Jonathan Galindo: chi è l’uomo col cappuccio?

E’ di pochi giorni fa la notizia del suicidio del bambino di 11 anni napoletano che prima di buttarsi dal balcone di casa

nel cuore della notte scrive ai genitori dicendo di scusarlo ma di dover seguire l’uomo col cappuccio, definito anche l’uomo nero.

Nessuno sa con certezza quale sia il vero motivo che abbia spinto il giovane a rinunciare alla propria vita, la Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni e le forze di polizia stanno indagando al riguardo e gli indizi, trovati grazie al sequestro del cellulare del ragazzo, sembrano sempre più portare alla pista dei cosiddetti “challenge dell’orrore”, giochi che si svolgono completamente online, che comprendono atti di autolesionismo e che possono includere il suicidio.

Nel dettaglio basta accettare una richiesta di amicizia e aprire un link che ti viene inviato come controrisposta, con cui puoi entrare nel gioco che comprende prove e atti molto duri come quello di incidersi sulla pelle con una lama le iniziali del proprio nome ma anche il famoso numero diabolico.

Ma la domanda che ci si fa è: chi c’è dietro queste challengedell’orrore? Sembra ci sia Jonathan Galindo, un personaggio che ricorda Pippo della Disney, inscenato da qualcuno che si è divertito a rubare la maschera creata da un famoso produttore cinematografico e ad usarla per giochi pericolosi.

Quindi, Jonathan Galindo è solo un personaggio non reale che presta la faccia a qualcun altro o qualcos’altro. Quindi chi è il colpevole? Si potrebbe incolpare i genitori che in generale devono stare più dietro ai loro figli, si potrebbe incolpare internet e la possibilità di entrare a far parte così facilmente di alcuni giochi, si potrebbe incolpare Jonathan Galindo per essere l’emblema di giochi pericolosi, etc..

Per sapere qual è la verità oltre ad investire tutte le energie nella ricerca di un colpevole in carne ed ossa quale “responsabile di un’azione o di un comportamento dannosi o riprovevoli”, si può andare alla parola di Dio: Efesini 6,12 “ll nostro combattimento infatti non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti”.

C’è un mondo spirituale che le persone del mondo ignorano e ciò non significa che non ci siano poi reali colpevoli, reali persone dietro i fatti; Dio ci ha dato il libero arbitro, condizione imprescindibile all’amore vero.

C’è un combattimento, che è stato già vinto da Gesù sulla croce; noi cristiani troviamo la nostra armatura nella parola di Dio e nel rapporto con il Padre e nonostante questo non è sempre facile godere della sua protezione e vittoria, figuriamoci chi non ha mai conosciuto neanche un po’ Gesù e non sa che potrebbe riconoscersi come suo figlio.

Secondo quanto emerso dalle indagini sembra che il bambinofosse sano e felice, praticava sport ed era perfettamente integrato; il ragazzo avrà forse iniziato a giocare così perché ne aveva sentito parlare, ci si è ritrovato senza sapere che tale “gioco” avrebbe condizionato la sua vita e la sua esistenza su questa terra.

Questo è il gioco del mondo, il gioco del principe del male, il volerti condizionare la vita e portarti per vie diverse da quelle che Dio ha progettato per te. Dio è amore, ci ama, ci ha creati a sua immagine e somiglianza, il vero bene viene da Lui; è importante che tutto il mondo lo sappia, anche i ragazzi undicenni, già in grado di intendere e volere e poter fiutare così il male e stargli lontano senza dargli autorità sulla propria vita.

L’autorevolezza genitoriale è in questo senso fondamentale, è necessario vivere sotto l’autorità di Cristo e insegnare ai propri figli a vivere a loro volta sotto l’autorità dell’amore di Dio, l’unico Signore, il nostro pastore che ci guida per il giusto cammino (Salmo 23).

Irene Rocchetti

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