Due strofe di un canto d’amore

Esattamente un anno fa, non avremmo mai immaginato di affrontare un anno simile al 2020. Un nuovo anno è appena cominciato. Quali incognite, problematiche e sfide dovremo affrontare? Saranno simili a quelle che hanno caratterizzato lo scorso anno? Non lo sappiamo. Tuttavia, in qualità di cristiani abbiamo sia la necessità che il privilegio di ricordare che non le affronteremo da soli.

Il salmo con cui ho deciso di iniziare le mie riflessioni intorno al 2021 è sicuramente il più famoso e costituisce uno dei brani biblici più conosciuti in assoluto a livello mondiale. Il suo autore, prima di divenire la guida del popolo di Dio, fu lui stesso un pastore e visse da protagonista tale ruolo. Poté quindi utilizzare questa immagine per raffigurare la relazione tra Dio ed ogni persona a Lui cara. Sappiamo che il suo autore è Davide, ciò che non sappiamo è se lo scrisse quando era un giovane pastore oppure quando era già un re, magari con molti anni di esperienza alle spalle. Pur non avendo una risposta biblica a tale quesito, la maggior parte dei teologi è concorde, insieme a me, nell’affermare che lo scrisse in età avanzata. Nel Salmo 23 non ascoltiamo le teorie dell’immaturità di un adolescente, ma la saggia consapevolezza maturata alla luce delle esperienze di una vita. Esperienze in cui, come uomo, fu colpito, umiliato e sostenuto. Aveva affrontato decine di guerre sui campi di battaglia, sperimentato grandiose vittorie e cocenti sconfitte, vissuto privazioni ed abbondanza, difficoltà e benessere, amore passionale e profondi tradimenti, intonato lamenti e canti gioiosi. Esperienze che cominciarono da giovane pastorello e proseguirono da re di un popolo il cui Pastore non era in realtà lui, ma Dio stesso.

Nel Salmo 23 non troviamo quindi la spensieratezza di un giovincello, ma la maturità dovuta ad una serie di esperienze pratiche vissute con Dio. Questo faceva la differenza. Ogni esperienza vissuta da protagonista ha unicamente un valore soggettivo e non necessariamente utile a chi ci circonda, mentre ogni esperienza in cui Dio è il vero protagonista diviene un incoraggiamento oggettivo anche per gli altri.

Il tema trattato nel salmo è mostrare Dio come il grande Pastore. Nella Bibbia, Dio paragona sé stesso o viene paragonato molte volte ad un Pastore. Ad esempio Giacobbe …

Genesi 48:15 Benedisse Giuseppe e disse: Il Dio alla cui presenza camminarono i miei padri Abraamo e Isacco, il Dio che è stato il mio pastore da quando esisto fino a questo giorno

Isaia 40:11 Come un pastore, egli pascerà il suo gregge: raccoglierà gli agnelli in braccio, li porterà sul petto, condurrà le pecore che allattano.

Come cristiani sappiamo perfettamente che Gesù attribuì a sé stesso tale ruolo in svariate occasioni e che il NT non fa che convalidare tale dichiarazione.

Giovanni 10:11 Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore.

Dio aveva promesso ad Israele un Pastore ed ha adempiuto tale promessa mediante Gesù, il buon pastore, che ha dato la sua vita per salvare ogni sua pecora e sostituirla nel giudizio che gravava su ciascuna di esse, a causa del loro peccato.

Ebrei 13:20-21 Or il Dio della pace che in virtù del sangue del patto eterno ha fatto risalire dai morti il grande pastore delle pecore, il nostro Signore Gesù21 vi renda perfetti in ogni bene, affinché facciate la sua volontà, e operi in voi ciò che è gradito davanti a lui, per mezzo di Gesù Cristo; a lui sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Il senso del “Dio … vi renda perfetti” è da intendere come preparati o formati, modellati per compiere le opere che lo glorificano; ciò sarà “operato” tramite Gesù stesso.

Questo salmo descrive pertanto il rapporto del Pastore con le proprie pecore, ossia quello che io e te abbiamo con Gesù.

