Il prezzo della sposa, la più antica forma di schiavitù

img-_innerArtFb-_forced-marriageDonne e bambine vendute all’asta nei mercati di schiave gestiti dall’Isis in Iraq e Siria, uteri affittati da coppie sterili che desiderano avere dei figli: due modi di usare il corpo femminile, di possederlo acquistandolo, come se si trattasse di una qualsiasi merce. Il primo è un acquisto a scopo sessuale: chi compra lo fa per avere rapporti con più donne, aggirando ad esempio – trattandosi di schiave – il limite delle quattro mogli prescritto dall’islam. Il secondo mira al potenziale procreatore femminile: chi disapprova lo definisce una forma moderna di schiavismo.

Sdegno e indignazione per i responsabili crescono man mano che nuove informazioni aiutano a capire la gravità delle violenze inflitte. Per motivi diversi, tuttavia, non c’è speranza per il momento di mettere fine allo scandalo.

Se almeno servisse a far finalmente conoscere al mondo una delle più antiche forme di schiavismo, millenaria, e a far aprire gli occhi sul dramma immane delle decine di milioni di donne, gran parte delle quali poco più che bambine, il cui potenziale procreatore, e produttivo, ogni anno viene messo in vendita e acquistato, pagato al prezzo pattuito dopo che come merci sono state contrattate: e che vanno ad aggiungersi a centinaia di altri milioni di donne nella medesima condizione.

Si chiama “prezzo della sposa”, è un’istituzione tribale diffusa in Africa e in Asia, condivisa da centinaia di etnie, disapprovata con scarso successo dai cristiani, recepita con alcune modifiche dagli islamici, ammessa insieme ad altre norme di diritto consuetudinario dalla costituzione di diversi stati. Per chi non lo sapesse, ecco come funziona. Presuppone innanzi tutto l’istituzione del matrimonio combinato che affida alle famiglie il compito di decidere i matrimoni, spesso senza consultare i figli e con facoltà di imporre loro la decisione presa, il che rende il matrimonio forzato. Dove si pratica il prezzo della sposa, le famiglie concedono in mogli le loro figlie in cambio di un compenso. Spetta al padre della sposa e al futuro marito (in passato, quasi sempre ai suoi genitori) contrattare l’importo (in denaro, bestiame, beni di consumo e di altra natura…). Il contratto matrimoniale viene concluso solo se si arriva a un accordo sul suo ammontare. Pagato il prezzo della sposa, un uomo acquista diritti permanenti sulla propria moglie e sui figli che essa genererà. Da quel momento è padrone delle sue facoltà procreative e di lei dispone a propria discrezione per tutto il resto della sua vita, a meno che decida di ripudiarla, nel qual caso ha diritto alla restituzione del prezzo pagato e al pieno possesso dei figli nati nel frattempo. La famiglia del marito vanta sulla donna gli stessi diritti. Ne conseguono istituzioni come, ad esempio, il levirato, che obbliga le vedove di un uomo al matrimonio con uno dei suoi fratelli o dei suoi cugini paralleli.

Molti mariti non approfittano del potere che deriva loro dall’aver pagato il prezzo della sposa. Ma nessuno ha da ridire se lo fanno. Molti mariti si rivelano una buona scelta. Ma agli occhi di un padre il fattore economico può mettere in secondo piano altre considerazioni, nel valutare un pretendente. Sarà poi la figlia a farne eventualmente le spese, senza poter contare sui propri genitori poichè questi vedono nella continuità di un matrimonio, a qualsiasi costo, la garanzia di non dover restituire il beni ricevuti.

La condizione più difficile è quella delle bambine sposate in questo modo: ogni anno circa 15 milioni, costrette a un matrimonio combinato e imposto dai genitori, con una persona che di solito a mala pena conoscono o che vedono per la prima volta il giorno delle nozze. Come è facile immaginare, ci sono conseguenze drammatiche: le morti durante la gravidanza e il parto tra le spose bambine sono 16 volte superiori a quelle registrate tra le donne adulte; il 40% delle spose bambine è analfabeta, quasi il 75% subisce violenze domestiche.

Di campagne contro i matrimoni precoci se ne sono fatte e se ne continuano a fare, ma con risultati deludenti. Una spiegazione sta proprio nel prezzo della sposa: per le famiglie, e non solo quelle povere, sapere che prima si dà in moglie la propria figlia e prima si incassa è un forte incentivo, a maggior ragione perchè più una sposa è giovane e più i pretendenti sono disposti a offrire.

L’istituzione del prezzo della sposa rende difficile impedire oltre ai matrimoni combinati, forzati e precoci, anche le mutilazioni genitali femminili: nelle società in cui si eseguono, nessun uomo è disposto a sposare una donna non mutilata e quindi una famiglia che omette di mutilare la figlia sa di perdere il prezzo della sposa, oltre all’onore.

Sradicare il prezzo della sposa, dunque, servirebbe, forse più delle campagne dirette, a demotivare alla conservazione di altre istituzioni, rendendole superflue in termini economici, e a promuovere dignità e diritti umani, per aver messo in discussione la riduzione delle donne a merce, oggetto di contrattazione e compravendita.

di Anna Bono

da: Lanuovabq.it/

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