Blackout challenges: giochi o trappole?

ll nostro combattimento infatti non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti” Efesini 6:12.

E’ la seconda volta nel giro di pochi mesi in cui il sangue minorile macchia la cronaca italiana; ricordiamo a tal proposito la vicenda del bambino napoletano di 11 anni buttatosi dal balcone di casa in seguito ad una blackout challenge o challenge dell’orrore che si esplicita in giochi online che comprendono atti di autolesionismo e che possono includere il suicidio.

In questi giorni è invece una bambina di 10 anni di Palermo ad essere caduta nella trappola della blackout challenge lanciata da TikTok, un social network nato in Cina e che permette di registrare dei brevi video dalla durata massima di 60 secondi e aggiungere canzoni, suoni o voci da doppiare.

In questa particolare sfida vince chi riesce a resistere più a lungo possibile con una corda o una cintura al collo, sfida conclusasi per Antonella, la bambina palermitana, con la cintura dell’accappatoio stretta alla gola fino a soffocare nel bagno della sua abitazione.

A soli 10 anni sembra che la minore avesse già tre profili Facebook e almeno due su TikTok per un totale di 5 identità virtuali create dalla stessa bambina o da un qualche presunto adulto per lei.

Tra le decisioni conseguenti alla vicenda vi è quella del Garante della Privacy che ha disposto “il blocco immediato dell’uso dei dati degli utenti per i quali non sia stata accertata con sicurezza l’età anagrafica”, decisione che forse era necessario prendere già in precedenza visti anche gli allarmi lanciati già da tempo da parte di psichiatri e non solo sui pericoli a cui gli adolescenti sono esposti addentrandosi nel mondo virtuale.

Varie tematiche sono legate a tale vicenda come ad esempio la distrazione dei genitori o l’assenza di controlli sui device dei figli minorenni, l’effettiva necessità di avere smartphone per ragazzi di 10 anni e la ormai diffusa cultura della virtualizzazione delle relazioni così come dei giochi di società sintomo di una sempre più evidente solitudine del cuore. In tali contesti in cui tutto sembra virtualmente possibile a volte si giocano partite importanti e sottovalutate: il male trova spazio nel “che c’è di male”, nel “lo fanno tutti lo faccio anche io” e ultimamente tende ad infiltrarsi in modo meschino e camuffato nella mente e nelle attività della frangia più giovane della popolazione.

Angelo, il padre della bambina morta parla della figlia come brava e così ubbidiente che non aveva mai avuto la necessità di controllarle il cellulare; alcuni genitori possono sicuramente capire lo stato d’animo straziato di questo padre, altri possono solo immaginarlo, altri forse solo giudicarlo.

Rimane il fatto che dietro questi giochi virtuali spesso si nascondono trappole che possono ingannare anche i bambini più bravi e ubbidienti che arrivano a pensare di poter primeggiare ed essere realmente vincenti se hanno sempre più like e follower perché vincitori di tali sfide.

Si ritorna così al tema dell’identità, che è quella più attaccata in tutti i modi al giorno d’oggi: non hai bisogno di vivere realtà virtuali e partecipare a sfide estreme per sentirti vincente se trovi la tua identità in Cristo. Non sono i like e i follower che ti definiscono ma ciò che Dio dice di te e il suo amore per te e quando lo comprendi l’unica vita che vuoi vivere è la tua perché è sicuramente migliore di qualsiasi vita virtuale che non ti appartiene veramente né a 30, 40, 50 né a 10 anni.

“Essere popolare sui social è come essere ricchi a Monopoli” ma l’uomo  che nacque nelle condizioni di maggiore povertà ha cambiato la storia dell’uomo, quella vera storia di cui possiamo far parte.

Irene Rocchetti

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