Un bottino di guerra

Lo stupro, da tempo usato come arma nei conflitti armati, oggi entra anche nei dibattiti “da social”. Qualcosa sta cambiando, ma non è abbastanza.

Va di moda in questi tempi augurare ogni nefandezza a chi non condivide le proprie opinioni.  E se si tratta di una donna, che cosa le si augura? Di essere stuprata. È quanto chiedono sui social coloro che non tollerano che delle “femmine” osino manifestare solidarietà verso i migranti o i rom o gli omosessuali.

Tale mostruosità, che un tempo ci si sarebbe vergognati solo a pensarla, oggi la si urla, contenti di essere ripresi dalla Tv, ritenendo giusto che “quelle” che non vogliono stare con il branco meritino di ricevere una lezione “esemplare”. Una volontà di autonomia che sovente non si tollera in una donna e che sta alla base dei femminicidi.

Ma l’incitamento allo stupro è solo frutto di questi tempi di disorientamento etico generalizzato?

La pratica di infierire sulle donne c’è sempre stata. Nasce dal desiderio del maschio padrone di imporre la propria supremazia umiliandole sia fisicamente sia psicologicamente.

Ma non c’è solo questo. Da sempre la violenza sessuale è stata usata e si usa ancora come arma di guerra.  Già un rapporto del 1998 delle Nazioni Unite sull’argomento rilevava che in ogni tempo   chi andava a combattere era legittimato aconsiderare lo stupro un lecito bottino di guerra, che oltretutto aveva, e tuttora ha, importanti funzioni strategiche: seminare il terrore, disgregare le famiglie e le comunità ingravidando le vittime, oppure rendendole per sempre incapaci di procreare, contagiandole con malattie infettive, come in anni più recenti, con il virus dell’Aids.

Durante le guerre nell’ex Jugoslavia lo stupro è stato usato come arma per una “pulizia etnica”, soprattutto nei confronti delle donne musulmane. In conseguenza degli stupri di massa avvenuti in Bosnia, – si è stimato tra 20.000 e 50.000 il numero delle vittime – nel 2001 il tribunale dell’Aia ha stabilito che la violenza sessuale è un crimine di guerra contro l’umanità. Nonostante ciò, alle vittime non è stata ancora resa giustizia, se mai lo sarà.  E la tragedia continua oggi in Siria, in Libia, nella Repubblica democratica del Congo. In Nigeria Boko Haram,movimento fondamentalista islamico,rapisce le ragazze nei villaggi per farne schiave sessuali e merce di scambio o di compravendita. Identica tragedia è accaduta in città e villaggi yazidi. Nadia Murad, di etnia yazida, all’età di 21 anni è stata rapita dalla sua casa nella città di Sinjar, nell’Iraq settentrionale, e ridotta in schiavitù sessuale dai miliziani dell’Isis. Riuscita a fuggire dalla sua prigione, ha deciso di raccontare la sua dolorosa storia e di battersi contro gli orrori dello stupro come arma di guerra.

«A un certo punto non resta altro che gli stupri»ha raccontato Nadia nel suo libro*, «che diventano la tua normalità. Non sai chi sarà il prossimo ad aprire la porta per abusare di te, sai solo che succederà e che domani potrebbe essere peggio. Il passato diventa un ricordo lontano, come un sogno. Il tuo corpo non ti appartiene e non hai le energie per parlare, per ribellarti, per pensare al mondo esterno. Non avere più speranze è quasi come morire».

Per il suo impegno nel 2016 è stata nominata Ambasciatrice di Buona Volontà dell’Ufficio Onu contro la Droga e il Crimine e nel 2018 le è stato assegnato il premio Nobel per la pace, condiviso col ginecologo congolese Denis Mukwege, con questa motivazione: «Per i loro sforzi volti a porre fine all’uso della violenza sessuale come arma di guerra e conflitto armato».

