“Volevate essere invisibili, ma vi ho viste bene: siete il nostro Gesù quotidiano”

Una madre ringrazia le infermiere che hanno assistito sua figlia durante le cure per un cancro inguaribile: nella premura di custodire uno spazio di dolore alla famiglia, nella compagnia presente e silenziosa e nell’instancabile tenacia ha intravisto segni inequivocabili dell’abbraccio di Dio.

Anche se non è una notizia dell’ultima ora, la lettera scritta da una mamma di nome Shelby (si firma solo con il suo nome di Battesimo) riguarda uno scorcio quotidiano sempre attuale: la malattia e la vita tra le corsie di un ospedale. Ci sono reparti in cui si spera di non mettere piede, se capita la si vive come un’apnea da cui uscire al più presto. Eppure fa parte del vissuto quotidiano di tantissime famiglie e di altrettanti operatori sanitari stare lì dove il male colpisce duro. Come affronta ogni singola giornata chi lavora accudendo malati, magari piccoli, con poche speranze di guarigione?

Un amore più grande

Shelby e Jonathan sono i genitori di una bambina di nome Sophie, morta l’anno scorso dopo aver combattuto strenuamente contro un tumore invasivo e inguaribile. Ad appena due anni di vita la bimba scopre di essere stata aggredita da un Linfoma non Hodgkin a cellule T, seguono mesi di terapie pesantissime che non riescono a salvarle la vita.

Sulla tomba di Sophie i genitori hanno fatto scrivere: “Dio è più grande”. Questa voce detta il passo di come mamma e papà sono entrati nella via crucis della degenza ospedaliera e sono stati accanto alla loro figlia: con tutto il dolore possibile e immaginabile, ma con la finestra dell’anima aperta sul mistero di Dio, il cui disegno è indubitabilmente più grande anche quando ci sembra che l’orizzonte stritoli ogni nostra fibra.

E’ dura trasferire tutta la quotidianità di una famiglia in una stanza di ospedale e viverci molti mesi, farne un luogo di intimità, riuscire a rendere credibile la speranza in mezzo a tubi, macchine, profilassi estenuanti. E poi essere circondati da altre famiglie disperate, magari vedere la morte in faccia nella stanza a fianco.

Durante la degenza Shelby ha tenuto un diario della malattia di Sophie su Facebook, spesso i suoi post riportano passi del Vangelo o dei Salmi. Si intuisce un dialogo intenso con Dio dentro l’inspiegabile sofferenza di accudire una figlia gravemente malata: la preghiera è assidua e c’è una chiarezza intensa sul fatto che l’amore del Padre non verrà mai a mancare. “Se io resisto accanto a Sophie, chissà di cosa è capace Dio, il cui amore è immensamente più grande del mio”.

Riuscire a dire grazie

In quella stanza d’ospedale dove Sophie ha combattuto la sua battaglia durissima c’erano altre figure di passaggio che vivevano l’evolversi della medesima storia con occhi diversi e partecipazione non meno intensa: i medici e le infermiere.

Shelby, dentro quell’inferno familiare, si è accorta di loro. Ha trovato il tempo di scrivere una lettera di ringraziamento al personale che si è avvicendato nelle cure. E’ questo lungo post pieno di gratitudine che ha riportato la storia di Sophie agli onori della cronaca mediatica negli ultimi giorni.

Cari Pediatri e Infermieri,

vi vedo. Sto tutto il giorno su questa poltrona e vi vedo. Fate di tutto per essere invisibili agli occhi miei e di mia figlia. Vedo il vostro capo che si piega un pochino se lei si accorge di voi e si mette a piangere. Vedo che provate in tutti i modi di quietare le sue paure e fargliele vincere. Vedo l’esitazione che avete quando le fate una puntura o le dovete togliere i cerotti. (da Sophie The Brave, Facebook)

La lettera prosegue ad annotare tutti i gesti di premura, che potrebbero passare inosservati. Sembra una sorta di nascondino: ti ho vista! Tana! Ma che gioco è? E’ una lode alla cura invisibile, alla presenza dimessa di chi fa il proprio mestiere con l’attenzione di non violare l’intimità altrui.

Da una parte c’è una bimba che sa che l’arrivo dell’infermiera significa qualcosa di sgradevole, dall’altra c’è un’infermiera che è perfettamente cosciente di ciò e trova il modo di essere il più delicata possibile. Anche entrare in una stanza, che è quasi una casa di famiglia, è come varcare uno spazio intimo e sacro; non è scontato incontrare personale medico che abbia rispetto anche di questa dimensione e si adoperi per essere invisibile.

Voi dite “scusa” più volte di quanto la gente vi dica “grazie”. […] Per 12 ore al giorno mettete da parte tutto ciò che succede nella vostra vita e vi immergete nella cura di bambini molto malati e morenti. Controllate anche me, almeno quanto controllate mia figlia. Vi sedete e state ad ascoltare le mie divagazioni per decine di minuti, anche il telefono squilla e la lista di cosa da fare è lunga un miglio. […] Vi vedo stringere manine minuscole, cambiare lenzuola sporche, tradurre documenti medici ai genitori e asciugarvi le lacrime uscendo da una stanza particolarmente dura.

Un genitore trova risorse inimmaginabili per accudire un figlio, ma chi sceglie un mestiere che prevede il contatto quotidiano con la disperazione e sofferenza altrui da cosa prende forza?

Shelby prosegue nella sua lettera di ringraziamento a elencare le piccole premure quotidiane di cui è stata oggetto sua figlia ed è, forse, una presa di coscienza … un viaggio che prende sul serio l’ipotesi già ventilata da Calvino: quando ci si trova all’inferno ci sono due modi per non soffrirne.

Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. (da Le città invisibili)

Vi vedo. Vi vedo tutti. Voi siete il Gesù di ogni mia singola giornata. I nostri figli non avrebbero ciò di cui hanno bisogno senza di voi. Mamme come me non si sentirebbero al sicuro o capite senza di voi. State salvando la vita dei nostri bambini e noi non ce la faremmo senza di voi.

NURSE HOSPITAL

La gratitudine di questa lettera, oltre ad essere un’esplosione di bene che ha fatto commuovere il web, è una spia luminosa di altro. Non capisco fino in fondo come un genitore possa osare scrivere sulla tomba di un figlio: “Dio è più grande”; mi fermo molti passi prima.

Di fronte a ogni obiezione noi vorremmo capire, figuriamoci quando c’è in ballo la morte di un figlio. Vorremmo capirne il senso, vedere spiegata la verità come un lenzuolo bianco al vento. Quando però incontriamo storie ferite come quella della famiglia di Sophie e osserviamo uno sguardo cristiano alle prese con la morsa del male, ecco che il vedere, e non il capire, diventa il centro della faccenda umana.

Finché saremo fatti di carne e ossa non capiremo mai tutto fino in fondo. La vera benedizione può essere nella vista, è il privilegio del dolore offerto e messo in mano al Cielo. Il di più di Dio è questa capacità di contenere ancora più realtà attraverso la prova. Shelby ha dimostrato che la presenza di Dio dentro la sofferenza porta in dono non una comprensione chiara, ma una vista più spalancata … che non ha finito di scoprire, di stupirsi, di accogliere. La comprensione manca (perché mia figlia? perché la morte?), ma non manca un occhio che si accorge di segni che prima non scorgeva. E’ questo il campo di battaglia, è questo che possiamo strappare all’inferno del dolore: vedere meglio chi c’è accanto, e vederlo con gli occhi della gratitudine.

Annalisa Teggi | it.aleteia.org

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