Voltarsi indietro

«Fuggi per salvare la tua vita! Non guardare indietro e non ti fermare in alcun luogo della pianura; salvati al monte che tu non abbia a perire!». Genesi 19:17

Quella che stiamo vivendo è probabilmente l’estate più strana della nostra esistenza. Dalla fine dell’inverno siamo stati proiettati nell’incertezza totale da un nemico invisibile, che continua a mietere vittime nel mondo. Al di là degli schieramenti pro e contro, vero o falso, la realtà è profondamente mutata, nonostante molti si affatichino a vivere un’apparente normalità. Guardarsi alle spalle e scorgere l’assenza di alcuni è solo la punta di un iceberg di abitudini, programmi e attività che quest’anno si sono sciolti come ghiaccio al sole.

Forse anziché voltarci alla ricerca dei ricordi dello scorso anno, credo che la cosa più importante è essere qui a parlarne. Poterti domandare “Come stai?”, forse non ha così poco valore rispetto al cosa fai. Chi si interessa al tuo fare potrebbe essere solo curioso o invidioso. Si chiede a volte per mettersi a confronto, per misurare la propria condizione rispetto all’altro. Ma le due parole “Come stai?”, a volte banali e formali, possono invece racchiudere interesse, comprensione, vicinanza, partecipazione. Rivelano che qualcuno si preoccupa e si cura di noi.

Forse stai già facendo il bilancio di quel che poteva essere e non è stato. Al di là di quel che ti saresti aspettato, a guardarci attorno dovremmo essere maggiormente grati a Dio. Infatti, mentre scrivo, scorrono nei media e nei social immagini di quanto accaduto nella città di Beirut. Un vero scenario apocalittico, quello seguito a due tremende esplosioni. Un’altra tragedia che segna un anno che rimarrà per sempre nella memoria dell’umanità. Dio sembra aver voltato le spalle come fece con Gerusalemme ai tempi di Geremia: “Chi infatti avrebbe pietà di te, o Gerusalemme, chi farebbe cordoglio per te? Chi si scomoderebbe per domandare come stai?” (Geremia 15:5). Come scrive il profeta, non si tratta di un piano ordito dall’alto, ma la nefanda conseguenza di una vita senza Dio, il quale già più volte è venuto incontro a un popolo reticente, cambiando i suoi disegni per amore. Ma più Dio si mostra favorevole, comprensibile e accondiscendente, più l’uomo tende ad abusarne, al punto che nessuno ha più riguardo di lui, se non per accusarlo.

Dalla mia modesta prospettiva, resto fermo nel pensiero che “tutto coopera al bene”, e che lo sguardo a Dio va rivolto per affidamento e non ritorsione. “Non siate in ansietà per cosa alcuna, ma in ogni cosa le vostre richieste siano rese note a Dio mediante preghiera e supplica, con ringraziamento” (Filippesi 4:6). Purtroppo al di là di quello che paventano al vento degli urlatori, è necessario ed inevitabile che la nostra maturazione spirituale (santificazione) terrena, nonché l’ingresso nel Regno dei cieli debbano passare attraverso sofferenze varie. L’apostolo Paolo esortava gli Efesini a prendere l’intera armatura di Dio, “affinché possiate resistere nel giorno malvagio e restare ritti in piedi dopo aver compiuto ogni cosa” (Efesi 6:13).

Trovo molto attinente la storia rabbinica dell’aragosta: “L’aragosta è un animale morbido e tenero. Vive dentro un guscio rigido che non si espande mai. Come fa a crescere quando il guscio diventa sempre più stretto e scomodo? Quando ciò accade l’aragosta non può fare altro che liberarsene. Sentendosi sempre più sotto pressione e a disagio, va a nascondersi tra le rocce. Lì, più vulnerabile che mai, lascia andare il vecchio guscio e si adopera per crearne uno nuovo che possa adeguarsi alle sue necessità. Ad un certo punto, continuando a crescere, anche questo guscio diventa stretto e scomodo. Allora, torna sotto la roccia e ripete il processo, ancora e ancora. Lo stimolo che rende possibile la crescita dell’aragosta è la scomodità, il disagio, il dolore”.

Come l’aragosta occorre reagire crescendo. Ogni volta che superiamo un disagio, una difficoltà ne veniamo fuori più forti. Voltarsi indietro è sinonimo di rimpianto, lasciare il cuore a quel che è stato, piuttosto che gettarlo oltre l’ostacolo per nuovi percorsi e vittorie. Se l’aragosta potesse avere dei medici a disposizione, probabilmente le somministrerebbero dei farmaci per ‘sedare’ questo malessere e troverebbe una soluzione che possa far sparire il disagio e che la illuda di aver risolto il problema senza averlo realmente affrontato. Così facendo, non si libererebbe mai di quello che non va più bene per lei. Caro/a amico/a penso proprio che è tempo che andiamo a rifugiarci sotto la roccia di Cristo per liberarci di ciò che ci opprime per sviluppare un nuovo guscio per i giorni malvagi in corso e all’orizzonte.

Elpidio Pezzella | Elpidiopezzella.org

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