Quando un Papa bestemmia

Papa Francesco, durante il viaggio apostolico negli Emirati Arabi Uniti (3-5 febbraio 2019), ha firmato (4 febbraio 2019), insieme al Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, il «Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale della convivenza comune». Questo rappresenta l’atto più importante di tutta la visita e, in qualche modo, a fare un salto di qualità al dialogo interreligioso e, in particolare, ai rapporti tra la Chiesa cattolica ed il mondo musulmano sunnita.

Ad una prima lettura del documento, senza ancora addentrarci nelle questioni contenutistiche, ciò che salta agli occhi è l’assoluta equiparazione tra la Chiesa cattolica e l’Università di Al-Azhar. Esse sono presentate come due istituzioni di eguale natura, rappresentanti, in qualche modo, l’una dei cristiani e l’altra dei musulmani d’Oriente e d’Occidente; e tale rappresentanza è giustificata unicamente dall’autorità, di fatto, che ciascuna esercita nel proprio campo. Viene assolutamente misconosciuto il fatto che la Chiesa riunisca tutti i cattolici, in una società perfetta[1] e, quindi, non abbia un potere di rappresentanza unicamente legato al suo prestigio, ma alla sua stessa ontologia, mentre Al-Azhar, essendo solamente un’università coranica, può basare il suo diritto di rappresentanza unicamente sulla deferenza che il mondo sunnita ha finora nei suoi confronti, deferenza che può in ogni momento affievolirsi, fino a venir meno.

Quest’equiparazione non, unicamente, una forma di cortesia, una sorta di captatio benevolentiae, ma nel cammino intrapreso, a partire dal Concilio Vaticano II, di progressivo disconoscimento della istituzionalità della Chiesa cattolica. Nostro Signore Gesù Cristo non ci ha lasciato unicamente una dottrina, che ciascun uomo può personalmente seguire, ma ha istituzionalizzato i suoi fedeli in una società perfetta: la Chiesa cattolica.

La natura di società perfetta della Chiesa e la sua ontologica giuridicità sono verità di Fede, che, però, cozzano contro lo “spontaneismo” dei modernisti. Per loro, la Fede è un moto spontaneo del cuore, uno slancio incontrollato, che non può patire organizzazioni razionali e, ancor meno, giuridiche; il tutto si risolverebbe in un involontario modo di essere del soggetto, che, al massimo, potrebbe coltivarlo.

La Chiesa, invece, ci ha sempre infallibilmente insegnato che la Fede è un atto dell’intelletto e che presuppone la natura razionale dell’uomo. Poiché l’uomo è un animale sociale, come ci dice già Aristotele (384-322 a.C.), la sequela di Nostro Signore Gesù Cristo e non solo non contraddice questa natura, ma la esalta, ponendo il credente all’interno di una società perfetta, istituzionalizzata e con un suo diritto interno vigente: il diritto canonico.

I modernisti, nella loro ansia tutta protestante di sottomettere la Chiesa allo Stato, hanno la necessità di privarla della sua componente giuridica, per minarne alla base l’indipendenza e per eliminare, al suo interno, ogni remora ad un esercizio arbitrario del potere, nell’ambito della riduzione di tutta la vita di Fede a puro sentimentalismo, sotto la copertura della cosiddetta «prevalenza dell’amore». E, sulla strada dello smantellamento del diritto canonico, il regnante Pontefice ha impresso una accelerazione impressionante; si pensi, titolo di esempio, alla palese violazione di ogni norma del diritto canonico nella repressione dei Frati Francescani dell’Immacolata o nello smantellamento del diritto matrimoniale, soprattutto con riferimento alle declaratorie di nullità.

In questa cornice, l’equiparazione della Chiesa cattolica ad una università risulta un ulteriore passo sulla strada della degiuridicizzazione.

Ancora più grave, però, è l’aspetto contenutistico del documento. Non ci possiamo soffermare, per ovvi motivi di spazio, su tutte le affermazioni palesemente contrarie alla dottrina cattolica ed alla Fede e, quindi, a parte sottolineare, per inciso, come tutto il testo insista, ove in maniera esplicita ove in maniera implicita, sulla «nostra fede comune in Dio» (la minuscola è testuale), come se fosse possibile parlare di una comunanza di Fede senza una comunanza di contenuto della medesima, ci concentreremo su quello che ci appare il passo più grave.