Inoltre, nella Bibbia, l’uomo è spesso paragonato ad una pecora. La pecora è un animale debole e poco intelligente, bisognoso di cure, protezione e guida. Seppure non ci faccia molto onore, è l’animale che Dio ha utilizzato come simbolo sia per i propri seguaci che per coloro che, come gli israeliti, avrebbero dovuto esserlo.

Matteo 9:36 Vedendo le folle, ne ebbe compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore.

Mentre Dio, che è immutabile, non è soggetto a sentimenti che emergono e che mutano a seconda delle circostanze, Gesù, nella propria umanità, osservando la condizione dei peccatori lontani da Dio fu travolto dal dispiacere.

Mentre guariva le loro malattie realizzava che i bisogni spirituali delle persone che lo cercavano erano profondamente più grandi dei bisogni fisici per cui lo cercavano.

Il salmo tuttavia non ha una finalità evangelistica. Non descrive il momento in cui la pecora perduta viene ritrovata dal Pastore, come nella famosa parabola, ma il cammino che entrambi fanno insieme dopo tale ritrovamento. Infatti, è fondamentale accorgersi che questo breve salmo descrive una progressione. La certezza del versetto 6 è la diretta conseguenza dell’affermazione del vr. 1, la consapevolezza finale è condizionata dalla realtà di quanto affermato all’inizio. Non si può pertanto utilizzare come portafortuna evangelico, da appendere ai muri o ripetere a memoria in modo tale che quanto sperato poi si avveri. Rappresenta un cammino, il percorso di una vita. Se l’ultimo versetto fosse un “traguardo”, non lo si potrebbe tagliare se non si affrontasse la “gara” in tutte le sue tappe.

Il salmo mostra la cura costante ed amorevole che il Pastore ha per ogni sua pecora e la pace consapevole che ogni sua pecora realizza. Tale consapevolezza si esprime mediante

2 strofe di un canto d’amore

I. La dichiarazione d’amore – io ti amo, con te ho tutto (1)

II. Le 5 motivazioni – riposo, cura, protezione, accoglienza e benessere (2-6)

I. La dichiarazione d’amore – io ti amo, con te ho tutto

Salmo 23:1 Salmo di Davide. Il SIGNORE è il mio pastore: nulla mi manca.

Questo Pastore, come precedentemente affermato, è Dio stesso nella persona del Padre e del Figlio. Colui che controlla l’intero universo, padrone e datore della vita ad ogni essere.

Occorre tuttavia prendere questi concetti astratti e renderli concreti e pratici.

Troppo spesso, siamo così abituati ad utilizzare un linguaggio evangelico da essere ingannati dalle nostre stesse parole. Conosciamo a memoria le basi di una teologia sana e la ripetiamo a memoria in ogni occasione ci sembri adatta. Ma tali verità hanno un impatto pratico nella nostra vita? Una cosa pertanto è poter dire “il Signore è il pastore di Israele, oppure della sua chiesa”; un’altra è poter affermare “è il mio pastore”. È vero che il Pastore ha un gregge, sia a livello locale che universale. Tuttavia questo salmo ci ricorda che ogni singola pecora, realmente inserita in tale gregge, dovrà necessariamente avere questo tipo di rapporto con il Pastore. “Mio” rivela una relazione personale. Sottintende una scelta reciproca, che ha visto coinvolto per primo il Pastore cercando e ritrovando la pecora, ma in seguito anche la pecora stessa nel fidarsi ed affidarsi alle sue cure. Non illudiamoci quindi che una conoscenza teorica possa fare la differenza. Che imparare il salmo a memoria e ripeterlo alle persone lo renda magicamente “efficace”. Potremo realizzare che è nostro Pastore nella misura in cui io e te ci affideremo concretamente a lui. Tale scelta dichiara la nostra dipendenza da Lui. Essere dipendenti significa che non pretenderemo che gestisca la nostra vita secondo le nostre condizioni, perché è la pecora che segue il pastore e non il contrario.

Dobbiamo realizzare che abbiamo infinitamente bisogno della sua cura costante.

La pecora è un animale testardo, spesso si ribella alle cure del pastore e lui deve andare a riprenderla. La sua testardaggine mostra la sua stupidità, perché senza il suo pastore non sopravvive. Dio non l’ha creata fornendole strumenti di offesa o di difesa dai suoi naturali predatori, pertanto non è in grado di badare a sé stessa o di proteggersi.

