Indottrinamento gay a scuola, la famiglia è la vera vittima

La condanna per diffamazione di Pillon dimostra che non serve nemmeno una legge sull’omofobia per perdere la libertà: basta difendere le famiglie dall’indottrinamento gay in classe. È il passaggio dalla dittatura del relativismo alla tirannide. Il senatore reagisce: «Farò ricorso, serve alleanza per la protezione della libertà». Ma dalle carte del processo emerge che le vere vittime sono il papà e la figlia, che si opposero al corso di Arcigay: vittime di una discriminazione e di un disagio che nessuno ha voluto riconoscere, salvo l’unico condannato.

Con la condanna per diffamazione dell’avvocato e senatore leghista Simone Pillon non serve neanche più la legge Scalfarotto che disciplina il reato di omofobia. Basta denunciare chiunque intenda contestare il diktat omosessualista o voglia dissentire dai programmi che le associazioni gay militant promuovono nelle scuole senza il consenso dei genitori. Basta portare alla sbarra chi contesta come dietro la scusa dell’educazione alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili si celi una gigantesca operazione di sessualizzazione precoce (per i bambini) o invasiva per gli adolescenti dell’omosessualismo.

Che cosa è se non un’intrusione nel loro intimo il mostrare ai dei ragazzini di 16 anni un opuscolo in cui si spiega che nel rapporto lesbo «puoi aumentare l’eccitazione della tua partner usando lubrificanti rigorosamente a base d’acqua»? Perché di questo, e non di altro, si parla nel processo Pillon, che in queste ore i giornali stanno presentando come la giusta punizione di un retrogrado e oscurantista difensore della famiglia naturale.

Eppure, qualche cosa non torna e proietta ombre inquietanti. Certo, è un primo grado e la sentenza pronunciata giovedì dal giudice monocratico di Perugia nella causa intentata dall’associazione Omphalos-Arcigay di Perugia potrebbe essere ribaltata. Ma con la condanna di Pillon siamo già a due sentenze per argomento omofobico, posto che l’omofobia, né giuridicamente ancora, ma tanto meno nel linguaggio reale, non esiste. La prima è stata la mezza condanna di Silvana De Maria Torino. Ora tocca al senatore leghista. E in arrivo c’è il giudizio per un procedimento simile anche per Massimo Gandolfini. «La libertà di espressione in questo Paese è minata – spiega alla Nuova BQ il giorno dopo il senatore leghista – dobbiamo costituire anche in Italia un’alleanza per la tutela del diritto di parola». Per poi tornare alla carica: «Se hanno fatto questo a me che sono impegnato nel campo pro family da sempre, che sono avvocato e che sono anche senatore della Repubblica – si chiede – che cosa faranno a una persona che magari non ha la possibilità di gridare la sua innocenza sui giornali, ma che si oppone a questo?».

Pillon ricorda quell’aprile del 2012 quando un papà di Perugia si presentò nel suo studio mostrandogli i volantini distribuiti al liceo Alessi nel corso di un incontro organizzato con i militanti dell’associazione Omphalos di Arcigay. E questo serve per entrare nel merito di un fatto processuale che i giornali non hanno voluto raccontare.

Dagli atti del processo emergono comunque elementi tali da portare sul banco degli imputati non solo Pillon, ma anche il diritto dei genitori a educare all’affettività i propri figli senza intromissioni da parte di associazioni gay friendly. Un diritto che questa sentenza, condannando Pillon, sembra non voler riconoscere.

Agli atti, ad esempio, c’è la testimonianza del preside del Liceo, il quale ricorda ancora oggi come non gli furono mostrati preventivamente i volantini poi esposti su un tavolino, né che si sarebbe parlato di malattie sessualmente trasmissibili, ma solo di bullismo omofobico.

Che cosa c’era in quei volantini? Uno ritraeva due maschi e conteneva alcuni consigli su come utilizzare al meglio il preservativo durante l’atto omoerotico; nel retro due donne con gli stesi consigli orientati al femminile. Ad esempio l’uso del dental dam, non per uso dentistico. Su un altro c’erano i riferimenti del circolo con la pubblicità di un locale gay di Perugia, il Be queer.

Si tratta di un locale nato nel 2007 da Omphalos che è aperto a tutti, previa presentazione della tessera Arci. E’ nato – si legge sul sito – «come veicolo di informazione e autofinanziamento per le attività, le campagne di sensibilizzazione e la manutenzione della sede». Ebbene: sul tavolino – è stato confermato dal dibattimento – c’era anche un volantino che lo pubblicizzava e che era a disposizione dei ragazzi. Segni particolari del locale? Basti dire solo che spesso vi si svolge la serata blackout. Che cos’è? Dalla descrizione: «Per cinque minuti ogni mezzora si spengono completamente le luci». Il motivo? «Il buio è un gioco in cui la necessità di consenso non viene mai meno, come in nessun altro spazio». Compreso?

