Ucraina. Bambini bombardati e passeggini regalati: dove l’umanità muore e dove vince

Non esistono guerre buone. Questo già lo sanno (quasi) tutti. Le immagini che però arrivano dall’Ucraina, dove il conflitto in corso da oltre due settimane si sta rivelando sempre più cruento, raccontano più di mille parole atrocità che eravamo abituati ad immaginare confinate in angoli remoti del pianeta oppure, ormai, solo nelle pagine dei libri di storia.

Tra tali atrocità, occupa senza dubbio un posto di primo piano la morte dei bambini. Ne sono stati uccisi già svariate decine in terra ucraina, in questi giorni, e la notizia, circolata nei giorni scorsi, dell’ospedale pediatrico bombardato a Mariupol non ha fatto che aggravare il senso di incredulità per crimini che, lo si ripete, non credevamo possibile si potessero nuovamente verificare in numeri simili; non in Europa, almeno, non a casa nostra.

Eppure, purtroppo, i fatti sono questi e non possiamo fare altro, sulla scia dell’attivismo diplomatico intrapreso dalla Santa Sede, che sperare che il cessate al fuoco arrivi quanto prima; questo nonostante il recente e sconfortante fallimento del negoziato tra Russia e Ucraina avvenuto in Turchia. Ciò detto, però, va anche ricordato come perfino in giorni segnati da morte e distruzione possano esserci – per quanto oscurate dal dolore – delle luci di umanità e di speranza.

Il riferimento è alla lodevole iniziativa di alcune donne polacche che hanno di loro spontanea iniziativa lasciato dei passeggini vuoti in una stazione di confine, a disposizione delle madri ucraine in fuga dal conflitto. Una decisione, quelle delle donne polacche, che parla di fraternità e di umanità profondissime, capaci di superare ogni barriera nazionale in nome di ben più profondi legami.

Il fatto notevole è che ci sono state – e ci sono – anche altre iniziative in supporto alle mamme ucraine. Fra queste merita senza dubbio di essere ricordata la raccolta fondi promossa del Movimento per la Vita italiano in favore delle donne in dolce attesa, costrette in questi giorni a gestire la gravidanza all’interno dei bunker oppure a dover scappare per rifugiarsi nei Paesi limitrofi come Polonia, Slovacchia, Ungheria e Romania; in entrambi i casi, con tutto il disagio e le difficoltà mediche, logistiche e psicologiche. Ebbene, risulta che in pochi giorni ci siano già state parecchie e significative donazioni.

Ora, che cosa insegnano tali iniziative? Essenzialmente una cosa, e cioè che neppure le brutalità di un conflitto possono recidere né eclissare il legame che l’umanità intera ha con la vita, e in particolare con la vita nascente. Non solo. Le donazioni e gli aiuti alle mamme sono anche la prova del fatto che, se si vuole già immaginare un futuro diverso – per l’Ucraina, per l’Europa e, senza esagerare, possiamo dire per tutto il mondo -, non c’è modo migliore che attivarsi affinché un futuro possa essere, ovviamente di pace, ma anche popolato.

Non è a questo proposito ozioso ricordare come, anche prima dell’invasione dell’esercito russo, l’Ucraina vivesse un terribile inverno demografico. Basti pensare a cosa ha scritto non molto tempo fa su Asia Times lo studioso David Goldman: «L’Ucraina sta scomparendo, per due ragioni. Ha uno dei tassi di natalità più bassi al mondo con appena 1,23 figli per femmina e uno dei più alti tassi di emigrazione al mondo. Nessun altro paese si è cancellato dall’esistenza in modo così deciso». Abbiamo dunque un motivo in più, davanti a parole così, per scorgere nel soccorso alle mamme ucraine non solo l’opposto della distruzione legata all’uccisione di innocenti e bambini, ma anche l’appassionata difesa del seme più prezioso: quello della speranza.

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