Ma Davide è una pecora saggia, che ama il suo Pastore e si fida di Lui.

Affermando “nulla mi manca” sta dichiarando che non possiede alcuna reale necessità.

Eppure di prove ne ha passate molte, ma con tale frase vuole comunicarci che in ciascuna di esse il Pastore era con lui e nulla di ciò di cui aveva realmente bisogno gli è mai mancato. Non era realmente solo mentre dovette affrontare il gigante Goliath. Non era solo mentre Saul gli dava la caccia. Non fu lasciato solo neppure quando uccise Uria e commise adulterio con Bat-Sceba o quando il regno seguì il figlio Absalom durante la guerra civile.

Di che cosa ho bisogno realmente? Ho bisogno di sicurezza, perché spesso sono come una pecora, piena di paura e di incertezze. Se quindi saprò ascoltare la voce del Pastore che mi rassicura e mi protegge, se realizzerò che il datore della vita è dalla mia parte, se comprenderò che è Lui a gestire la mia vita e non “una serie di sfortunati o fortunati eventi casuali”, allora anche io come Davide potrò affermare “nulla mi manca” sapendolo anche motivare.

II. Le 5 motivazioni – riposo, cura, protezione, accoglienza e benessere

23:2 Egli mi fa riposare in verdeggianti pascoli, mi guida lungo le acque calme.

Spesso consideriamo dei ruminanti soltanto i bovini, eppure lo sono anche gli ovini.

In quanto ruminanti, hanno la necessità di trovare un luogo dove sdraiarsi e rimasticare tutto il cibo mangiato in precedenza, altrimenti non potranno mai digerirlo. Il pastore sa perciò quanto sia importante per le sue pecore riposare. Una pecora affamata non si sdraierà mai, ma quando riposa in verdi pascoli significa praticamente che ha la pancia piena.

Anche il tuo Pastore sa che hai bisogno di riposo e ciò avverrà unicamente se ti sarai nutrito a sufficienza. L’applicazione con la Sua parola è pertanto automatica. Il riposo e la guida divina non ci giungono unicamente mediante le circostanze che Dio sovranamente permetterà, ma anche mediante gli insegnamenti che non soltanto dovremo sentire con le orecchie, ma su cui dovremo riflettere continuamente affinché tali verità scendano nel cuore. Spesso ci illudiamo che tutto ciò con cui nutriamo il cuore ci faccia sempre del bene, mentre a volte ci avvelena. Se la Parola non cambia il nostro modo di pensare, desiderare ed agire non distingueremo mai un pascolo verdeggiante da uno arido e confonderemo acque travagliate con quelle calme.

23:3 Egli mi ristora l’anima, mi conduce per sentieri di giustizia, per amore del suo nome.

L’obiettivo del Pastore è produrre un progresso nella vita delle sue pecore. Il termine da noi tradotto con “ristorare”, in ebraico significa lett. ristabilire, riparare od aggiustare.

Davide, colpevole di omicidio e tradimento, conosceva perfettamente cosa significasse avere la necessità di essere ristorato ossia riparato. Sapeva di essere stato a volte una pecora smarrita che, a causa del suo peccato, si era allontanata dal gregge.

Tuttavia ogni singola pecora di Gesù, me e te compresi, prima di divenire tale ha vissuto condizioni che l’hanno devastata interiormente. Il peccato ha prodotto in noi l’incapacità di amare, pensare, volere ed agire secondo quanto Dio avrebbe voluto per noi. Ora Lui deve lavorare in noi affinché ci permetta di tornare ad essere sempre più simili al progetto originale. Con la conversione ha sostituito il cuore di pietra con uno di carne, ma deve insegnarci a farlo battere nel modo corretto, abbiamo bisogno che la nostra mente venga rinnovata e cambiata nei suoi ragionamenti, valori e scopi.

Ai tempi di Davide il pastore non spingeva le pecore, ma le guidava camminando davanti a loro. In altre parole le conduceva nel luogo che riteneva più opportuno per il loro benessere.

