La tenacia di una madre

Una madre ha salvato la figlia dalla follia Lgbt, e ora vuole condividere la sua storia con gli altri genitori.

La storia di mia figlia non è, purtroppo, una storia rara. La disforia di genere – l’incongruenza tra la mente e il corpo – si insinua subdolamente e rapidamente e invade la psiche dei giovani.

Mia figlia era una bambina ultrafemminile, sin dalla nascita. Ha voluto dipinta di rosa la sua stanza e si rifiutava di indossare qualsiasi altra cosa tranne che le gonne fino alla terza elementare. Non amava i giocattoli e gli sport del fratello maggiore.

La sua attività preferita era infilarsi nel mio armadio e indossare i miei pochi vestiti luccicanti e le mie scarpe con i tacchi. Ha rifiutato di praticare sport a favore dell’arte e del cucito.

Tutto è cambiato bruscamente quando ha compiuto 12 anni. Quando il suo corpo è andato sbocciando, ha cominciato ad evitare qualsiasi capo di abbigliamento che mettesse in risalto la sua figura. Nascondeva il seno sotto felpe extra large da uomo.

Mi sono ricordata di aver fatto cose simili alla sua età, quindi all’inizio non mi sono preoccupata.

Poi, mia figlia ha cominciato ad appassionarsi ai cartoni animati giapponesi (cd. anime da  animation, cioè “animazioni” di quei personaggi chiamati manga) e al cosplay, l’hobby di vestirsi come personaggi fantastici. E io ho sostenuto il suo lato creativo.

Non sapevo che quei cartoni e quei giochi implicassero questioni di “genere” e che nella comunità virtuale in cui era entrata mia figlia si trattasse di sesso e di pedofilia. E non sapevo che la comunità cosplay più adulta “coltivasse” i gruppi dei più giovani.

Nello stesso periodo, mia figlia seguiva a scuola il Teen Talk, un programma che doveva fornire ai giovani «informazioni accurate su sessualità, salute riproduttiva, immagine del corpo, consapevolezza sull’uso di sostanze, salute mentale, questioni di diversità e educazione contro la violenza».

E da allora mia figlia ha cominciato a introdurre in casa un linguaggio completamente nuovo. Lei e le sue amiche discutevano sulle loro “etichette”: poliamorosa, lesbica, pansessuale… Nessuna delle cinque ragazze che conoscevo ha scelto la definizione “base”, cioè quello che indicava una ragazza eterosessuale.

Ha preso le distanze dai suoi vecchi amici e trascorreva tutto il tempo online. Ho controllato il suo telefono, ma non sono stata abbastanza astuta da capire che aveva creato account di social media falsi “appropriati” per me. Una ragazza più grande aveva cominciato a corteggiarla. Ho bandito quella ragazza da casa nostra. Seppi in seguito che l’aveva molestata.

Quando era in terza media, come regalo di Natale, l’ho portata a una convention di anime a Sacramento, in California. Lì ha incontrato una ragazza di tre anni più grande di lei, ma anni luce più matura, che l’ha letteralmente  ipnotizzata con la sua forte personalità nervosa e magnanima.

Dopo il loro incontro, mia figlia si è fatta tagliare i capelli, ha smesso di depilarsi e ha chiesto biancheria intima da maschio. Ripeteva a pappagallo tutto ciò diceva la ragazza più grande.

Ha iniziato a postare video su TikTok davvero disgustosi. Il suo linguaggio è diventato volgare e ha ridecorato la sua stanza in modo da farla sembrare una grotta. Si è praticata un piercing sul naso da sola. Ha infranto ogni regola di famiglia. Si stava trasformando in una creatura “emo”, gotica, vampira. Era irriconoscibile. La sua personalità era fatta di rabbia e di maleducazione.

Poi ha annunciato di essere transgender e  a minacciare il suicidio. È sprofondata in una profonda depressione.

Sono riuscita a ottenere tutte le sue password su tutti i suoi  account sui social media . Quello che ho visto è stato sbalorditivo.

Quasi tutti quelli con cui stava in contatto erano a me sconosciuti, tranne l’amica incontrata al raduno di Sacramento, che le inviava video pornografici fatti in casa. Mia figlia si interessava di feticismo e si scambiava con gli amici materiale erotico, con immagini di incesto e pedofilia.

