TROPPO STUDIO È FATICA AL CORPO!

Perciò figlio mio, guardati da tutto ciò che va al di là di questo. Si scrivono tanti libri, ma non si finisce mai, e il molto studiare affatica il corpo. (Ecclesiaste 12: 12)

Qual’è l’oggetto di questa riflessione? Quello per cui il molto studio è fatica al corpo e spesso assenza di riposo per l’anima!

In altre parole, questa riflessione si concentra sul pericolo e sui rischi del molto studio.

Di solito lo studio serve a portare conoscenza; e la conoscenza è utile. L’effetto dello studio, quindi, dovrebbe essere quello di arrecare un beneficio a chi vi si dedica.

Ma l’attenzione qui posta riguarda la possibilità che lo studio possa – in certe condizioni – rivelarsi più dannoso che utile. Il principio e l’affermazione secondo cui lo studio non può che fare e portare del bene non è affatto assoluta e scontata.

In effetti, come possiamo vedere a partire dal versetto riportato nel sottotitolo, lo studio può anche arrecare un danno e rovinare la conquista del benessere, che dovrebbe costituire la vera ricerca dell’ essenza della vita.

In pratica si tratta da un lato di affrontare un dilemma e dall’altro di provare a sciogliere tale dilemma. Il dilemma seguente si può articolare nelle seguenti domande:

lo studio fa bene o fa male?

quando e come fa bene?

quando e come fa male?

Prendo un campo del sapere fra tanti, la filosofia;  un campo che si prefigge di puntare alla ricerca del sapere e attraverso questo alla ricerca della verità. Se così fosse in modo assoluto e certo allora bisognerebbe dedicarsi con tutte le energie allo studio di questo sapere, perché perseguire la verità sarebbe la ricompensa di ogni sforzo e sacrificio.

Ma se, nonostante gli sforzi profusi in tale campo (che è solo rappresentativo di ogni altro possibile campo del sapere – visto che lo studio e la conoscenza in generale dovrebbe rappresentare e portare allo stesso fine, che è quello di farci scoprire ciò che conviene ricercare e sapere per poter vivere meglio, scoprendo cose che possano esserci utili -), non si arrivasse a sentire il beneficio dell’anima (un riposo, una pace e una consolazione – benefici che possono venire da ciò che realmente fosse bene – ), restasse solo la fatica di cui parla il nostro versetto (la fatica dello studio) allora faremmo bene a valutare con attenzione tale sacrificio: per vedere se davvero valga la pena il sostenerlo (fino a che punto e a che prezzo).

Le tre domande in cui abbiamo rappresentato il nostro dilemma potrebbero, quindi, confrontarsi con quest’altra domanda:

lo studio è un sacrificio cui vale la pena dedicarsi in modo assoluto (se esso non porta al riposo dell’anima né dà pace allo spirito)?

Per sgombrare il campo da possibili e semplici domande che vorrebbero super-ficialmente trovare una facile risposta a tale questione, va detto subito che lo studio può essere utile (meglio sapere qualcosa di utile che non saperla), ma la questione qui trattata non è di questo (semplice) livello, ma di un altro ordine: qui si sta cercando di riflettere sul fatto se ‘il molto studio’ fa bene o fa male.

E per ‘molto studio’ intendiamo dire il continuo studio, la dedicazione totale del tempo e delle energie dell’anima e dello spirito allo studio. Un tale investimento, di tutto se stessi allo studio, va confrontato col senso del versetto che è riportato nel sottotitolo di questo articolo.

Il versetto in questione ripreso dal libro dell’Ecclesiaste (il predicatore, Salomone in questo caso) sembra dire: “Attento (figlio/figlia mio/a) al molto, al troppo, studio !

Non si sta dicendo di non studiare affatto, ma di stare attenti a non studiare troppo.

Ed è a questo avviso che vorrei collegarmi, al senso di questo avviso e avvertimento.

Ma in che senso questo versetto rappresenta un avviso e un avvertimento? Di solito, quando si danno degli avvisi e degli avvertimenti, lo si fa per mettere in guardia qualcuno da qualche pericolo o danno, affinché costui possa guardarsi da essi.

E qui il pericolo e il danno, a detta di Salomone, vengono proprio dal ‘molto studio’.