Anche il nostro Pastore ci “conduce” mostrandoci, attraverso la Sua parola ed il suo esempio, la strada più opportuna per noi. In altre parole Dio non vuole solo ripararci dall’interno ma anche produrre un profondo cambiamento di condotta. I “sentieri di giustizia” saranno pertanto luoghi in contrapposizione rispetto a quelli in cui ci trovavamo precedentemente, caratterizzati non solo da grossolane condizioni immorali, ma anche dalla moralità e dall’etica laica, secolare ed umanistica, ossia incentrata sull’uomo e non su Dio.

Lo farà “per amore del suo nome”, ossia per proteggere la Sua reputazione.

Isaia 43:25 Io, io, sono colui che per amor di me stesso cancello le tue trasgressioni

e non mi ricorderò più dei tuoi peccati.

Isaia 48:9 Per amore del mio nome io rinvierò la mia ira, e per amor della mia gloria io mi freno per non sterminarti.

Nei 2 versetti appena letti, Dio mostra l’essenza della grazia con cui si relaziona con Israele prima e poi con noi. Egli si impegna, malgrado la totale indegnità di Israele, a perdonare i loro peccati basandosi unicamente sulla propria fedeltà e giustizia, ossia sull’opera che il Servo, il Messia, compirà in favore del suo popolo.

Gesù pertanto, in qualità di Pastore, si è impegnato ad iniziare un’opera con noi e la porterà a termine al di là della condotta di ogni pecora stessa.

23:4 Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, io non temerei alcun male,

perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga mi danno sicurezza.

Tantissimi evangelici ritengono ed insegnano che, con un Pastore simile, le difficoltà saranno completamente evitate alle pecore di cui si prende cura.

Quando ci si trova poi ad affrontarle, la motivazione viene associata automaticamente ad una punizione o alla nostra mancanza di fiducia in Lui.

Al contrario, il suo progetto è immergerci in esse ed affrontarle insieme a noi.

Le pecore devono essere continuamente spostate da un luogo all’altro, altrimenti finirebbero per sradicare le radici dell’erba insieme all’erba stessa e non avrebbero poi più nulla da mangiare. I pastori in Israele, a causa della conformazione del territorio, dovevano a volte far percorrere al gregge anche sentieri pericolosi, sia per la possibile aggressione di eventuali animali feroci che per possibili precipizi in sentieri di montagna. Ovviamente tale immagine serve per mostrare come anche noi ci troviamo a volte ad attraversare delle valli oscure, delle situazioni difficili che ci terrorizzano. Stando a quanto afferma Davide non saranno luoghi mortali, ma che a noi appariranno come tali, come se non vi fosse alcuna speranza di uscirne. Eppure il Pastore ha la sua finalità nel farcele percorrere. Vuole farcele attraversare per condurci in luoghi migliori, per farci del bene.

Gli strumenti che utilizza per guidarci lungo tali percorsi sono il “bastone” e la “verga”. Se il primo era un’arma di difesa contro i possibili predatori delle pecore, il secondo era lo strumento con cui disciplinava le pecore stesse. Fatto con la caratteristica curvatura iniziale, serviva per afferrare per il collo le pecore che si allontanavano o per colpirle in caso di forte ribellione. Dio fa altrettanto anche con noi. Se da una parte possiamo godere della sua protezione, dall’altra spesso, senza alcuna ira o desiderio di vendetta, ci dovrà riprendere gentilmente o disciplinare severamente quando tenderemo a smarrirci.

A volte infatti le ombre di morte saranno condizioni indipendenti da noi, che Lui permette per farci crescere, altre volte saranno la conseguenza di scelte da noi testardamente compiute. In entrambi i casi, Lui sarà al nostro fianco. Quelle circostanze saranno sicuramente più grandi di me e di te, ma non di Lui. Noi non saremo in grado di controllarle, combatterle, gestirle, sconfiggerle, ma Lui sì.

23:5 Per me tu imbandisci la tavola, sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo; la mia coppa trabocca.

