Ritiro spirituale: Si grazie!

DOMENICA 14 LUGLIO 2019

RITIRO SPIRITUALE SUL NEVEGAL

“…VOI SIETE STATI CHIAMATI A LIBERTÀ”:

LIBERI PER SERVIRE

UNA CONCISA ANALISI BIBLICO-TEOLOGICO-PASTORALE DELLA LETTERA AI GALATI

A. INTRODUZIONE ALLA LETTERA AI GALATI
B. VI È UN SOLO, UNICO VERO EVANGELO: GESÙ CRISTO (CAPP. 1-2)
C. LA LEGGE È IL PEDAGOGO PER I CREDENTI PRIVO DI EFFICACIA SALVIFICA (CAPP. 3-4)
D. GESÙ’ CRISTO È L’EVANGELO CHE LIBERA (CAPP. 5-6).
E. CONCLUSIONE E UNA VALUTAZIONE PASTORALE.

A. INTRODUZIONE ALLA LETTERA AI GALATI

È una epistola di rilevante importanza, sia per i contenuti teologici, sia per le note autobiografiche di Paolo.

Essa ha avuto una parte strategica nei periodi di lotta della Storia della Chiesa come nel periodo della Riforma.

In essa è esposta, sebbene ancora in forma embrionale, la tensione dialettica fra legge e grazia, fra le opere e la fede nell’azione redentrice di Gesù Cristo (il tema sarà rielaborato in maniera più ampia nella lettera ai Romani).

La lettera nasce nella mente di Paolo a causa di un forte attacco dei cristiani giudaizzanti contro la sua persona e contro il suo insegnamento e la sua autorità apostolica. Paolo insiste su due punti fondamentali della sua esperienza cristiana:

  1. Riceve l’Evangelo per rivelazione diretta da parte del Signore Gesù Cristo.
  2. Riceve l’apostolato senza alcuna intermediazione umana.

I Galati sono pagano-cristiani appartenenti alle chiese della Galazia Del Nord, la cui popolazione possiede origini celtiche (le regioni di Pessinunte e di Ancira, oggi Ankara, fra il Ponto, la Bitinia e la Licaonia).

L’epistola è stata redatta nel terzo viaggio missionario intorno agli anni 52-53, sebbene sia proposta anche una data diversa, 55-56, probabilmente ad Efeso.

B. VI È UN SOLO, UNICO VERO EVANGELO: GESÙ CRISTO (CAPP.1-2)

La lettera ai Galati risalta l’antitesi tra legge e grazia.

Siffatta contrapposizione tra le opere e la fede balza all’occhio del lettore fin dalle prime righe della lettera.

Dopo il prescritto, in cui Paolo afferma l’autorevolezza del suo apostolato specifico e unico, ricevuto grazie all’esperienza del Signore risorto, l’apostolo rimane estremamente sorpreso e profondamente costernato nell’apprendere che i Galati hanno ceduto alle seduzioni dottrinali di sedicenti predicatori giudeocristiani, i quali imponevano alcune pratiche rituali anticotestamentarie (definite retoricamente “un altro evangelo”). Paolo ribadisce che è un unico Evangelo, anatemizzando colui il quale lo adultera. È significativo il fatto che per avvalorare l’autorità del suo apostolato, Paolo rievoca succintamente i vari passaggi della sua vita, che lo hanno condotto alla conversione, trasformatosi da persecutore a banditore dell’Evangelo verso i Gentili.

Uno dei testi più rilevanti di questi primi due capitoli è quello in cui si parla della presenza di Paolo nel Concilio di Gerusalemme nel 49 d.C. Paolo descrive l’incontro come un fatto privato con i maggiorenti della Chiesa, “Le colonne della Chiesa”, ossia Giacomo il Giusto, Pietro e Giovanni, dai quali ricevette l’approvazione dell’ortodossia della sua predicazione, ossia la giustificazione di Dio è per la fede in Gesù Cristo e non per opera della legge. Questa predicazione è rivolta ai Gentili. È prova di questa approvazione la stretta di mano in segno di comunione (v.9), non circoncidendo Tito, che era di origine greca. La forte convinzione teologica di Paolo lo costringe a rimproverare Pietro per la sua incoerenza di vita pratica e di ipocrisia, determinata dal fato che egli vive al modo dei Gentili, quando sono assenti i giudaizzanti e, allo stesso tempo, costringe i Gentili a giudaizzare, quando sono presenti cristiani giudaizzanti. La passione di Paolo per l’Evangelo che libera è enfatizzata, e non senza emozione, nella solenne confessione di essere una indissolubile unità con Cristo (cfr. Gal.2:20).

