizio dell’attività pubblica che Gesù ha preso le nostre infermità, si è addossato le nostre malattie (cfr. Mt 8:17). Come il lievito muore scomparendo nella pasta e fermentandola, così Gesù aveva dato la sua vita in riscatto per molti (cfr. Mt. 20:28)…. Il seme caduto in terra e morto cominciava a portare i suoi frutti di vita, il pugno di lievito nascosto e impastato nella massa umana manifestava la sua irresistibile forza di fermentazione. Quella potenza di fermento inarrestabile, il Risorto l’aveva comunicata al piccolo pugno di dodici discepoli, dicendo: “Mi è stata dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni …. Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo.(Mt.28:18.20)”(5)

La storia dell’evangelo iniziato dal Golgota, prosegue negli angusti meandri dell’alto solaio di una umile abitazione di Gerusalemme un cammino inarrestabile della Chiesa fino ai confini del mondo…

Paolo Brancè | Notiziecristiane.com

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