Denis Mukwege è stato definito“l’uomo che ripara le donne”. Negli anni ha operato oltre 50.000 donne, ragazzine e anche bambine brutalmente stuprate:«Lo stupro non distrugge solo i corpi, – ha dichiaratoma spezza l’anima e rompe il rapporto con i familiari. I sopravvissuti hanno il diritto al sostegno che li aiuti a riprendersi completamente, e non solo per l’aspetto medico»

Per porre fine a questi delitti qualcosa si sta facendo, ma è una goccia nel mare.

Il 23 aprile 2019 il Consiglio di Sicurezza Onuha approvato con 13 voti a favore e due astenuti (Russia e Cina) una risoluzionevolta a combattere l’uso dello stupro come arma in guerra. Ma, per avere il consenso degli Stati Uniti, dal testo è stato eliminato ciò che riguardava l’assistenza alla “salute riproduttiva”, che significava il sostegno all’aborto per le vittime. Inoltre gli Usa, insieme a Cina e Russia, hanno imposto l’eliminazione diun’altra parte importante, quella relativa al monitoraggio e alla segnalazione di queste atrocità in guerra.

Amal Alamuddin Clooney, avvocata di Nadia Murad e attivista, ha dichiarato: «… sebbene la bozza sia un passo avanti, soprattutto nella misura in cui rafforza il regime di sanzioni per coloro che commettono tali crimini, bisogna andare oltre», perché «se questo organo non può prevenire la violenza sessuale in guerra, deve almeno punirla». La giustizia «non può avere una possibilità se le persone al potere, tra cui quelle sedute intorno a questo tavolo, non ne fanno una priorità», «c’è un’epidemia di violenza sessuale e la giustizia è l’antidoto. È il momento di farla diventare la vostra priorità e onorare davvero i sopravvissuti come Nadia Murad che hanno già sofferto troppo»Intanto gli stupri continuano ovunque ci sia un conflitto, ma non solo. Infatti a tale dramma si aggiunge quello delle migrazioni di coloro che fuggono da paesi devastati da guerre, carestie, povertà estreme e che nessuno dei paesi occidentali vuole accogliere. Ne è la prova il Memorandum d’intesa tra Italia e Libia firmato il 2 febbraio 2017 dove si prevede che Roma finanzi infrastrutture per il contrasto dell’immigrazione irregolare, formi il personale e fornisca assistenza tecnica alla guardia costiera e alla guardia di frontiera libica.

«Il governo italiano, appoggiato da quelli europei, ha sottoscritto un equivoco accordo con il governo della Libia a seguito del quale migliaia di persone sono finite intrappolate nella miseria, costrette a subire tortura, arresti arbitrari, estorsioni e condizioni di detenzione inimmaginabili nei centri diretti dalle autorità libiche»ha dichiarato Iverna McGowan, direttrice dell’ufficio di Amnesty International presso le Istituzioni europee. A queste parole si aggiungono quelle di Sarah Chynoweth, portavoce della Commissione Onu per le Donne rifugiate, che ha intervistato centinaia di sopravvissute all’inferno libico. «La violenza sessuale crudele e brutale, oltre alla tortura, è consumata come una prassi consolidata tanto nelle carceri clandestine quanto nei centri di detenzione ufficiali del Governo libico. Ma gli stupri sono perpetrati di routine anche durante gli arresti casuali e nell’ambito dei lavori forzati, che possiamo anche chiamare “schiavitù”, ai quali sono costrette le donne e gli uomini migranti».

Da quel 2 febbraio 2017 il governo italiano e l’Unione europea hanno fornito alla Guardia costiera libica imbarcazioni, formazione e ulteriore assistenza per pattugliare il mare e riportare indietro rifugiati e migranti in fuga disperata verso l’Europa.

Il mondo lo sa. Molti se ne dispiacciono, molti pensano che le vittime se la sono cercata. Altri dichiarano che non sono cose che li riguardano. Altri ancora sostengono che siano notizie false.

Le conseguenze di tali atrocità non scuotono le coscienze né di molti capi di Stato né di molta gente “perbene”. E quando la Storia giudicherà quanto non è stato fatto per impedirle, quali saranno le giustificazioni?

*Nadia Murad, L’ultima ragazza. Storia della mia prigionia e della mia battaglia contro l’Isis.Mondadori, 2017.

di Rita Sperone | Riforma.it

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