C. LA LEGGE È IL PEDAGOGO DEI CRISTIANI PRIVA DI EFFICACIA SALVIFICA (CAPP.3-4)

Nei cap. 3-4 Paolo sferza i Galati per la loro insensata apostasia dalla grazia. Essi vengono apostrofati “storti e insensati” per la loro defezione dalla grazia. Sono i capp. In cui è enfatizzata la contrapposizione tra la grazia e la legge.

I tali capp. È risaltato il mutamento di mente dei Galati, dall’esperienza della vita cristiana sotto la grazia a quella legalistica giudaizzante (cfr.3:1-5)

Paolo supporta la sua teologia della grazia con riferimenti biblici anticotestamentari, specificando la vicenda riguardante Abramo (cfr. 3-6-8).

La legge è in qualche modo una “maledizione“ per l’incapacità umana di osservarla (cfr. 3:11-14).

Paolo argomenta sulla vicenda di Abramo che credette alla promessa prima della promulgazione della legge.

La legge è solo un pedagogo, ossia ha una funzione didattica, ci insegna a osservarla, benché i precetti divini vengano disattesi.

Essa conduce a Cristo, che ci giustifica per fede. Cristo è il compimento della legge. Si è battezzati in Cristo, e ciò porta a essere rivestiti di Cristo.

Paolo continua la sua difesa del proprio insegnamento, riferendosi proprio alla Scrittura. Egli riporta una similitudine con l’ordinamento giuridico riguardante l’eredità dei fanciulli.

Paolo parla di tutela dell’erede nella sua fase di età adolescenziale. In generale, assoggettarsi alla legge equivale ad aderire ad un culto o a una vita religiosa determinata da calendari rigorosi scanditi da fenomeni cosmici e gli elementi del mondo (il sabato, la festività mensili…). Ma l’evento-Cristo porta a un superamento della schiavitù legalistica, per cui i credenti sono assoggettati allo Spirito del Figlio, che porta a gridare “Abbà Padre”. Paolo fa riferimento alla vicenda storica di _Abramo, come protagonista di due stirpi, quella della schiava e quella della libera: la schiava è Agar, la serva da cui ebbe Ismaele, e la libera è Sara, daci ebbe una discendenza provvidenziale di Dio (Isacco).

Le due donne sono citate in maniera figurata come simbolo della schiavitù legalistica e come simbolo della libertà, perché dalla progenie si avrà una discendenza che porterà a Cristo.

D. GESÙ CRISTO È L’EVANGELO CHE LIBERA (CAPP.5-6)

I capp. 5-6 sono capp. Parenetici, ossia capp. Esortativi con una enfasi cristologica sulla libertà che la fede in Cristo produce contro la stangante spiritualità cristiano-giudaizzante. Il ritorno alle vecchie pratiche rituali giudaiche fa sprofondare il Cristianesimo dentro uno spersonalizzante meccanicismo legalistico. È una fede senza Cristo (cfr.5:2). Si scade dalla grazia (cfr. 5:4).

Le pratiche legalistiche sono inutili di fronte all’eccellente evento-Cristo, a cui ci si accosta per fede mediante l’amore.

Ciò che conta nella fede è lo scandalo della Crocifissione. Si è chiamati alla libertà, la quale non è una critica alla legge, ma è il risultato dell’ubbidienza alla legge fondamentale etico-spirituale di Dio, le pratiche rituali sono state superate e abolite. Libertà significa morire al peccato (“siamo stati crocifissi con Cristo”) e vivere con Cristo che ha adempiuto la legge.

Dunque, un impegno etico-spirituale del cristiano, che nasce dalla volontà sbrigliata dal peccato, che sfocia nel servizio (cfr. 5:13-14).

Paolo con grande sensibilità spirituale e arguzia teologica fa risaltare ciò che l’uomo produce da sé con l’osservanza legalistica delle pratiche rituali anticotestamentarie, che il risultato delle opere della carne.

La libertà cristiana equivale a camminare nello Spirito, che richiama la Sequela Christi, producendo il Frutto dello Spirito.

Seguire Cristo significa identificarsi con la ignominiosa morte sulla croce di Gesù, attraverso cui la naturalità dell’uomo è inchiodata al legno maledetto (Gal.5:24).

Libertà significa camminare guidati dallo Spirito, che è un nuovo modo di seguire il Signore.