Le ragazze più grandi insegnavano alle ragazze più giovani come vendere foto di loro stesse nude agli uomini per soldi.

Si vantavano delle loro malattie mentali e dei farmaci che prendevano e per cosa. Ribadivano che erano davvero maschi e non femmine. Discutevano di “chirurgia superiore” (ovvero, rimozione del seno) e di “imbottiture” che creano un rigonfiamento nei pantaloni.

I dispositivi elettronici di mia figlia erano pieni di video TikTok e YouTube che spiegavano quanto tutti si sentissero bene ora che erano “trans”.

C’erano messaggi in cui le dicevano di prendermi a calci in testa perché ero una “transfobica” per aver rifiutato di chiamarla con un nome maschile.

Allora ho reagito in modo forte.

Le ho tolto il telefono e l’ho privata di tutti i social media. Ho persino bloccato la sua capacità di accedere a Internet. Ho cancellato tutti i suoi contatti e cambiato il suo numero di telefono.

Mi sedevo accanto a lei mentre “frequentava” la scuola online, tramite Zoom. Ho cancellato YouTube dalla smart Tv e ho bloccato i telecomandi. Ho tolto tutti i libri di anime dalla sua stanza. Ho buttato via tutti i suoi costumi. Ho bandito da casa qualsiasi amico che fosse anche solo un po’ sgradevole.

Ho coinvolto la polizia riguardo al porno. Ho stampato la legge vigente e ho informato mia figlia che se qualcuno le avesse inviato del materiale porno, non avrei esitato a denunciarlo.

Mi odiava, come un tossicodipendente odia la persona che le impedisce di drogarsi, ma  ho tenuto la mia posizione, nonostante i continui insulti verbali.

Dopo aver consultato sette professionisti della salute mentale, ne ho trovato uno disposto a esaminare il perché dell’improvvisa identità trans di mia figlia.

Mi sono immersa nella lettura di tutto quello che ho trovato sull’argomento, parlando con altri genitori e altri professionisti. Ho lavorato incessantemente per ricreare il legame che c’era prima tra di noi.

Dopo un anno e mezzo di totale inferno, mia figlia sta finalmente tornando al suo vero sé: una ragazza bella, artistica, gentile e amorevole.

La nostra famiglia e tutti gli adulti nella vita di mia figlia hanno usato sempre e solo il suo nome di nascita e i pronomi corrispondenti.

Non abbiamo permesso la “transizione sociale”, anche se non abbiamo potuto ottenere aiuto dalla scuola: incredibilmente, la scuola cattolica locale si è rifiutata di accogliere le nostre richieste.

Come ho detto in precedenza, abbiamo staccato la spina da tutti i social media e impedito i suoi contatti con chiunque non fosse una persona affidabile. Ho costretto mia figlia ad ascoltare podcast specifici sull’argomento mentre la accompagnavo a scuola. Ho stampato storie di detransitioner (donne pentite di aver tentato di “cambiare sesso”) e le ho lasciate per tutta la casa.

Ho lasciato tutto il materiale che avevo in bella vista, tra cui Irreversible Damage: The Transgender Craze Seducing Our Daughters di  Abigail Shrier , Gender Dysphoria: A Therapeutic Model for Working with ChildrenAdolescents, and Young Adults di Susan Evans. Ho seguito i consigli di Parents for Ethical Care e del libro Desist, Detrans & Detox: Getting Your Child Out of the Gender Cult” di  Maria Keffler .

Ho lavorato duramente per riprendere il rapporto che mia figlia e io avevamo avuto una volta. Mi sono morsa la lingua fino a farla sanguinare per rispondere alla sua rabbia solo con amore. E quando proprio non ce la facevo, me ne andavo.

Ho smesso di guardarla come se fosse vittima di un mostro.

Le ho fatto sapere che non avrei mai smesso di lottare per lei. L’ho costellata di domande che dimostravano  l’illogicità dell’ideologia di genere. Ma la cosa più importante è che ho mantenuto la mia posizione. Mi sono rifiutata di accettare la sua illusione per compassione.

So che devo continuare a essere vigile e tenace poiché l’ideologia di genere si è insinuata in ogni aspetto della nostra vita. Ma per ora posso tirare un sospiro di sollievo.

https://www.provitaefamiglia.it/blog/la-tenacia-di-una-madre

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