Italia e Libia, un accordo che resterà sulla carta

La parola “respingimenti” non sembra apparire nel testo dell’intesa tra Italia e Libia (in realtà con Fayez al-Sarraj che di territorio libico non ne controlla neanche un pezzettino) eppure proprio di respingimenti dovrebbe trattarsi. Almeno a sentire Donald Tusk, presidente del consiglio europeo che dopo aver fino a ieri insultato tutti coloro che si sono battuti per contrastare l’immigrazione illegale di massa ora ha dichiarato che la “rotta libica” deve essere chiusa perché i flussi “non sono più sostenibili”.

Insomma, per la Ue come per l’Italia contrastare traffici di esseri umani e immigrazione clandestina non è questione di principio o di legalità o di tutela degli interessi dell’Europa e dei suoi cittadini ma solo una questione di “sostenibilità”. Ne sono arrivati troppi ma soprattutto quest’anno si vota in molti Stati dell’Unione e le forze di governo temono di perdere larghi consensi a favore di movimenti nazionalisti e populisti. A Bruxelles poi non sono neppure tutti d’accordo. Mentre Tusk alzava i toni e mostrava rigidità, Federica Mogherini ha rilasciato un’intervista in cui afferma che i flussi migratori non si possono fermare e in ogni caso la Ue ha bisogno di immigrati per combattere il calo demografico. Invece di immigrati illegali e islamici non sarebbero meglio asilo nido gratuiti e assegni famigliari dignitosi?

Se i leader della Ue marciano in ordine sparso, il memorandum sul contrasto all’immigrazione firmato ieri a Roma dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e dal primo ministro libico Fayez al Sarraj lascia molto perplessi. Prevede una serie d’iniziative bilaterali volte ad aiutare il Governo di accordo nazionale libico ad affrontare il flusso di migranti e secondo quanto pubblicato dal sito internet di Palazzo Chigi, l’accordo vorrebbe di “avviare iniziative di cooperazione per il sostegno alle istituzioni di sicurezza e militari al fine di arginare i flussi di migranti illegali e affrontare le conseguenze da essi derivanti”.

L’Italia fornirà “sostegno e finanziamento a programmi di crescita nelle regioni colpite dal fenomeno dell’immigrazione illegale, in settori diversi, quali le energie rinnovabili, le infrastrutture, la sanità, i trasporti, lo sviluppo delle risorse umane, l’insegnamento, la formazione del personale e la ricerca scientifica”. Pare di capire che butteremo altri soldi al vento donandoli ai governi africani nella vana speranza che fermino gli immigrati clandestini. A questo scopo dovrebbero servire i 200 milioni annunciati giorni fa dal ministro degli Esteri, Angelino Alfano. Inoltre Roma fornirà “supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina, e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera”.

L’accordo, inoltre, prevede che Roma e Tripoli s’impegnino nel “completamento del sistema di controllo dei confini terrestri del sud della Libia, nell’adeguamento e finanziamento dei centri di accoglienza (…) già attivi nel rispetto delle norme pertinenti, usufruendo di finanziamenti disponibili da parte italiana e di finanziamenti dell’Unione Europea”. Quindi daremo navi e tecnologie ai libici perché controllino coste e confini sahariani che non sono però in mano ad al-Sarraj il cui governo presidia solo la base navale di Abu Sittah. La parte italiana, inoltre, fornirà “medicinali e attrezzature mediche per i centri sanitari di accoglienza, a soddisfare le esigenze di assistenza sanitaria dei migranti illegali, per il trattamento delle malattie trasmissibili e croniche gravi”. Cioè assisteremo i migranti in Libia sotto il profilo sanitario: Ma come? Utilizzando i militari della base di Misurata? Inviando medici e i infermieri su coste in mano a milizie e tribù?

L’accordo prevede la formazione “del personale libico all’interno dei centri di accoglienza summenzionati per far fronte alle condizioni dei migranti illegali, sostenendo i centri di ricerca libici che operano in questo settore, in modo che possano contribuire all’individuazione dei metodi più adeguati per affrontare il fenomeno dell’immigrazione clandestina e la tratta degli esseri umani”. Qualcuno ha sentito parlare di centri di ricerca libici che operano nel settore dell’immigrazione? Forse ce li hanno i trafficanti per gestire meglio i flussi. Arduo interpretare il testo dell’accordo ma facile intuire che tradurre tutto questo dalle chiacchiere buoniste al concreto sarà molto arduo.

L’accordo prospetta inoltre il sostegno alle organizzazioni internazionali operanti in Libia nel campo delle migrazioni e degli sforzi per il rientro dei migranti nei paesi d’origine, oltre all’avvio di programmi di sviluppo. Qualche elemento di chiarezza sull’accordo l’ha fornito al-Sarraj che ha negato che le navi militari Ue violeranno le acque libiche (quindi saranno le motovedette di Tripoli a riportare a terra i migranti?) ma ha tenuto a precisare che i migranti respinti non resteranno stabilmente in Libia e a questo proposito pare che l’accordo usi l’eufemismo di “rimpatri umanitari”. Ma chi li attuerà? L’Onu? E chi li pagherà? La Ue? Italia e Libia, prevede ancora l’accordo, collaboreranno per proporre entro tre mesi “una visione di cooperazione euro-africana più completa e ampia, per eliminare le cause dell’immigrazione clandestina, al fine di sostenere i paesi d’origine dell’immigrazione nell’attuazione di progetti strategici di sviluppo, innalzare il livello dei settori di servizi migliorando così il tenore di vita e le condizioni sanitarie, e contribuire alla riduzione della povertà e della disoccupazione”.

Un vero libro dei sogni, cioè un progetto privo di ogni credibilità. “Visioni” a scadenza trimestrale hanno poco senso ma se non si comincerà già da oggi stesso i respingimenti allora vedremo nelle prossime settimane salpare migliaia di clandestini dalle coste libiche. Se quella contro i trafficanti è una guerra (e dovrebbe esserlo) le iniziative vanno annunciate dopo averle assunte non con mesi di anticipo consentendo così al nemico di adottare contromisure. Che dire poi dell’obiettivo di Roma di migliorare gli standard di vita africani per scoraggiare le migrazioni, ovviamente buttando soldi nostri che sarebbero meglio spesi per i 4,6 milioni di italiani poveri censiti dall’Istat. Ogni euro investito oggi in Africa è buttato poiché senza una seria campagna di controllo delle nascite il Continente Nero è destinato ad esplodere. Peccato che nel Sahel la fede islamica impedisca ogni tipo di controllo demografico mentre l’esodo di migranti aiuta i governi a liberarsi da giovani arrabbiati e delusi che domami invieranno a casa valuta pregiata.

Migliorare le condizioni di vita del Sahel sarebbe un obiettivo forse non privo di senso se programmato sui prossimi 30 anni e comunque solo se non fossero i clepto-governi africani a dominare quelle regioni. Se è improbabile una nuova fase coloniale è altrettanto certo che in Africa si continuerà a vivere peggio che in Europa ancora per molti decenni almeno.

Per questo l’immigrazione illegale va stroncata con la forza delle leggi e nel caso delle armi non buttando soldi e facendoci prendere per il naso da libici e africani. Del resto, invece di alleviare la disoccupazione giovanile nel Sahel, Gentiloni farebbe meglio a combattere quella giovanile italiana, oggi al 40%.

di Gianandrea Gaiani | Lanuovabq.it

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