Il senso di colpa esiste ancor oggi?

La colpevolizzazione, il colpevolizzare e il sentirsi in colpa è alla base dell’educazione del sistema occidentale.

A volte la colpevolizzazione può essere sfruttata, laddove si parla di un ‘potere spirituale’. Ci sono almeno due tipi di sensi di colpa: uno di origine psicologica, un altro di origine spirituale.

La colpa è qualcosa di opposto alla libertà. Sentirsi in colpa è diverso dal sentirsi libero; la colpa, infatti, amputa la libertà interiore: la libertà di essere noi stessi, di sentirci felici in ciò che siamo. La colpevolezza può avere una dimensione:

Oggettiva, cioè valida non soltanto per noi, ma per tutti (come quando si commette un’azione reprensibile – ad esempio un reato – per la quale si è colpevoli non solo davanti alla nostra coscienza ma anche davanti a quella degli altri).

Soggettiva, quando accade che una persona può non sentirsi colpevole di un atto che, invece, p riconosciuto come colpa anche da altri; oppure rimproverarsi per un atto che, invece, oggettivamente, non è errato (l’esempio di Eichmann, il criminale nazista).

Ecco il pensiero di alcuni luminari sul sentirsi in colpa:

Adler – Collega il senso di colpa al ‘senso di inferiorità’ (rispetto a qualcun altro) che abiterebbe in tutti noi.

Il desiderio di inferiorità potrebbe far scattare un desiderio di onnipotenza, per compensazione al primo.

Jung – Parla del senso di colpa di fronte a se stessi. Cioè del rifiuto di accettare se stessi

Parafrasando il verso del profeta Abacuc 2:10 si può dire la stessa cosa con le seguenti parole: “Hai peccato contro te stesso”.

Engel e Ferguson – Per questi psicologi una radice del senso di colpa potrebbe essere l’altruismo eccessivo, mal diretto, che talvolta può diventare fonte di senso di colpa. Questo accade quando ci si sente obbligati ad aiutare gli altri e a non riuscirci. Questo produce formule come le seguenti:

–          “non sono capace, quindi sono colpevole”;

–          “sono colpevole perché non sono capace”.

In questi casi, anziché colpevolizzarsi, si potrebbero attuare due comportamenti più producenti:

  1. a) aiutare gli altri in maniera più efficace:
  2. b) ammettere la realtà: gli eventuali limiti degli altri, i loro errori (che li hanno portati a trovarsi in situazioni per le quali soffrono).

Kierkegaard  (filosofo cristiano) Per lui il senso di colpa è il fondamento di ogni vita sociale. Gesù ha amato gli uomini (tutti), tanto da dare se stesso per togliere i peccati del mondo (degli uomini). Quindi, il punto chiave del cristianesimo è la remissione dei peccati. “Esistere – dice Kierkegaard – significa esistere davanti a Dio”, cioè prendere coscienza del peccato. E’ sentendosi colpevole che l’uomo ‘si situa davanti a Dio’. “L’umanità è una società di peccatori perdonati”.

Jean Guitton – Per lui il senso di colpa coincide col ‘senso dell’incompiuto in noi’. Il fatto di non essere riusciti a fare qualcosa, di non aver potuto realizzare qualcosa (ad es. un padre che non è stato il padre che avrebbe voluto essere) , tutto ciò può diventare colpevolizzante.

Dunque ogni atto non perfetto può diventare fonte di senso di colpa. Ma Jean Guitton pensa che davanti a Dio conta più ciò che si è realmente compiuto, la strada che si è realmente percorsa, rispetto a ciò che invece è rimasto incompiuto.

Alcune persone, anche cristiani, hanno difficoltà ad accettare la finitudine della loro natura umana. E quindi si colpevolizzano di fronte a Dio, infinito e perfetto. In altre parole, si sentono colpevoli di non essere come Dio. Questa pretesa fu proprio la tentazione del serpente di cui ci parla la Bibbia (Genesi 3: 5): “Sarete come Dio”!

La “colpa” derivante dal ‘non essere come Dio’ spinge queste persone a tentare di vivere come Gesù, anziché vivere con Gesù.

