La necessità della chiesa locale – parte 2

L’inseparabilità della chiesa locale dal Nuovo Testamento

Nota editoriale: Questa è la seconda parte di una serie di tre post

Se togliamo il filo della chiesa locale dal tessuto del Nuovo Testamento, non avremo più un Nuovo Testamento. Questo non riduce in alcun modo la centralità dell’opera di Cristo anzi, la esalta perché dimostra come il frutto dell’opera di Cristo nella Sua vita, morte e risurrezione si manifesti nei corpi locali, visibili, chiamati chiese. La chiesa locale è il punto in cui il risultato dell’opera di Cristo si realizza in un luogo specifico. Le persone acquistate dal Suo sangue non sono semplicemente perdonate dai loro peccati: iniziano anche a vivere insieme vite rinnovate. La Sua opera non è meramente teorica in astratto, ma tangibile e pratica quando viene applicata e vissuta nella chiesa locale.

A questo punto, può essere d’aiuto dare una definizione della chiesa locale. Jeffrey Johnson descrive così la chiesa locale:

Edifici e strutture non costituiscono la chiesa locale, sono piuttosto le condizioni dell’appartenenza a essa a farlo. La chiesa locale è la comunione di un corpo di credenti che, per opera dello Spirito Santo, sono stati chiamati fuori da questo mondo di tenebre e sono stati uniti spiritualmente in un solo corpo in Cristo Gesù. Dedicandosi all’obbedienza della fede, questi credenti si impegnano in un accordo volontario a essere responsabili l’uno dell’altro con amore, riunendosi umilmente e con costanza insieme ai loro ministri preposti per la comunione spirituale e l’edificazione reciproca. La chiesa, dunque, si propone di divulgare la Parola di Dio, di praticarne i precetti, di osservarne le ordinanze e di mettere in pratica la Sua disciplina sottomettendo, istruendo, ammonendo e prendendosi cura collettivamente gli uni degli altri come se fosse per il Signore. [1]

In altre parole: non è ingiusto nei confronti dell’opera di Cristo dire che “Egli ha dato sé stesso per noi per riscattarci da ogni iniquità e purificarsi un popolo che gli appartenga, zelante nelle opere buone” (Tito 2:14). Secondo la Scrittura, il frutto dell’opera di Cristo sulla terra corrisponde a chiese visibili, locali, in cui le persone vivono le verità della definizione citata precedentemente perché hanno ricevuto la grazia di Dio in Cristo nella potenza del Vangelo.

Questo non va nemmeno a minare la comprensione storica di chiesa “invisibile”. La Confessione Battista di Londra del 1689 dice, giustamente: “La chiesa cattolica o universale, la quale può essere chiamata invisibile per quanto riguarda l’opera interiore dello Spirito e la verità della grazia, è composta del numero completo degli eletti, tutti coloro che sono stati, che sono e che saranno raccolti insieme sotto Cristo, il suo Capo.”[2]

La chiesa di ogni tempo può essere definita “invisibile” nel senso che non vediamo né conosciamo tutti i suoi membri. Tuttavia, è importante sottolineare che questa chiesa sarà presto visibile e locale quando ci riuniremo attorno al trono dell’Agnello. Tuttavia, in attesa di quel Giorno, tutti i credenti “hanno l’obbligo di unirsi a specifiche chiese quando e dove hanno la possibilità di farlo”. [3]

L’occidentalizzazione del cristianesimo, che include una forte enfasi sull’individualismo e sull’autonomia, ha portato molte persone a credere che la fede, una volta ricevuta, possa essere espressa in isolamento, che l’essenza del cristianesimo sia quella di uscire ed “essere la chiesa” mentre riunirsi con una chiesa visibile, locale, sia facoltativo. Non si può, però, “essere chiesa” senza “andare in chiesa”: le due cose sono intrinsecamente connesse.

La chiesa locale è ancora importante.

https://www.coramdeo.it/articoli/la-necessita-della-chiesa-locale-parte-2/

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