IL VERO DISCEPOLO

1Cor 9:16 Perché se evangelizzo, non debbo vantarmi, poiché necessità me n’è imposta; e guai a me, se non evangelizzo!

Essere un vero discepolo significa: “restituire al mondo l’immagine di un uomo autentico, credente, spirituale e di buon senno” in tutto e per tutto somigliante all’immagine di Gesù.
Impresa impossibile si dirà! “Gesù è Gesù! come sperare d’imitarlo?” Niente affatto! Gesù è stato vero uomo e come tale ha avuto comportamenti imitabilissimi.

Il vero discepolo non si adagia sui dettami della fede attenendosi unicamente alle regole da seguire, la dottrina indica ottime norme ma queste non ci assolvono da nulla, non ci metto al sicuro.

Il vero discepolo è colui che in Cristo trova la forza di esercitare la propria volontà al fine di compiere il bene, fatica per modificare il proprio essere, giammai per rendersi solo somigliante o conformarsi, ma per lasciare fluire da se l’immagine di Cristo. Combatte contro se stesso a favore degli altri in attesa di un beneficio futuro.

C’è da comprendere che un vero discepolo “gioca” sempre in campo avversario, quindi il suo non è un vivere semplice, Il mondo non è il suo ambiente ideale.

Concepito nella città celeste, qui, in questo luogo, è come un pesce fuori dall’acqua, ma è qui che deve stare per il tempo della sua carne, per il tempo in cui avrà compiuto le sue buone opere.

Getta pane sull’acqua spera e prega che qualcuno “abbocchi”. Chi cerca, chi ha sete, chi ha nel cuore i comandamenti del Signore. Una vita salvata è gloria per il cielo! Egli è latore di una chiamata, è uno squillo di tromba per quanti si sono persi nel loro viaggio, è una buona notizia per i dispersi, per i deportati, per coloro che non si ricordano più a chi appartengono e qual’è la loro cittadinanza.

Un vero discepolo sa di avere un debito d’amore, così come è giunta una voce a lui, deve farla giungere ad altri, con ogni sistema in ogni modo, necessità glie n’è imposta! Il vero discepolo non può fingere, non può accontentarsi di credere nella Salvezza senza agire, pena una grande sofferenza.

La sua difformità dalla parola si manifesta in un continuo disagio, non può fare ciò che vuole ma ciò che il Signore dispone, necessità glie n’è imposta, appunto! Essere ostinati nel non obbedire a questo richiamo può farci cadere lentamente in un pericoloso torpore religioso. Esso, conformandosi ai rituali ci condurrà inesorabilmente verso un coma spirituale.

UN DURA BATTAGLIA

Esiste un luogo in noi che non è di nostra proprietà, la mente. È come una zona franca dove approdano mille pensieri, quelli che sono buoni e quelli che non lo sono. Questo perché tutto va mediato attraverso la nostra volontà. Abbiamo discernimento del bene e del male e così allo stesso modo abbiamo delle opzioni. Abbiamo aperto una porta accostandoci all’albero della conoscenza ed ora la condizione di scegliere è sempre in noi.
Non possiamo escludere a priori i pensieri negativi, questi sono la controparte nella scelta, così invadono la nostra mente prepotentemente, cercano di farsi strada di prendere il sopravvento, sta a noi reprimerli, isolarli.

Dunque nel nostro Golgotha si insinuano, assieme ad altri pensieri: dubbi, invidie, arroganza, maldicenza e questo anche se siamo credenti, non fa differenza, la porta è aperta sta a noi accettare gli ospiti.

Possiamo mentire da credenti, rubare da credenti, invidiare da credenti, maledire da credenti essere convinti di essere meglio di altri e tutto ciò da credenti.

Se agiamo con caparbietà questo può durare tutta la vita e per tutta la vita saremo convinti di avere in tasca la nostra Salvezza… hai noi! Certo la Salvezza è unicamente una dispensazione divina e nessuno può togliere questa autorità a Dio, poiché in Lui è la Salvezza e questa è una verità, nessuno può dare disposizioni al Signore.

Dio ha promesso ad Israele un terrà dove scorre latte e miele, compito del popolo però è quello di arrivarci.