Anche il desiderio di onnipotenza può rendere colpevoli, perché equivale alla non accettazione della realtà della propria finitudine; cercando di costruirsi un immaginario della propria onnipotenza.

Ma quando Dio ha posto l’interdetto (ovvero ‘ciò che è detto tra Dio e l’uomo’) lo ha fatto per impedire la confusione e la fusione tra ciò che è divino e ciò che è umano; per impedire all’uomo di cercare di diventare “Dio”!

Paul Tournier (medico cristiano) distingue : Il ‘senso di colpa valore’: è legittimo ed è anche utile e vero. Proviene dalla presa  di coscienza di avere trasgredito le leggi divine. Questo tipo di senso di colpa porta al pentimento. E questa confessione dei nostri peccati a Dio ci ridà la pace e ci libera dal senso di colpa. E il ‘senso di colpa funzione’: è falso. Proviene dalle pressioni sociali, dalla paura dei tabù o dal timore di perdere l’amore degli altri.

Gesù ha rifiutato questo falso senso di colpa, quando all’età di dodici anni andò al tempio per discutere con i dottori della Legge. E Maria, sua madre, gli disse: “Figlio, perché ci hai fatto così ? Ecco tuo padre e io ti cercavamo, stando in gran pena”. Gesù non si riconosce colpevole dell’angoscia che ha causato a sua madre. Occupandosi delle cose di suo Padre non ha peccato. Avrebbe peccato se fosse rimasto dipendente dalle esigenze dei suoi genitori.

Il senso di colpa nella vita quotidiana

Il sentimento di colpa può essere ambivalente, ovvero sano o malsano, normale o disfunzionale.

Il senso di colpa è normale quando è espressione della nostra condizione di creatura; è un segnale che ci avvisa delle nostre contraddizioni, dei nostri desideri ambigui. Ed è sano perché può provocare il risveglio della nostra coscienza e diventare il richiamo per farci prendere le nostre responsabilità, davanti a noi stessi, agli altri o a Dio.

Il sentimento di colpa, invece, è malsano quando le cause che lo generano non sono spiegate e provocano, allora: angoscia, reazioni di autopunizione o di negazione di se stessi.

Come si manifesta il senso di colpa? Esso non appare allo scoperto, ma si nasconde dietro certi comportamenti ripetitivi.

Ecco alcuni indizi di sensi di colpa inconsci:

1)      sentendosi indegni si hanno difficoltà a concedersi del piacere, a prendersi delle vacanze, a “perdere tempo”;

2)      scegliere un coniuge o un lavoro non adatti a sé, allo scopo di punire se stessi. Se la felicità incontra la propria strada la si trasforma in disgrazia;

3)      se i genitori hanno detto che “la vita non è altro che dolori e sacrifici” ci si sente male ogni qualvolta si sente piacere in qualcosa;

4)      quando si confessano i peccati a Dio lo si fa per autopunirsi, per radicare la propria indegnità, per condannarsi; e non per ricevere il perdono di Dio;

5)      proteggere una persona che nel passato ha fatto subire un grave trauma. Siccome “non può permettersi di accusare il vero colpevole” (che potrebbe essere il padre, la madre o un altro membro di famiglia o un amico) allora si autopunisce inconsciamente, pensando – così – di proteggere il colpevole.

  Questi sono tutti sensi di colpa distruttori, perché non veri, non autentici.

Il falso senso di colpa

A volte alcuni si sentono colpevoli di certi “crimini” immaginari, basati su autoaccuse false (poiché basate su messaggi distruttivi ricevuti – spesso dai propri genitori -).

Elenco qui soltanto alcuni dei “crimini” immaginari più frequenti:

1)      superare i membri della propria famiglia (essere riuscito meglio di loro);

2)      l’essere un peso.

A volte alcuni credono di ‘essere stati un peso’ per i propri genitori (magari dicendo a se stessi che se fossero stati più intelligenti o più in salute allora i loro genitori sarebbero stati più felici).

Ma il temperamento è genetico. Quindi l’avere o meno determinate caratteristiche sin dalla nascita non è una responsabilità personale e non dive quindi costituisce una ‘colpa’ se a causa di ciò i loro genitori hanno dovuto affrontare qualche difficoltà in più per crescerli.