«La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano».

Qui ci troviamo di fronte ad una vera e propria bestemmia!

Si può rilevare, incidentalmente, come porre sullo stesso piano le differenze «di religione» con quelle «di colore, di sesso, di razza e di lingua» sia un assurdo logico, in quanto queste ultime rappresentino una ricchezza ed una varietà di elementi complementari, mentre quelle di religione mostrano insuperabili elementi contraddittori, poiché certificano che esistono visioni del mondo differenti, che non possono essere tutte contemporaneamente vere: vera può essere, al massimo, una sola religione, mentre tutte le altre sono, inevitabilmente false.

Il documento afferma, quindi, che Dio abbia creato gli uomini, predestinandone alcuni alla conoscenza della verità e predestinandone altri, irrimediabilmente e “sapientemente”, all’errore; ma resta il fatto che Dio, dopo che avrebbe stabilito questa mescolanza di vero e di falso come cosa buona e, addirittura, «sapiente», ha comandato direttamente ai suoi discepoli, tramite l’Incarnazione della Seconda Persona della Santissima Trinità: andate «dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo»[2].

È di ogni evidenza che gli estensori del documento, almeno quelli di parte cattolica, attribuiscono a Dio la schizofrenia che li caratterizza: da un lato, insistono a definirsi cattolici ed a parlare di Dio, ma, dall’altro, eliminano ogni dimensione verticale ed ogni riferimento trascendente, riducendo quella che loro definiscono fede (qui la minuscola è d’obbligo!) ad un elenco di diritti e di rivendicazioni umane, giungendo a deformare persino i caratteri fondamentali della natura divina. Nel caso di specie, ad esempio, l’ansia di sottolineare il (presunto) diritto soggettivo di ciascuno ad avere il credo che vuole li spinge a trasferire addirittura a Dio questa loro contraddittorietà di ragionamento.

Non può esistere un diritto all’errore, perché riconoscere a qualcuno il diritto alle convinzioni erronee equivale alla più grande mancanza di carità nei suoi confronti, vale a dire quella di aiutarlo a comprendere la verità. «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo»[3]. Attribuire a Dio questa mancanza di carità è una delle più terribili bestemmie che mente umana possa concepire.

Questo documento, segna, nei confronti dell’Islam, un ulteriore cedimento, anche perché il rinnegamento della propria fede non ha lo stesso valore per un cattolico e per un musulmano. Il cattolico è chiamato a testimoniare coerentemente la propria Fede, fino al martirio e non ha alcun diritto, in nessun caso, di tradirla, modificarla, ometterne parti o, comunque, alterarne il contenuto e/o l’interpretazione; si pensi, ad esempio, alla durezza con cui la Chiesa dei primi secoli ha trattato lapsi[4].

Per i musulmani, invece, vige il principio della cosiddetta taqiyya, vale a dire il diritto e, talvolta, pure il dovere di nascondere la propria fede, dissimularla, negarlo pubblicamente o alterarne il contenuto, quando egli si senta, in qualche modo, perseguitato per la fede stessa; il danno che si teme di patire non deve per forza essere fisico (morte, lesioni…), ma può essere anche solo di carattere morale (cattiva fama, perdita di prestigio, peggioramenti di rapporti con gli infedeli utili…).

È, quindi, di ogni evidenza come il medesimo documento possa avere due valenze diverse: per il cattolico è un atto di apostasia e di bestemmia, mentre per l’islamico è una menzogna che può, addirittura, essere suo dovere compiere.

[1] Per società perfetta si deve intendere insieme di persone organizzato, che abbia in sé gli elementi che gli necessitano per sopravvivere e, quindi, non dipenda da altre istituzioni, con le quali, eventualmente, può intrattenere rapporti.

[2] Mt 28,19.

[3] Mt 28,19.

[4] Termine latino, che, letteralmente, significa «scivolati», indica i cristiani che, durante le persecuzioni dei primi tre secoli, hanno, per debolezza, ceduto ed hanno sacrificato l’incenso all’Imperatore.

Carlo Manetti | Europacristiana.com