Qualche esempio e testimonianza del pericolo del troppo studio l’ ho visto in qualche persona che, a causa di ciò è, come si dice, “uscita fuori di testa” (perdendo l’equilibrio della mente e, con esso, il controllo anche del corpo).

In casi più lievi, ma più numerosi e possibili, si arriva all’esaurimento!

Quindi non è infondato il monito e l’avviso contenuto e proposto dal nostro versetto, che qui vuole guidarci nella riflessione relativa al fatto che il molto studio alla fine può fare più male che bene.

Consapevole del fatto che su questa questione si potrebbe costruire un dibattito che vedrebbe i tanti dividersi tra coloro che sostengono il dovere di studiare (ma qui nessuno sta dicendo che lo studio non sia anche un dovere) e coloro che potrebbero prendere questa riflessione quale spunto per sostenere la tesi del non dovere studiare con impegno (ma qui non si sta esaltando l’ignoranza), qui non si sta optando né per una posizione né per l’altra, quasi a voler dividere e confondere le posizioni.

Qui si sta cercando di capire il monito (perché in effetti di questo si tratta) del versetto in questione e della verità che c’è dietro tale avviso, per poi trovare l’equilibrio, ossia la giusta cosa, tra lo studio e il beneficio di questo sull’anima.

Il monito che ci è posto davanti e al quale credo conviene prestare attenzione riguarda il fatto di stare attenti al ‘molto studio’.

Capisco che è difficile concepire come lo studio possa essere messo in contrasto col benessere; capisco che sembra contraddittorio il fatto che mentre da un lato si dice che studiare è utile da un altro si affermi una cosa praticamente contraria (che cioè il molto studio può essere non utile, anzi dannoso).

Per questo serve una riflessione, che possa chiarire come ciò che in apparenza sembra assurdo e contraddittorio, invece, è tutt’altro che tale.

Ho detto inizialmente che avrei preso come esempio dei vari campi di studio e del sapere la filosofia (che in questo periodo sto ristudiando in vista di un concorso). Ebbene la filosofia (termine che etimologicamente deriva dal greco ‘philo – sophia = amore del sapere), che appare affascinante nel suo studio delle idee e del pensiero, porta sempre l’animo a percepire una sensazione di amore? Il sapere di cui parla la filosofia appaga sempre e sicuramente l’anima  e lo spirito? Porta a trovare quella pace che viene da Dio ? Se così fosse tutti i filosofi dovrebbero rendere testimonianza di aver trovato Dio e la sua pace per suo mezzo. Ma così non è.

L’amore del sapere filosofico coincide con l’amore della e per la verità rivelata di Dio (contenuta nella Sua parola, nel suo Logos)?

La filosofia presenta una pretesa e un rischio al tempo stesso: basandosi sul fatto di voler spiegare tutto attraverso l’uso della ragione umana, rinchiude tutto sotto la forma di tale tipo (umano) di ragionamento. E questa pretesa di metodo (l’uso esclusivo della ragione umana e della capacità di ragionamento umano (ossia la possibilità di mettere in un certo ordine e sequenza le idee)) potrebbe portare la mente e lo spirito dell’uomo anziché ad aprirsi a nuove idee e intuizioni magari provenienti dallo Spirito di Dio a precludersi a tale apertura, per limitarsi alluso delle sole “verità” procedenti dal frutto dei ragionamenti (umani), ossia dalla filosofia. [1]

Ora, seguire la filosofia equivale a seguire il lungo e faticoso percorso (dai filosofi antichi a quelli moderni) del pensiero umano.

Riflettendo sulla nota 1 appena inserita qui nel testo si può capire il senso del monito che il predicatore dell’Ecclesiaste ci mette davanti, ovvero quello di prestare attenzione al ‘molto studio’, ché è di certo una fatica al corpo (col rischio – a causa di uno studio troppo intenso – di un possibile esaurimento della mente e dello spirito), mentre non è altrettanto certo il suo effetto di ristoro per l’anima e per lo spirito.

Nel molto studio si può andare comunque incontro a un limite. Nel caso della filosofia, come dicevamo, poiché questa si basa sull’uso esclusivo della ragione (ovvero della visione umana sulla realtà), il limite può essere quello per cui dietro la parvenza dell’utilità dell’obiettivo di fare ‘aprire la mente’ – attraverso lo studio di questa disciplina – si può nascondere l’effetto collaterale di fare chiudere lo spirito alla ricerca della verità (che è la meta della ricerca del vero sapere (‘amore del sapere’ finalizzato alla scoperta e al raggiungimento della Verità)).