Altri “sensi di colpa” potrebbero essere i seguenti:

–          rubare l’amore dei propri genitori;

–          l’abbandonare i propri genitori (quando si cerca la strada della propria autonomia);

–          l’essere fondamentalmente “cattivo” (a causa dei messaggi svalutanti ricevuti dai genitori).

Tante false convinzioni ripetute e ricevute/subite nel tempo possono alla lunga creare nella persona vari ‘sensi di colpa’. Falsi.

Bisognerà, mediante la relazione di aiuto, portare la persona a comprendere l’origine di questi falsi sensi di colpa.

La gestione dei sensi di colpa

Prendere coscienza del senso di colpa non è liberatorio in sé; non basta. Bisogna risalire all’origine di questo, ovvero alla credenza sbagliata sottostante.

La cattiva gestione del senso di colpa

Quando qualcuno commette un atto oggettivamente colpevole può verificare da sé che egli è colpevole, perché il senso di colpa interiore viene espresso negli atti compiuti. Tuttavia ci sono modalità di gestione del senso di colpa cattive, sbagliate: l’accusa degli altri. L’atteggiamento più diffuso è quello di cercare il ‘capro espiatorio’. Si proietta sugli altri la fonte del proprio malessere.

La razionalizzazione: consiste nel cercare una giustificazione razionale, una ragione, per trovare un antidoto al proprio senso di colpa;

l’autopunizione o la malattia. Tutte queste sono modalità cattive di gestione del proprio senso di colpa.

La buona gestione del senso di colpa

La prima tappa per gestire bene la colpa è quella di sentire la sofferenza che ha creato il senso il senso di colpa.

Quale sofferenza, quale disgrazia continua ad esistere ancora nella vita della persona?

Una seconda tappa consiste nel distinguere il falso senso di colpa da quello vero.

Il vero senso di colpa è ciò che Dio rimprovera a un uomo nel segreto del suo cuore davanti a una legge che Egli ha dato. Insomma, è il giusto giudizio di Dio.

Il falso senso di colpa risulta, invece, dalle pressioni psicologiche e sociali.

Il problema, però, è che molte persone pretendono di parlare in nome di Dio; si fanno interpreti dei suoi comandamenti fino ai dettagli della vita quotidiana. Alcuni pensano di avere il particolare compito di “togliere la trave… dal nostro occhio”.

La persona che ha difficoltà nell’area dei sensi di colpa va, dunque, invitata a confrontarsi con la verità della parola di Dio.

Il giudizio di Dio è costruttivo, perché Lui è il giusto giudice. Quando dà il suo verdetto su una vera colpa la convinzione di peccato e il pentimento che il suo Spirito genererà in noi saranno costruttivi, per condurci alla vita.

L’aiuto in relazione alla questione dei sensi di colpa consiste, quindi nel discernere il vero senso di colpa dal falso senso di colpa (che spesso è associato all’ educazione ricevuta, alle proprie convinzioni).

Il senso di colpa spirituale

La Bibbia parla della tristezza secondo Dio, ovvero del senso di colpa spirituale.

Questo senso di colpa segnala un’anomalia nella relazione con Dio. Questo senso di colpa è positivo e fecondo; non è egocentrico.

Quando la persona che ha bisogno di aiuto sente che il proprio senso di colpa è nutrito dallo Spirito Santo allora va esortata al pentimento e alla fede, per poter ottenere da Dio il perdono dei suoi peccati.

Ma cosa fare quando qualcuno ha coscienza di avere commesso un peccato, ma ne rifiuta il senso di colpa? Si può agire come ha fatto il profeta Nathan nei confronti di Davide (2 Samuele 12).

L’azione di Nathan nei confronti di Davide permise a quest’ultimo di far emergere il suo malessere inconscio.

Il cammino che Davide seguì, una volta aiutato dal profeta Nathan, è descritto nei salmi 32 e 51.

Se è negativo proclamare il perdono a delle persone in preda di un falso senso di colpa, lo è altrettanto il voler cancellare e ignorare un vero senso di colpa.

Enzo Maniaci

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