SEGNALI PROMETTENTI PER LA COOPERAZIONE TRA AMBIENTALISTI E DIFENSORI DEL DIRITTO DEI POPOLI

Recita un antico proverbio, a volte citato come basco o bretone, altre come gallese o tirolese (insomma: universale): “Il pessimista è un ottimista che si è informato”. Oggi come oggi aver perso le speranze mi pare legittimo.

Perlomeno da parte di chi sognava “terre nuove, mondi nuovi”. Con un percorso (a volte contorto e non privo di contraddizioni) iniziato magari nel 1966 (vedi l’alluvione di Firenze, ma confesso che scoprendo la mia giovane età venni rispedito a casa dagli scout a cui abusivamente mi ero aggregato) e proseguendo tra alti e bassi a fino a Genova 2001 (ah! L’odore dei gas CS al mattino…) e oltre…

E tuttavia qualcosa, un briciolo di speranza, rimane. Magari pensando a persone come Greta Thunberg che – se pur giovanissime – danno l’impressione di aver preso ben più che “coscienza” dei problemi planetari. A quanto pare, un raggio di luce nelle tenebre.

Quanto a quella parte di “sinistra” che storce la bocca direi soltanto di prendere esempio dalla attivista svedese su due questioni fondamentali: la scelta vegetariana e il boicottaggio degli aerei. Sarebbe comunque un buon inizio.

Il mese scorso, insieme con altri ambientalisti, Greta aveva partecipato a Stoccolma a una manifestazione di protesta per l’assassinio di Nagihan Akarsel, la giornalista e femminista curda uccisa il 4 ottobre nel Kurdistan del Sud da una squadra della morte. Dichiarando apertamente che “le nostre lotte non sono scollegate”. Ci pareva cosa buona e giusta voler coniugare le questioni ambientali, drammaticamente incombenti, con quelle dei diritti dei popoli.

Altro segnale confortante è venuto con la manifestazione di Vienna “per la Pace e la Giustizia climatica” contro la dipendenza dai combustibili fossili (26 novembre) nel quadro della marcia per il clima (climate strike). Vi hanno partecipato – insieme a diverse centinaia di attivisti per il clima e organizzazioni della sinistra austriaca – anche Feykom (associazione dei curdi che vivono in Austria) e movimenti solidali con lotta di liberazione curda.

Tra cui gli attivisti viennesi della campagna internazionale “Rise Up 4 Rojava” che promuove la costituzione di un ampio fronte di solidarietà con il Kurdistan. Sostenendo che “il movimento per la giustizia climatica e quello di solidarietà con le lotte in Iran e in Kurdistan devono operare congiuntamente”.

Nel suo intervento un portavoce di Rise Up 4 Rojava ha spiegato che “i regimi turco e iraniano si approfittano della dipendenza dell’Europa dal petrolio e dal gas”. Per questo vengono non solo tollerati, ma addirittura “corteggiati” anche dall’Austria. Recentemente una delegazione iraniana sarebbe giunta a Vienna per negoziare in merito al programma nucleare.

Quanto alla Turchia, il sindaco di Vienna (Michael Ludwig) si è appena recato ad Ankara per garantire il mantenimento degli accordi di cooperazione. Così come solo qualche mese fa il cancelliere federale austriaco (Karl Nehammer) e il presidente del Consiglio(Wolfgang Sobotka) avevano incontrato Erdogan e altri esponenti del governo turco.

Per Rise Up 4 Rojava è evidente che “per far cessare la cooperazione di Vienna con i regimi di Teheran e Ankara occorre uscire dalla dipendenza all’energia fossile”. Si è addirittura spinto oltre un portavoce di “System Change Not Climate Change” invocando l’espropriazione delle società per l’estrazione e la commercializzazione dell’energia fossile (vedi “Der Fachverband der Mineralölindustrie – FVMI”, l’Associazione dell’industria dell’olio minerale).

Ma allora c’è ancora qualche speranza? Forse…

Gianni Sartori

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