In pratica la filosofia potrebbe essere utile se ci si rendesse conto che essa è solo un mezzo e un tentativo umano di ricerca del sapere, che riflette su quella che dovrebbe essere la Verità alla base della realtà, alla base delle cose. Ma diventa pericolosa laddove di essa si voglia farne più che un mezzo (umano) un fine assoluto e assolutizzante (come se fosse l’unica via più certa per “giungere alla verità”), ovvero quando si pretenda di giungere alla Verità solo per mezzo del ragionamento umano (che, come dicevamo nella nota 1 posta qui nel testo dell’articolo, è frutto di premesse umane; le quali, se viziate (cioè non assolutamente vere), possono portare, di conseguenza, a conclusioni anch’esse viziate, cioè a “verità” che di fatto sono errate.

E, allora, tenendo conto del monito di Salomone, ricordiamo anche la conclusione che lui ci suggerisce dopo averci reso consapevoli della fatica del molto studio (cioè della fatica del tanto studiare senza magari mai, poi, pervenire alla conoscenza della Verità di cui lo studio pare promettere il raggiungimento ma spesso non fa realizzare):

“Ascoltiamo quindi la conclusione di tutto il discorso: “Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto dell’uomo. Poiché Dio farà venire in giudizio ogni opera, anche tutto ciò che è nascosto, sia in bene che in male[2]

P.S. Se ritieni che questo articolo ti sia stato utile e desideri riflettere su altre e varie questioni importanti e formative (sia per la mente che per l’anima e lo spirito) sappi che tanti di questi pensieri e riflessioni educative-formative cristiane le ho raccolte in due libri che Dio mi ha messo in cuore di scrivere, per poter trasmettere a molti l’utilità di una visione e di una formazione educativa cristiana.

Se vuoi incoraggiarmi (ed aiutarmi – visto che in questo periodo sono rimasto senza lavoro -) a diffondere libri del genere, sei cordialmente invitato a contattarmi e ti darò indicazioni sui due libri educativi che per il momento, grazie a Dio, ho potuto finire di scrivere e di fare stampare (questo è il mio riferimento Enzo 340 / 3094547).

Dio ci benedica.

[1] Le verità filosofiche sarebbero le conclusioni a cui si giunge attraverso i vari processi di ragionamento (collegamento delle idee) . Ma le “verità” così ottenute dipendono dalle premesse da cui si parte prima di raggiungere – attraverso i ragionamenti – a determinate conclusioni (cioè a determinate affermazioni sulla realtà). Se le premesse e i presupposti (cioè ciò che si presume valido prima di cominciare il ragionamento, che partendo dalle premesse fa giungere ad altre idee, considerate come ‘conclusioni logiche’ di quelle) però già alla base fossero in qualche maniera viziati (non perfettamente veri), a quale “verità” condurrebbero, nonostante il ragionamento successivo possa seguire tutte le regole formali della logica ?! Se le premesse di partenza non sono vere (in assoluto) anche la conclusione da esse tratta non sarà vera in assoluto.

Del resto la storia della filosofia, che è storia del pensiero umano (cioè storia dei vari pensieri dei vari pensatori che si sono succeduti nel tempo), è caratterizzata dal fatto che in tale storia il pensiero è frutto di una conoscenza progressiva a causa del fatto che le conclusioni a cui sono giunti i pensatori precedenti sono spesso contestate dai pensatori successivi, che hanno trovato di volta in volta delle falle nei sistemi di pensiero dei pensatori precedenti. Pertanto quello che sembrava vero nel sistema di pensiero di un filoso antico è spesso stato rivisto e contraddetto dai sistemi di pensiero di filosofi successivi. E, passando il tempo, questi ultimi sono a loro volta stati smentiti da pensatori ad essi ancora più successivi.

Questo per dire che le “verità” filosofiche raggiunte fino ad un certo punto sono suscettibili di correzioni e rivisitazioni.

[2] Ecclesiaste (o Qoelet) 12: 13, 14

Enzo Maniaci | Notiziecristiane.com

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