LAVARSI NELLE BUONE OPERE

Gv 13:10 Gesù gli disse: «Chi è lavato tutto, non ha bisogno che di aver lavati i piedi; è purificato tutto quanto; e voi siete purificati, ma non tutti».

Il vero discepolo vive la propria esperienza di fede cercando di allinearsi alla volontà del Signore, mentre ciò che il credente in “genere” fa, è quello di attenersi alla dottrina. Senza sentire nessuna altra ” incombenza ” tutto ciò che è scritto nelle disposizioni è stato fatto, quindi è a posto, tutto il resto riguarda il normale quotidiano tran-tran. Viceversa ogni volta che il cuore dice al “vero” discepolo che non è in accordo con Dio, egli comanda alla sua volontà di rigettare i pensieri della sua mente, le attitudini e gli atteggiamenti contrari e molto spesso ostili al Signore.

Combatte per questo è non è per nulla facile, soffre per questo al fine di essere conforme alla Parola, per avere comunione con Dio.
Risponde come Gesù nel Getzemani…

Lc 22:42 «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Però non la mia volontà, ma la tua sia fatta».

SPEZZARE IL PANE, SEPARARE LO SPIRITO DALLA CARNE

Per fare ciò diventa indispensabile comprendere cos’è la carne, la nostra parte materica.
La nostra carne è l’immediatezza, la vita materiale, è ciò di cui ci siamo rivestiti lasciando l’Eden, coperti di pelle abbiamo acquisito una natura vulnerabile, sensuale che appetisce ad ogni cosa che viene dalla terra.

Oggi la nostra anima porta un vestito pesante, la nostra carne, essa è estremamente sensibile, fragile e come sappiamo rapidamente decadente. Il mondo materico, tangibile, è ciò che per primo trasmette alla mente sensazioni, immediate e falsamente intense, le sensazioni rappresentano la prima frontiera emozionale, a “pelle” tutto dura un attimo, la gioia, la tristezza, l’amore, tutto ciò arriva alla mente utilizzando come conduttori i cinque sensi.

Le emozioni divampano come fuochi fatui, infiammano in un attimo, scemano in un attimo.
Una lieve scottatura in un lampo ci sconvolge è altrettanto velocemente viene curata…non lascia molti segni se non nella “carne”.

In effetti in assenza di uno dei cinque sensi veniamo menomati solo verso il mondo fisico, reale e non verso l’anima e meno che mai in quello spirituale.

Forse che un sordo o un cieco amano diversamente? Anzi diciamo molto spesso noi ” normodotati” che hanno qualcosa in più. Il loro stato invece che avere barriere ha orizzonti più vasti, proprio perché privo di alcuni limiti.

Mc 9:43 Se la tua mano ti fa cadere in peccato, tagliala; meglio è per te entrare monco nella vita, che avere due mani e andartene nella geenna, nel fuoco inestinguibile,

Crediamo forse che una persona che ha una sofferenza fisica dal punto di vista dei sensi, un non vedente, piuttosto che chi non percepisce odori, possa vivere in modo minore l’amore, la gioia o la pace?

La carne è anche l’unica cosa che abbiamo di veramente mortale, distoglie l’intento dell’anima di elevarsi spiritualmente. La carne è per noi terreno di prova o di tentazione, assecondata può trascinarci in una vera morte eterna. Gestirla è molto importante e per fare ciò bisogna che lo spirito sottometta e non sia sottomesso.

C’è differenza tra il pentimento di Pietro e l’ostinatezza di Giuda? Il primo aveva un cuore dedicato e nonostante la debolezza della sua carne non poteva fare a meno di soffrire per ciò che aveva fatto. Giuda messo davanti alla sua prova, davanti alla tentazione del denaro non seppe resistere.

Proprio Gesù aveva voluto che Giuda tenesse la borsa con il denaro comune, quale meravigliosa opportunità di dare prova di se stesso. Ciò nonostante Cristo avrebbe perdonato un cuore compunto è pentito, una cosa che Giuda non seppe fare preferendo una morte atroce e perenne.

Giuda aveva conosciuto Gesù, vissuto al suo fianco e non poteva non avere attinto alle meravigliose opportunità di Salvezza offerte da quell'”uomo” ma la sua scelta fu la carne.

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Francesco Blaganò | Notiziecristiane.com

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