Strage di Gaza: geopolitica dell’indifferenza

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NEWS_209415Sia chi bombarda sia chi è bombardato pare privo di una strategia, di alleanze, né si vedono più mediatori. Chi riempirà il vuoto? L’ISIS, o la diplomazia russa?

A Gaza continua il massacro dei palestinesi. Le vittime hanno abbondantemente superato il centinaio: intere famiglie con donne e bambini (quasi che gli uomini invece meritassero la morte) distrutte dai bombardamenti criminali dell’esercito israeliano.I razzi di Hamas, intercettati dallo scudo antimissile di Israele, procurano – è comprensibile – qualche grattacapo alla popolazione, con pochi trascurabili danni.

Nonostante il fiume di sangue versato sembra tuttavia che israeliani e palestinesi siano al momento privi di una strategia precisa: più di un analista internazionale ha notato che l’impressione di fondo è quella di un test – condotto sulla pelle dei cittadini (palestinesi per lo più) – delle rispettive potenze di fuoco e delle possibili intenzioni di una parte e dell’altra.

Per la prima volta, del resto, il confronto tra palestinesi e israeliani avviene in assenza di tentativi di mediazione e di paletti posti da parte di altri Paesi. E’ circondato anzi dal silenzio, se non dal disinteresse, dei principali attori internazionali.

Un altro dato che emerge è la debolezza politica di Hamas,creatura dei Fratelli Musulmani adesso al loro minimo storico nell’Egitto di Al Sisi. Il nuovo presidente egiziano è arrivato a chiudere le frontiere ai palestinesi che fuggono dalla guerra, anche alle numerose coppie miste con passaporto egiziano. Ha lasciato passare solo i feriti più gravi, per garantire loro le cure in ospedale. E inviato a Gaza mezza tonnellata di aiuti umanitari.

Un ulteriore indebolimento di Hamas avrebbe senz’altro conseguenze catastrofiche sugli equilibri nella striscia di Gaza e in Cisgiordania, lasciando campo libero agli estremismi. In primis alle derive jihadiste dell’ISIS, che si è impadronito di una parte dell’Iraq e della Siria, rilanciando l’antico miraggio del califfato.

Difficile in una situazione del genere immaginare un eventuale mediatore. Di certo non Tony Blair, benché sia dal 2007 inviato speciale delle Nazioni Unite per il Medio Oriente, ormai privo dell’autorevolezza e della lucidità necessarie come confermato, se ce ne fosse bisogno, dalle sue ultime esternazioni.

Candidato papabile per la mediazione potrebbe essere Vladimir Putin, che ha senz’altro udienza con Netanyahu così come con il principale concorrente interno di Netanyahu, il ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman. Prorio il “sovietico” Lieberman, nato a Chisinau nel 1958, quando la Moldova faceva ancora parte dell’URSS.

di Adolfo Marino

Fonte: http://megachip.globalist.it/

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