Carceri e fedi, il dialogo deve continuare

Un convegno domani 4 dicembre a Civitavecchia per tenera alta l’attenzione su un importante aspetto della nostra vita sociale, specchio dello stato di salute delle nostre comunità.

“Carceri e fedi – Percorsi spirituali, sociali e umani” è il titolo del convegno che si svolgerà martedì 4 dicembre nell’aula consiliare del comune di Civitavecchia a partire dalle ore 16.30.

Organizzato dalla rivista “Confronti” che al tema ha appena dedicato un numero monografico, e dalla Chiesa battista locale, da anni in prima linea in materia di politiche carcerarie, l’incontro si caratterizza per una folta presenza di relatori di religioni differenti, a significare quanto anche la popolazione carceraria, ovvio specchio del Paese, sia oramai una realtà mista, plurale, con necessità, bisogni e aspettative differenti e differenziate. Che spesso faticano a trovare il modo di essere esauditi. Per cui da padre Vittorio Trani, cappellano al carcere di Regina Coeli al presidente dell’Unione battista Giovanni Arcidiacono, dal segretario della Confederazione islamica italiana Abdallah Massimo Cozzolino al docente di fede ortodossa Massimo Piermarini fino ai rappresentanti dell’Istituto buddista italiano Soka Gakkai saranno vari e articolati gli interventi, ognuno con le proprie specificità, cui faranno da apripista i saluti istituzionali del sindaco della città Antonio Cozzolino, del vescovo della diocesi di Tarquinia-Civitavecchia Luigi Marrucci e del pastore battista Italo Benedetti. Centrali saranno le testimonianze dal carcere a partire da quella del maestro Marcello Silvestri che con i detenuti ha realizzato una serie di opere pittoriche che verranno esposte in questa occasione, cui seguiranno le parole del direttore generale dell’Asl Roma 4 Giuseppe Quintavalle, di Stefania Polo della Diaconia carceraria della Chiesa battista, dello psicologo penitenziario Mauro Gatti, di Letizia Quintas della Comunità di sant’Egidio e di Federico Santi dell’associazione “Venite e vedrete” Onlus.

Con il pastore Italo Benedetti abbiamo provato a ragionare sul perché sia urgente tornare o continuare a parlare di carceri e soprattutto di chi all’interno ci vive:

«Credo che anche su questo tema il nostro Paese stia vivendo una fase storica particolare, in cui le parole e le promesse di azioni punitive, direi vendicative nei confronti anche di chi commette reati tendono a prevalere rispetto all’ascolto, al dialogo, al confronto. Per cui la volontà è di tenere una fiaccola accesa anche su questo aspetto del nostro vivere sociale».

Spicca nel programma la folta presenza interreligiosa, segno dell’urgenza sentita da più parti di rendere davvero accessibile il carcere:

«Ormai nelle carceri sono presenti tutte le fedi, la società italiana è pluralista e il carcere ne è specchio a sua volta. Da questo punto di vista il carcere può diventare un laboratorio, un luogo di incontro e dialogo fra religioni»

Lo potrebbe diventare se fosse più semplice l’accesso al carcere, mentre in realtà paiono esserci per lo meno due binari differenti, in particolare con la chiesa cattolica. E’ così?

«Certo. Il carcere normalmente ha un cappellano residente e ciò facilita ovviamente molto le relazioni. Ci sono luoghi fisici per la preghiera cattolica, mentre per le altre religioni spesso si tratta di luoghi solitamente utilizzati per altri scopi e “prestati” alla causa di volta in volta. Molto, troppo dipende ancora dalla relazione che si instaura con il personale carcerario, con la direzione, con le forze di polizia, mentre esistono le regole che dovrebbero normare il tutto, ma vederle applicate è spesso difficoltoso».

Non credo sia casuale che il convegno si svolga proprio a Civitavecchia, città che vede la chiesa battista impegnata da anni in materia, è così?

«A Civitavecchia ci sono due grandi carceri, di cui uno di massima sicurezza, e la chiesa non poteva rimanere fuori da questa opportunità che si presenta nel sul ministero in questa città. Abbiamo fatto della necessaria formazione per i volontari, e nel carcere abbiamo iniziato diverse attività: visita ai detenuti che lo chiedono, (un ragazzo di Capo Verde si sta preparando con lo studio a distanza del corso della facoltà valdese perché vorrebbe diventare un evangelista); attività con l’arte, il maestro Marcello Silvestri legato alla nostra comunità fa un corso di pittura in carcere, che non è una terapia occupazionale, ma un vero e proprio percorso spirituale che poi si riversa nell’opera artistica, e il 4 dicembre durante la conferenza esporremmo le opere dei detenuti e si potrà vedere come dietro alcune di queste ci sono riflessioni di tipo spirituale. Poi incontri di preghiera, laboratori nella sezione femminile per la creazione di manufatti. Una presenza significativa e impegnativa insomma».

Una presenza che pare fondata molto sulla relazione umana da costruire. Le riforme promesse dall’attuale esecutivo paiono andare in una direzione differente

«C’è stata una virata su questo aspetto da parte del nuovo governo. Questo naturalmente preoccupa un po’ tutti gli operatori e gli interessati alla vita del carcere anche perché sembra provenire da un cambiamento di cultura, di animo della gente. Si è voluto in qualche modo creare di proposito l’idea che la repressione sia più efficace del resto, e pensare che le politiche in materia proposte dai precedenti governi non erano comunque eccelse. Ma ora pare vedere un disegno sistemico, evidentemente la repressione si vende meglio del dialogo e della comprensione».

di Claudio Geymonat | Riforma.it