L’immagine continua mostrando come il Pastore sia anche un padrone di casa generoso ed accogliente, che unge i propri commensali. In ebraico, il termine “tavola” è associabile ad un pasto privato, un banchetto alla corte del re. Tale ospitalità è offerta davanti ai “nemici”, ossia durante le difficoltà e le prove. L’unzione nel Antico Testamento era sempre segno di benedizione oltre che di onore. Erano unti i re, i sacerdoti ed i profeti, ossia le categorie di persone che erano consacrate, messe da parte da Dio per Dio stesso. Una coppa traboccante rappresentava abbondanza oltre misura. Spesso i nostri occhi non sono in grado di realizzare tutta questa cura speciale di cui beneficiamo, perché valutiamo il benessere con gli occhi della società che ci circonda. Ma se realizzassimo che tutto è un dono della grazia immeritata, allora sapremmo vedere l’abbondanza anche nelle piccole cose. Chiediamo perdono al Signore per la nostra insoddisfazione.

23:6 Certo, beni e bontà m’accompagneranno tutti i giorni della mia vita; e io abiterò nella casa del SIGNORE per lunghi giorni.

Siamo arrivati al versetto conclusivo, il quale parla ancora di beni e bontà. Tutti vorrebbero sicuramente poter vivere quotidianamente in modo appagante e soddisfacente, tuttavia pochissimi sono disposti ad accettare che sia Dio stesso a fornire tali cose. Le persone vogliono i doni di Dio ma vogliono altresì che se ne stia ben lontano dalla loro vita. Molti altri cercano appagamento unicamente in soddisfazioni materiali effimere e che lasciano maggior vuoto di quanto ci si illudeva che potessero riempire. Solo chi ha imparato a dipendere totalmente da Dio, a fidarsi nonostante le circostanze che permette nella sua vita ed a credere che conosce nel profondo le sue reali necessità, saprà godere della bontà che ogni singolo giorno Lui stesso gli presenterà davanti. Queste benedizioni sono “certe”, quindi non assoggettabili alla fedeltà della nostra condotta.

In precedenza Davide ha parlato di buio, morte, nemici e disciplina ma, ciò nonostante, la sua vita sarebbe stata un viaggio entusiasmante in virtù della fedeltà del suo Pastore.

Il Pastore “buono”, che usa per ogni sua pecora la bontà che non merita, perché la trasmette mediante la grazia. Per tale grazia si ottiene la salvezza dal giudizio e sarà sempre lei a permetterci di godere di ogni altro tipo di benedizione divina.

Il termine “accompagneranno” in originale dà l’idea di una persona che viene inseguita da un animale molto veloce. È come se benedizioni e bontà divina fossero sguinzagliate da Dio stesso per raggiungerci con forza anche quando noi non ne siamo in cerca. Ma per noi non finisce qui. Davide considerava la possibilità di “abitare” nel Tempio come il momento di comunione più profonda con Dio. Ma alla luce della rivelazione del Nuovo Testamento possiamo affermare anche che le benedizioni ci inseguiranno fino a quando non ci avranno afferrato definitivamente, per portarci a stare nel luogo dove il Pastore dimora per sempre.

Il Salmo 23, ossia questo canto d’amore, ha descritto un cammino.

Ha affermato che le pecore di Dio vivono con la certezza del futuro attuale, caratterizzato dalla cura del Pastore e del futuro eterno, in cui realizzeranno la Sua presenza per sempre.

Il mio augurio è che anche tu possa affrontare il nuovo anno con tali promesse e consapevolezze, perché il salmo ha affermato che le benedizioni divine sono riservate unicamente per le sue pecore, non per tutti. Lui conduce solo quelle che lo seguono e lo conoscono, ossia sono intimamente amate da lui.

Un giorno, rispondendo a dei religiosi che si illudevano di essere dei seguaci di Dio, pur rigettandone il suo Messia, Gesù disse …

Giovanni 10:26-30 ma voi non credete, perché non siete delle mie pecore27 Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono28 e io do loro la vita eterna e non periranno mai e nessuno le rapirà dalla mia mano. 29 Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti; e nessuno può rapirle dalla mano del Padre. 30 Io e il Padre siamo uno».

Una pecora senza pastore è stanca e sfinita. Come ti senti realmente? Conosci personalmente questo Pastore oppure ti limiti a ripetere a memoria salmi che non rispecchiano affatto la tua vita? Puoi dire consapevolmente “Il Signore e il mio Pastore?”

Se puoi, tutte le meravigliose promesse di questo salmo, anche nel 2021, sono nostr

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