Riyadh: libero il poeta palestinese Ashraf Fayadh, condannato per apostasia

In un primo momento al 42enne artista era stata comminata la pena capitale, poi commutata in otto anni di galera e 800 frustate. Il rilascio era previsto per l’ottobre 2021, ma è avvenuto solo nei giorni scorsi. La Corte di appello ribalta l’assoluzione di primo grado e infligge otto anni di carcere all’ex imam della Mecca, critico verso bin Salman.

Riyadh (AsiaNews) – Le autorità saudite hanno scarcerato – ben oltre la decorrenza dei termini – il poeta di origine palestinese Ashraf Fayadh, condannato nel 2016 a otto anni di prigione (e 800 frustate) per apostasia, con pena commutata rispetto alla prima sentenza che prevedeva la pena capitale. Secondo quanto riferisce il movimento attivista pro diritti umani Alqst, con base a Londra e una fitta rete di informatori nel regno wahhabita, il 42enne artista e intellettuale “la cui sentenza di condanna è scaduta nell’ottobre 2021”.

Le ragioni della decisione presa da Riyadh nei giorni scorsi sono al momento ignote e non risultano dichiarazioni ufficiali sulla vicenda. Tuttavia, per molti fra parenti e amici è un momento di gioia e soddisfazione perché è fatta giustizia – sebbene in notevole ritardo – rispetto a un verdetto dei giudici arbitrario e autoritario. Secondo diverse fonti e movimenti attivisti, il rilascio di prigione risale al 23 agosto scorso.

Il poeta di origini palestinesi – è nato in Arabia Saudita da genitori rifugiati nativi di Gaza – è stato arrestato nell’agosto del 2013, dopo che un cittadino saudita lo ha accusato di fomentare l’ateismo e diffondere idee blasfeme. Viene rilasciato il giorno successivo, ma imprigionato di nuovo nel gennaio 2014 e incriminato per apostasia.

Attivisti e ong internazionali affermano che le accuse sono legate alla sua attività artistica e alla sua collezione di poesie – Instructions Within, pubblicata nel 2008 – in cui secondo i critici mette in dubbio i dettami della religione e diffonde idee legate all’ateismo. Le autorità di Riyadh lo hanno anche processato per aver violato la legge contro il crimine in rete scattando e conservando foto di donne riprese in pubblico sul suo cellulare. La sentenza di condanna a morte risale al 17 novembre 2015, poi commutata nel febbraio dell’anno successivo in otto anni di prigione e 800 frustate, comminate in 16 riprese, nel novero di un processo giudicato da molti “deplorevole”.

Nel corso della sua attivista di artista e intellettuale, Ashraf Fayadh aveva rappresentato il regno saudita alla Biennale di Venezia del 2013. I testi dei poemi trattano fra gli altri della condizione dei rifugiati palestinesi, di esilio, di questioni amorose, della morte e, più in generale, del sentimento di assenza. Le sue opere, in arabo, sono state tradotte in francese per avere un respiro ancor più internazionale. In una occasione egli ha scritto: “Casa: una carta scivolata in un portafoglio. Denaro: carta su cui sono stati disegnati ritratti di leader. Foto: ti rappresenta fino al tuo ritorno. E il ritorno: un mito… menzionato nei racconti delle nonne”.

A fronte di una scarcerazione eccellente, in questi giorni si registra anche la condanna di una personalità di primissimo piano del regno wahhabita. La Corte di appello ha infatti comminato 10 anni di galera all’ex imam della Mecca Sheikh Saleh al Talib, rovesciando l’assoluzione dei giudici di primo grado. Il primo arresto risale al 2018, peraltro senza motivazioni ufficiali e dopo aver diffuso un sermone critico verso l’Autorità generale per l’intrattenimento, ente governativo preposto alla riforma dell’industria dell’arte, dello spettacolo e degli eventi che ha ricevuto un notevole sviluppo negli ultimi anni. La condanna degli eventi, definiti devianti rispetto alla visione radicale e wahhabita dell’islam, non è stata certo apprezzata da Mohammed bin Salman, la mente delle riforme degli ultimi anni, il primo ad aprire a cinema, concerti e spettacoli. Attivisti e ong pro diritti umani riferiscono che l’ex imam della Mecca è solo una delle decine di persone, anche membri della famiglia reale, finiti in cella o scomparsi per l’opposizione al principe ereditario.

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