Oltre 100 organizzazioni protestano contro la decisione di nominare la Cina nel gruppo consultivo del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite

Una riunione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite di Ginevra (credits)

Con Venezuela, Pakistan, Eritrea e Qatar, la Cina farà parte per un anno dell’organismo esclusivo composto di soli cinque persone che selezioneranno gli ispettori per i diritti umani delle Nazioni Unite.

Il 1° aprile 2010 Jiang Duan, ministro consigliere alla Missione Permanente della Repubblica Popolare Cinese, è stato nominato nel Gruppo consultivo del Consiglio per i diritti umani. Servirà fino al 31 marzo 2021, svolgendo un ruolo chiave nella selezione degli ispettori per i diritti umani in vari organi delle Nazioni Unite. Gli altri quattro membri provengono da Venezuela, Pakistan, Eritrea e Qatar. Era il primo di aprile, ma non è stato uno scherzo.

Il gruppo consultivo nominerà, tra l’altro, tre nuovi membri del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria, davanti al quale restano ancora in attesa di giudizio alcuni casi di alto profilo contro la Cina di cui uno riguardante due fedeli della Chiesa di Dio Onnipotente, arbitrariamente detenuti per nessun altro motivo se non il fatto di praticare la loro religione.

Visto lo stato pessimo in cui versa il rispetto dei diritti umani in Cina, e nel mezzo della tempesta scatenatasi attorno all’insabbiamento sistematico operato da Pechino in merito alla pandemia del coronavirus, 82 fra organizzazioni e associazioni principalmente dell’Europa centrale e orientale hanno presentato una petizione congiunta per chiedere la cancellazione di tale nomina indirizzandola al Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, al presidente del Terzo comitato dell’Assemblea generale, Christian Braun, al presidente del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC), Elisabeth Tichy-Fisslberger, all’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, e a ciascuno dei 55 Stati membri del gruppo regionale Asia-Pacifico che ha nominato la Cina al Gruppo consultivo dell’UNHRC.

I firmatari sono organizzazioni prevalentemente tibetane e pro-tibetane, e la petizione esprime la preoccupazione specifica della diaspora tibetana, ma chiarisce anche come la nomina della Cina al Gruppo consultivo dell’UNHRC «deprima analogamente lo spirito di tutti coloro che si battono per i diritti umani in Cina, degli uiguri, degli abitanti della Mongolia Interna e dei fautori della democrazia a Hong Kong che stanno mettendo a repentaglio le proprie vite per chiedere il rispetto dei diritti fondamentali della propria gente contro gli interessi arrivistici esercitati del regime del Partito comunista cinese».

Una seconda petizione, firmata anche da Bitter Winter, è stata lanciata da Jubilee Campaign e fatta propria dall’International Religious Freedom Roundtablet, e verrà inviata alla Tichy-Fisslberger alla fine di aprile. Assieme, i firmatari delle due petizioni rappresentano più di 100 organizzazioni.

Di solito petizioni come queste non ricevono risposta e rimangono sospese in un limbo di semi-esistenza, ma non c’è dubbio che se vuole preservare la propria credibilità, questa volta il Consiglio per i diritti umani dell’ONU deve rispondere adeguatamente.

MARCO RESPINTI | it.bitterwinter.org

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