La transumanza più rischiosa della storia

Iniziò tutto con un abbraccio: Il primo a Betlemme, in una notte di veglia, di pastori: Cristo mise piede a terra, toccò-terra, prese per mano la terra. Il secondo sarà a Gerusalemme, in un’altra notte, di veglia e di soldati stavolta: lì, nella confusione di una storia non più storia, il Dio cristiano stringerà il mondo in un abbraccio. Da Betlemme a Gerusalemme fu la più grande transumanza della storia. “Transumanza” è termine agreste, odore di greggi e di armenti, vacche e pecore. E’ anche termine ultra-evangelico: trans-humus, il passare da una terra ad un’altra. Dalla terra del sequestro – il Diavolo ci tiene in ostaggio, siamo ostaggi del Demonio – alla terra del riscatto: solo Dio potrà salvarci. Da Betlemme, terra-del-pane, a Gerusalemme, terra dove il pane si fa maiuscolo e il peccato minuscolo! Dalla grotta al sepolcro fu in sintesi la transumanza di Cristo: si sporcò di vita, di amore e di passione.

Chi non osa afferrare la spina non dovrebbe desiderare La Rosa dice un vecchio scritto, la verità è che per Dio Padre, ogni uomo ha il valore di tutto il sangue sparso da Gesù Cristo.

Da lì iniziò la Sua grande passione:

(Luca 22,14-23,56). Il che è un’annunciazione doppia, un raddoppio di stupore.

Nel mondo nulla di grande, di tutto ciò che esiste, è stato fatto senza l’ingrediente della passione.

Il motivo è presto detto: è solo appassionandosi che si vive, si vibra. Tutto il resto è un arrancare stanchi, mezzi sconfitti. È ciò che spesso assistiamo in molte famiglie ed ahimè in tanti ragazzi,come se nulla fosse importante al punto di accenderli dentro: un riflesso della nostra società che non può restare così!

La passione, qualunque essa sia, non assaggia: divora. Cristo, il bel pastore, condusse il gregge alla transumanza più rischiosa della storia: insegnò all’uomo che passione è, anzitutto, bellezza, sacrificio, determinazione!

Ad ogni anima di quaggiù, Cristo lascia anche un  “campanello”, un monito per risvegliare le nostre coscienze, per riaccenderci ma anche per togliere le nostre  vesti “troppo sporche di religiosità“, ovvero, un gallo a mò di sveglia: «E subito un gallo cantò» (Matteo 26,74)…

Quel “chicchirichì” deve ricordarci di svegliarci,di ritornare ad essere veri, umani, solidali, di ricostruire il nostro mondo dalle macerie, di saper osservare l’altro come“ gemello della vita“ per costruire ponti e non più muri e per non sentirci mai arrivati e perfetti, perché questo fu anche la più grande delle cecità dei sacerdoti dell’ epoca.

Vincenzo Lipari | Notiziecristiane.com

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