Myanmar: pastore rapito e poi ucciso

Tun Nu, pastore quarantunenne di una chiesa di circa 50 fedeli nel distretto di Sittwe, sulla costa ovest del Myanmar, è stato prelevato dalla sua casa il 19 gennaio scorso per poi sparire nel nulla. Cinque uomini si sono presentati alla sua porta con la scusa di porgli alcune domande e da allora non si è più visto. La sua morte, come riportato da Gospel For Asia (GFA), organizzazione cristiana attiva nel Paese, è stata registrata il 1°febbraio. Tun Nu lascia una moglie e tre figli.

“Siamo profondamente addolorati dalla notizia della morte del pastore Tun. Chiediamo di unirvi a noi in preghiera per la moglie, i figli e la chiesa in questo momento difficile, affinché sperimentino il conforto, la pace e la forza di Dio”, ha affermato KP Yohannan, fondatore e direttore di GFA.

Al 18° posto nella World Watch List 2019, il Myanmar (Birmania) sta assistendo ad un aumento costante di leggi finalizzate al controllo della religione. Charles Bo, primo cardinale cattolico del Paese, afferma: “Nei decenni di conflitto armato, i militari hanno trasformato la religione in uno strumento di oppressione [etnica]”. Nei paesi a maggioranza cristiana, come lo Stato Kachin, lo Stato Karen e lo Stato Shan-Nord, persino le chiese storiche sono state attaccate. Più di 100.000 cristiani vivono nei campi profughi e viene loro negato l’accesso al cibo e alle cure mediche.

Recentemente, lo United Wa State Army (UWSA), la più grande milizia etnica del Myanmar ha dichiarato che quasi tutte le chiese costruite dopo il crollo del Partito Comunista del 1989 devono essere distrutte e che non saranno ammesse nuove chiese; tutte le chiese, i missionari, gli insegnanti e il clero devono essere indagati, con la messa al bando dei lavoratori stranieri e la punizione di quelli trovati a sostenere attività missionarie.

Si è registrata inoltre, da parte di monaci buddisti, l’occupazione di alcune chiese per la costruzione di templi al loro interno. I convertiti al cristianesimo vengono perseguitati dalle famiglie e dalle comunità buddiste, islamiche e tribali con l’accusa di aver abiurato il loro vecchio credo. Le comunità che si professano “esclusivamente buddiste” ostacolano la vita delle famiglie cristiane, impedendo loro di attingere alle fonti d’acqua comuni. Anche le frange del cristianesimo non tradizionalista sono vittime della repressione, specialmente se vivono nelle zone rurali del paese e compiono un’aperta opera di evangelizzazione.

FOTO: Gospel For Asia

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