Qualcosa ci sta sfuggendo

Beati coloro che si adoperano per la pace, perché essi saranno chiamati figli di Dio.

Matteo 5:9

Recenti fatti di cronaca in Italia e oltreoceano reclamano una pausa di riflessione. La violenza mortale nei confronti di un ragazzo levatosi a difendere un amico, l’assurda reazione dei familiari di Maria Paola sfociato in un tragico inseguimento, la mano amica di un tunisino che si leva mortalmente verso chi lo aveva sempre aiutato e assistito … e quanto a lungo si potrebbe continuare. Oltreoceano, quelli che dovrebbero garantire la pace in virtù dell’uniforme indossata sono da mesi al centro di vivaci discussioni. E se finora le tinte erano quelle del razzismo, l’episodio in Utah che ha visto vittima un tredicenne autistico, lascia fortemente perplessi. Il ragazzo in preda a una crisi di separazione dalla mamma, andata a lavoro, al suo ritorno è andato in escandescenza e la donna non riuscendo a gestirlo ha chiesto l’aiuto delle forze dell’ordine. Una volta arrivati, con quale criterio si intima a un ragazzo problematico di obbedire a degli ordini, e davanti al suo disattenderli, puntargli contro un’arma e sparare?! Cosa sta accadendo?

Di certo il comportamento criminale non nasce quasi mai come nel film “Un giorno di ordinaria follia”, da un soggetto che improvvisamente decide di fare una strage. Troppe vite nascondono come un fuoco sotto la cenere i tormenti di un drammatico vissuto. Semplicisticamente, e poi non tanto, potremmo sentenziare che ormai siamo alla fine dei tempi, ma questo non ci esime dall’affrontare problematiche che ci vedono pur sempre coinvolti. Volgere immediatamente lo sguardo al Cielo, lasciando sempre ad altri l’onere delle soluzioni, non è molto dignitoso. La nostra epoca è stata definita come l’epoca del panico, ossia della sensazione che tutto sia illimitato, senza più confini e dimensioni protettive e che non vi sia un nemico, per l’appunto, imputabile con certezza. Una società senza regole e valori, senza porti sicuri ai quali ancorarsi, ma non per questo necessariamente peggiore rispetto a quella passata. L’abisso del male ingoia e attira con i suoi vizi, e ogni virtù, regola o buona coscienza appare lontano parente di Don Chisciotte contro i mulini a vento. Per questo siamo sfidati a presentare la fede in Colui che può fare oltre la nostra immaginazione.

Nei nostri affanni, vorremmo che qualcuno si curasse di noi, anche con un banale “Come stai?”. Ma non sempre accade o è possibile. Dobbiamo invece guardarci attorno e osservare i segni dei tempi. “E, come essi continuavano ad interrogarlo, egli si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei»” (Giovanni 8:7). Ricordiamo la vicenda della donna adultera. Davanti al Maestro nessuno può levare accuse, anche quando ci sono le prove. Egli stesso non condanna, ma riabilita. Le parole di Gesù chiedono una maggiore flessibilità di giudizio. Senza discussione o reazione istintiva, il Maestro temporeggia e poi invita all’azione i suoi interlocutori. Il racconto evangelico sembra dirci che nessun reato può essere oggetto di sentenza capitale e che non si deve mai escludere una possibilità di recupero. Nello stesso tempo occorrerebbe andare alle cause scatenanti la colpa, capire le motivazioni, per poter intervenire non a condannare ma a recuperare. Purtroppo è più facile tirare le pietre per condannare quel che appare. Prendersi invece cura delle persone richiede tutt’altro sforzo, in alcune circostanze anche mettere a repentaglio la propria vita. “Beati i misericordiosi, perché essi otterranno misericordia” (Matteo 5:7). Te la senti di gettare la pietra ed abbracciare chi ha bisogno di aiuto? Sarai beato.

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