Per il genere blasfemo poi c’è anche il bad Christmas party, che in locandina raffigura due asinelli in posizione sodomitica. Senza contare la serata pop porno. Ora, liberissimi di trascorrere le serate come vogliono lor signori, ma possono o no dei genitori chiedere e pretendere che ai propri figli a scuola non venga proposta la promozione di questi locali? E soprattutto: che se questo dovesse avvenire, papà e mamma, ma anche chi per loro come giornalisti, educatori o attivisti pro family, hanno o no il diritto di stigmatizzare questo modo di approcciarsi ai giovani? Questo spazio di libertà è ancora consentito o no? Dalla condanna Pillon sembrerebbe di no.

Ma soprattutto durante le udienze sono emerse le testimonianze di padre e figlia. Testimoni, martiri di un pensiero unico che alla fine, condannando Pillon, non li ha ritenuti titolari del loro diritto di non essere indottrinati.

Il padre che racconta di aver sottoposto a Pillon, allora presidente del Forum Famiglie umbro, quei volantini e che si disse sconvolto per quella “lezione” raccontatagli dalla figlia. E il futuro senatore del Carroccio che rese pubblico quel tentativo di indottrinamento nelle sue conferenze. «Utilizzai un linguaggio a volte ironico e sarcastico», dice oggi.

E poi c’è la ragazza, all’epoca 16enne, che oggi ha 23 anni, che al giudice ha raccontato il suo disagio nel discutere con quei militanti di Arcigay. Una donna, a disagio, umiliata nelle sue idee, i cui diritti ad essere ascoltata nell’epoca del se non ora quando, vengono bellamente ignorati. «Alzai la mano – ha raccontato in aula l’allora studentessa dello Scientifico – e chiesi se secondo loro era giusto far passare a dei ragazzi di 16 anni quelle tematiche di rapporti sessuali e farli passare come una cosa secondo natura e loro mi risposero: “Dipende che cosa lei intende secondo natura”».

La ragazza parlò allora della procreazione tra uomo e donna e si arrivò così a toccare il tema delle malattie sessualmente trasmissibili e di educazione nel rapporto etero e omosessuale. Si definisce ancora infastidita da quel comportamento messo in atto dai titolari della “lezione”. Oggi che è infermiera ricorda che «la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili» è un «argomento giusto», «ma in quel momento mi sembrava inadatto parlarne in quel contesto».

La giovane ha definito «arrogante» quel modo di comportarsi da parte dei militanti LGBT e per tutta risposta ricevette – dice lei – dei commenti offensivi da parte dei compagni. Il dibattito si accese e alla fine la ragazza dovette ripiegare sul suo disagio. Non prima di prendere i volantini che erano a disposizione di tutti.

In tutto questo che cosa c’entra Pillon? Non ha fatto altro che denunciare nel corso dei suoi incontri, questo modo di “fare lezione” da parte di militanti omosessualisti, spiegando come fossero orientati a “insegnare” il sesso gay. Un modo che oggi il Ministero dell’Istruzione ha regolamentato mettendo il consenso informato come punto imprescindibile per i genitori e che è stato alla base anche dei successivi Family day.

Insomma: a Perugia si trattò di uno dei quei casi, ce ne sono stati tanti negli anni scorsi, a Roma, a Modena, a Reggio Emilia ad esempio, in cui una platea di ragazzi delle superiori veniva edotta sul sesso gay con estrema libertà e facilità di comportamenti. E Pillon non ha fatto altro che difendere il diritto delle famiglie a decidere in ultima istanza se voler somministrare ai propri figli adolescenti la sessualità in quel modo. Con quel taglio, quel linguaggio, quella visione dell’uomo. «Ma non ho mai parlato di adescamento – ribadisce -. Ho soltanto difeso la libertà dei genitori di educazione contro l’indottrinamento gender».

Ma oggi questa difesa è a rischio e con le prime condanne sembra chiaro che dalla dittatura del relativismo siamo ormai passati alla tirannide del relativismo. Nel frattempo padre e figlia non hanno ricevuto ascolto sul loro diritto di non essere bombardati dalla sessualizzazione spinta. Forse, dovesse “avanzare” una discriminazione, si potrebbe riconoscere a loro.

Andrea Zambrano | Lanuovabq.it

Ti è piaciuto l'articolo? Sostienici con un "Mi Piace" qui sotto nella nostra pagina Facebook per restare informato...