SE IL DIALOGO A TUTTI I COSTI DIVENTA UN IDEOLOGIA PERDENTE

A seguito degli efferati accoltellamenti islamici in Turchia e Londra, questa la riflessione di Francesco Maggio (esperto della religione e della cultura islamica) intitolata “Se il dialogo a TUTTI i costi diventa un’ideologia perdente”.

L’Europa e la Turchia, recentemente, sono nuovamente macchiati da omicidi nel nome dell’Islam:

• Il 22 novembre scorso un pastore sudcoreano è stato pugnalato nella Turchia sud-orientale.

• Il 29 novembre due promettenti giovani studenti inglesi sono stati pugnalati a morte, colpevoli di non essere musulmani.

Lo scorso Capodanno un somalo 25enne aveva pugnalato tre persone, incluso un poliziotto, alla Victoria Station di Manchester.

La lista potrebbe proseguire…

Gli “attacchi” da accoltellamenti islamici al London Bridge non riguarda certo solo il Regno Unito ma tutta l’Europa.

L’organo di stampa, “Analisi e difesa” in data 3 dicembre,  riporta così:  ‘Su questo fronte la situazione potrebbe peggiorare con il possibile rientro o infiltrazione in Europa di parte delle centinaia di miliziani dell’Isis fuggiti dalle carceri curde nel nord della Siria durante l’attacco turco dell’ottobre scorso. Ankara e le autorità curde stanno espellendo molti “foreign fighters” prigionieri e i lori famigliari (inclusi gli orfani di guerra) verso i paesi di origine tra i quali il Regno Unito.

Va infine rilevato che in Gran Bretagna è in atto da anni un vero e proprio boom degli attacchi con armi bianche, per lo più coltelli e machete, concentrati soprattutto a Londra, Manchester e Birmingham, dove sono presenti le più nutrite comunità musulmane e dilaga il fenomeno delle gang giovanili. Nel 2018 è stato registrato il record di accoltellamenti con 285 omicidi mentre questo tipo di crimine è aumentato del 43 per cento negli ultimi tre anni’.

ISIS: quando l’ordine di colpire con i coltelli partiva da Al-Baghdadi nel 2016

Come mai dunque il discorso del califfato possiede una tale forza di appello, un’attrazione che porta a simili conversioni entusiaste? E come mai nell’avversario, noi, provoca sarcasmo, invettive?

Come mai siamo colti di sorpresa di fronte a questa forza? Noi occidentali ci vantiamo della forza del dialogo in politica. L’occidente ama l’ossessione del dialogo tra Stati come rimedio all’uso della forza e il migliore, come antidoto alla guerra. Il dialogo come fondamentale moneta di scambio che regola e dia successo alla gestione politica nei ‘palazzi di vetro’.  La politica internazionale si fonda sul dialogo. Si ricorre alla forza come ultima risorsa di persuasione e quando si è riusciti a sottomettere qualcuno (ad esempio esportando la democrazia con le armi) bisogna dimostrare a chi abbiamo maltrattato che lo abbiamo fatto per il suo bene. Il dialogo umanitario come incursione diversa, corretta politicamente e pacifica senza scontri armati necessariamente; come esempio diciamo che esportiamo la democrazia nei paesi totalitari. Intanto il dialogo é arrivato in prima linea in tutte le nostre transazioni politiche, interne o esterne. Il dialogo, dalla nostra prospettiva, è diventato il nostro valore. Il califfato però non è d’accordo con questo surrogato.

Agli occhi del califfato noi miscredenti (kafir) siamo soltanto diventati deboli di carattere utilizzando il dialogo come viatico di scambiarsi opinioni e dove nessuno vince (…ci mancherebbe!!) se non persuadiamo qualcuno alle nostre idee, affermiamo di accontentarci di riconoscere che possiamo convivere con “d’accordo che siamo in disaccordo” (inglese: ‘we agree to disagree’).  Quando il Riformatore, Lutero, decise di opporsi alla Chiesa di Roma, non vi andò con “we agree to disagree”; l’appello proveniente da Lutero che non accettava compromessi e opponeva a una retorica del dialogo una retorica dell’appello ai valori più sacri (la sua Tesi), che intima ciascuno di scegliere e assumersi la responsabilità a unirsi a raggiungere tale sacro appello. 