La libertà in Cristo conferisce al cristiano capacità di autodisciplina e di umiltà (cap. 6:1-2)

Paolo analizza particolarmente spaccati di vita vissuta comunitaria, in cui probabilmente vi erano casi di trasgressione della legge, a causa delle quali emergeva uno spirito moralista e giudaizzante.

La riprensione va esercitata con spirito di mansuetudine che è un frutto dello Spirito (5:22).

Se la legge non è relazionata e subordinata a Cristo il valore della legge di per sé è poca cosa. E chiunque abbraccia questa ideologia giudaizzante, ossia pensare di essere cristiani, mentre si è religiosi o “cristiani” senza Cristo, quindi non cristiani, sta ingannando sé stesso. Si è uomini in Cristo per assoluta iniziativa gratuita di Dio, al di fuori della quale l’uomo non avrebbe alcun valore da far valere di fronte a Dio. Ecco, l’assioma: prima esamina te stesso, e, in seguito, l’opera dell’altro. Questo significa che guardare la propria opera non equivale a una azione meritoria, ma di maturare la consapevolezza di essersi incamminato nella strada dell’amore. È interessante notare in questo quadro di vita comunitaria, in cui tutti i membri sono impegnati a portare i pesi gli uni degli altri e di intervenire nelle situazioni di grande crisi economica, vi è l’esortazione anche di supportare colui che è chiamato a insegnare la Parola di Dio nell’ambito di una autentica azione d’amore.

È enfatico il fatto che proverbialmente viene fatto risaltare l’azione nefasta del cristiano e quella assennata:

“chi semina carnalmente raccoglierà corruzione, ma chi semina nello Spirito mieterà vita eterna”. Ecco la misura del mietere bene: amare e fare il bene.

Paolo chiude la sua lettera con l’esortazione a vantarsi della croce del nostro Signore Gesù Cristo.

La realtà predominante della fede cristiana è essere una nuova creatura, vanificando il valore della ritualità giudaica e giudaizzante.

La dossologia rende più marcata il vivere in cristo “la grazia del Signore nostro Gesù Cristo, sia con il vostro spirito. Amen”.

E. CONCLUSIONE

UNA BREVE RIFLESSIONE PASTORALE

Attraverso uno sguardo panoramico dato alla lettera ai Galati, noi possiamo cogliere una serie di insegnamenti attuali per la chiesa di oggi.

Innanzitutto, esiste un solo evangelo, ossia Gesù cristo, morto per i nostri peccati e risorto per dare una nuova vita. Questo è l’Evangelo, potenza di Dio, che coraggiosamente il cristiano annuncia, perché è la vita per chiunque crede. Questo evangelo è privato di approcci legalistici, di sterili osservanze di pratiche rituali a cui si danno valori salvifici.

In secondo luogo, l’evangelo, che è potenza i Dio, irrompendo nella vita di chi sta dando il suo assenso, stravolge il suo modo di rapportarsi con la realtà interiore, quella intellettuale, morale e sociale. Si arriverà a dire: “ Nono sono più io che vivo, ma è che Cristo che vive in me”.

In terzo luogo, l’evangelo è portatore di libertà, ma non è una libertà, che inneggia all’anarchia, ma una libertà-schiavitù, ossia una libertà che si traduce in servizio nel vincolo dell’amore (cfr. Gal.5:13sgg.)

Infine, la libertà è sequela di cristo, che si traduce nel camminare nello Spirito di Dio, ossia nel camminare sostenuti dalla potenza del soffio vitale dello Spirito.

Ciò produce affrancamento e liberazione attraverso l’unione vitale con Gesù il quale è stato appeso al legno maledetto insieme al cristiano. Nella morte di Gesù, c’è la morte del peccato del cristiano, il cristiano fa morire il suo peccato, identificandosi con la morte di Cristo. E il cristiano muore ogni giorno al peccato (cfr. Mt.5:4 sgg.).

La libertà in Cristo oltre al servizio, conduce anche alla comunione in cui prevale l’umiltà e uno spirito mite, sia nella correzione del fratello, sia nella condivisione della propria esistenza con il suo quotidiano fardello di sofferenza, sia nell’esercizio pratico dell’agape, facendo il bene soprattutto a quelli della propria famiglia spirituale.

In questa concreta solidarietà nel farsi carico dei bisogni del fratello, è anche contemplato quello del sostengo di chi istruisce, ossia il pastore, il teologo.

La vita cristiana è essenzialmente esperienza della nuova creaturalità “su tutti coloro che camminano secondo questa regola sia pace e misericordia”.

Paolo Brancè | Notiziecristiane.com

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