Quando il prete è ludopatico

Nella nuova edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) si è aggiunta alle patologie psichiatriche la dicitura: “dipendenze patologiche comportamentali”. Il concetto di dipendenze comportamentali è stato descritto già a partire dal 2013 da Mark Griffith che definisce la dipendenza comportamentale sulla base di sei criteri o atteggiamenti che possono essere riassunti nell’incapacità di controllare non solo la pulsionalità del comportamento ma il senso e il significato che si cela dietro la sintomatologia. Se da psicologo e psicoterapeuta considero la sintomatologia, come cristiano non mi è indifferente la dicitura riportata da più manuali professionali, quale condotta caratterizzata dall’incapacità di resistere alla “tentazione persistente, ricorrente e maladattiva”. Parliamo di ludopatia, e quando la cronaca mette in primo piano la vicenda del prete veronese che ha giocato 900 mila euro dei fedeli ci si deve interrogare non solo sulla patologia ma sul vissuto religioso e spirituale del prete. Il quale risulta non essere stato l’unico del clero ad essere stato coinvolto. Eppure vi è una psicologia cristiana che mette accento alle tentazioni, a partire dalle tentazioni di Gesù nel deserto (Luca 4,1-13). Spesso ci si dimentica che le parole del vangelo possono essere una psicoterapia dell’uomo moderno, incapace di governare la sua pulsionalità (P. Riccardi, Parole che trasformano, psicoterapia dal vangelo. Ed Cittadella Assisi 2016). Ma è con la tradizioni cristiana dei padri del deserto che i principi della condotta umana sono esposti ad emblema di controllo della pulsionalità che non sempre è a servizio del ben-essere. Si citano i cosiddetti vizi capitali, quali comportamenti e gli opposti modi di essere per controllarli. In sintesi possiamo, riassumerli nel modo seguente:

1) Superbia. Chi ostenta superbia presenta una pseudo sicurezza e tende a sminuisce gli altri. Psicologicamente teme delusione e insuccesso per non accettare di essere simile agli altri tradendo l’assunto di essere tutti figli di Dio. Si oppone a tale comportamento l’atteggiamento dell’Umilità. “Vi assicuro che l’agente delle tasse tornò a casa perdonato; l’altro invece No. Perché, chi si esalta sarà abbassato; chi invece si abbassa sarà innalzato.” (Luca 18:14)

2) Accidia. Chi preso da accidia si lascia voluttuosamente nell’ozio rimandando impegni e responsabilità Psicologicamente si autoconvince che si tratti di comportamenti che non fanno male a nessuno, tradendo il prossimo e le proprie responsabilità. Si oppone a tale comportamento l’atteggiamento della generosità. Dio vi dà tutto con abbondanza perché siate generosi”. (2 corinti 9,11)

3) Lussuria. Chi vive di lussuria è orientato ai piaceri sessuali. Psicologicamente l’atteggiamento lussurioso non considera l’altro come persona, come essere ma come oggetto atto a realizzare le proprie fantasie perverse. Si contrasta con la castità quale scelta valoriale verso la persona. «Chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie» (1 Corinzi 7,33).

4) Ira. Chi è preso da ira non coglie l’occasione di manifestare rabbia e rancore. Psicologicamente l’iroso è intrattabile e suscettibile per qualsiasi cosa. Si oppone all’Ira la pazienza. «Con la pazienza si piega un principe, e la lingua dolce spezza dell’ossa».(Proverbi 25,15)

5) Gola. Il peccato di gola, generalmente inteso nel cibo, rappresenta la pura ingordigia ad avere di più. Psicologicamente la persona vive il senso della insoddisfazione per quanto ha e cerca di aver di più. Si oppone l’atteggiamento dell’essere moderato e temprato a godere quello che si ha. Il peccato di gola, più di ogni altro è legato ad un impulso irrefrenabile, a un’incapacità di moderarsi nell’oralità (alcol, il fumo, etc.). La radice di questo peccato è un desiderio d’appagamento immediato che trova risposta nel gioco patologico, quale compiacimento per qualcosa di materiale. «gli diedero da bere vino mescolato con fiele; ma egli, assaggiatolo, non ne volle bere» (Matteo 27,34).

6) Invidia. Costui non riesce a percepire la propria felicità proiettando, su altri, il desiderio che non lo siano in quanto la felicità altrui è fonte di personale frustrazione. Psicologicamente tende a sminuisce i successi quale fonte di ingiustizia. Caino uccise suo fratello per invidia (Genesi 4, 3-8). Si oppone all’invidia l’essere caritatevoli.

7) Avarizia. L’avaro vede nel senso del possesso l’amore per la vita e si misura con il detto: «Io sono ciò che ho». L’avaro pone il suo vivere nell’avere invece che nell’essere. Atteggiamento descritto bene dallo psicoanalista Erich Fromm nel suo capolavoro “avere o essere?”. Psicologicamente l’avaro si chiude agli altri per timore di concedere e diventa schiavo del suo stesso possesso. Non potete servire Dio e la ricchezza» (Matteo 6, 24), dice Gesù. Si oppone all’avarizia l’atteggiamento dell’essere premuroso e aperto per l’altro.

Con occhio clinico i vizi sono espressione di molti sbagliati comportamenti e atteggiamenti psicopatologici che una visione spirituale può ancora, all’uomo del terzo millennio, aiutare a gestire per il proprio senso di benessere. E’ chiaro che ci si aspetti, da chi ha aderito a certi principi e scelte di vita, una certa coerenza. Nel caso in esame quale vocazione del prete? (P. Riccardi, ogni vita è una vocazione per un ritrovato benessere ed. Cittadella Assisi, 2014).

Pasquale Riccardi | Notiziecristiane.com