DIO stesso è stato il primo nella storia dell’uomo, a rivolgere il Suo appello alla conversione ad Adamo ed Eva, il Suo desiderio di amare, salvaguardare, proteggere l’uomo; e supplicando l’uomo a corrispondere a tale appello, all’amore verso di Lui.

I profeti della Bibbia ricorrevano agli appelli principalmente facendo leva alla conversione, proclamazione all’uomo e il destino dell’uomo (ad esempio Matteo 28:19-20; Ebrei 1:1-3), in tre forme retoriche.

Il filosofo Salazar, direttore del Collège International de philosophie di Parigi e professore emerito di Retorica all’Università di Città del Capo, ha affermato:

“Oggi siamo prigionieri dell’appello nell’ideologia del dialogo come un tipo di salvatore assoluto, creato a nostra immagine e somiglianza, in ogni situazione, dalla famiglia allo stato; siamo dunque diventati incapaci di adottare anche una differente posizione. Contro la tentazione dei nostri giovani jihadisti proponiamo il dialogo e la psicologia ma non abbiamo un appello migliore del califfo”. 

L’appello proveniente dal califfato, nella sua struttura, il suo effetto richiama all’appello che non accetta compromessi con il mondo Dar-al-Harb (territori da conquista) e reprime ogni dialogo di accomodamento con noi nominati senza complimenti, infedeli. Ci siamo messi in posizione asimmetrica rispetto al Califfato? Parrebbe proprio di sì!

Il Califfato, nel frattempo che noi ci risvegliamo dal sonno, penserà a inasprire la demarcazione, chiama le persone a una scelta; ricorre all’uso sapiente della retorica populista anti-occidentale, anti-laica, anti-cristiana.

Il Califfato e terrorismo islamico camminano di pari passo. I metodi del populismo ben sfruttati sono sempre stati il mezzo per dividere i popoli: l’oppresso e l’oppressore; lo sfruttato e lo sfruttatore; l’emarginato e l’emarginatore, il popolo da un lato e ‘i cattivi’ che abusano del popolo dall’altro.

Grandi populisti, geni della comunicazione retorica e dell’appello a unirsi per combattere, ricordiamo Hitler, Mussolini, Stalin e oggi ISIS. I metodi sono diversi oggi, perché al populismo di stampo verbale si aggiunge l’utilizzo geniale del digitale con utilizzo di video, proclami in rete e alla televisione.

Lo scopo è di smascherare, distruggere, combattere il nemico, accentuare la frattura fino a mettere l’individuo di fronte ad una scelta binaria. Entrami, radicalizzazione e jihad, equivalgono l’appello a combattere gli infedeli. Fino a una coscienza di guerra collettiva. Nasce gradualmente una guerra collettiva, l’insurrezione spontanea di certuni che, non sempre agiscono con gli ordini dall’alto, e improvvisamente scendono per le strade con armi bianche. Il fine, la conquista del territorio di Dar-al-islam.

Mentre per noi occidentali il dialogo é un valore, per il califfato l’appello ad assumersi la responsabilità e la conversione alla religione araba è un valore. E’ evidente che l’appello del califfato contrasta con la nostra cultura del dialogo, del relativismo e dell’anarchia morale, in cui tutto è permesso.

Dall’altra parte, però noi occidentali abbiamo scoperto un’altra guerra ideologica: la guerra delle parole, che non più si possono usare parole che si potevano pronunciare fino a 10 anni fa nel nome del politicamente corretto a tutti i costi, uno a voler negare la realtà che ci circonda. Al punto che dobbiamo recuperare terreno dentro casa nostra.

Francesco Maggio

Esperto della religione e della cultura islamica

Autore pubblicazioni e di vari saggi afferenti

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