PER ME IL VIVERE E’ CRISTO…

Cesare Tavella era un veterinario romagnolo di 50 anni. Lavorava a Dacca, capitale del Bangladesh come cooperante in una Ong olandese, la Icco Cooperation, come manager del progetto Profitable Opportunities for Food Security.

Insegnava ai contadini e agli allevatori locali le tecniche di allevamento, come aveva già fatto in Africa e nello Yemen. La sua vita è stata stroncata da tre colpi di pistola, sparati a distanza ravvicinata da un killer ancora ignoto, mentre faceva jogging in un’area sicura della città, a pochi passi dall’ambasciata dell’Egitto. Un colpo gli ha trapassato la mano sinistra, gli altri due sono risultati fatali. Dopo poco è arrivata la tremenda rivendicazione: l’Isis vanta l’uccisione di un “crociato” sui suoi canali Internet, subito rilevati da Site, il sito di monitoraggio della galassia jihadista.

Che cosa può avere spinto il gruppo jihadista più sanguinario al mondo ad uccidere un veterinario italiano volontario nel Bangladesh? Il ministro dell’Interno del paese asiatico, Asaduzzaman Khan Kamal, è scettico sull’autenticità della rivendicazione. Propende per la pista della criminalità “comune”. Afferma che non ci sono prove che ricolleghino l’omicidio con il gruppo jihadista internazionale. Non è la prima volta, d’altronde, che l’Isis rivendica omicidi e attentati non suoi. Ma come tracciare il confine fra quel che è opera del Califfato e quel che non lo è? Come sempre, dal 2014, non è possibile, perché chiunque si richiami ai principi dello Stato Islamico può compiere attentati in suo nome, come Coulibaly, come i fratelli Kouachi, gli stragisti di Parigi, o come Man Maron Monis, il sequestratore del caffè Lindt di Sidney. La strategia del Califfato è quella di “ispirare” il terrorismo, non di eseguirlo direttamente, ordinando le azioni da un’unica centrale operativa. Quel che è sicuro è che, chiunque abbia ucciso Cesare Tavella, lo ha fatto mirando a lui. L’agguato è stato teso per ucciderlo, non per derubarlo: tutti gli oggetti personali che aveva indosso sono stati ritrovati al loro posto.

Il Bangladesh, dall’altra parte dell’Asia rispetto alla Siria e all’Iraq, un paese in cui l’islam è la religione di Stato e l’89,5% della popolazione è musulmana, ha al suo interno un crescente problema di radicalismo islamico. A gennaio, la polizia aveva smantellato una cellula dell’Isis. L’uomo sospettato di esserne a capo, Sakhawatul Kabir, aveva confessato di essere intento a preparare azioni “contro personalità e luoghi simbolo del Bangladesh”. Il loro scopo dichiarato era: “stabilire anche nel Paese (Bangladesh, ndr) lo Stato Islamico”. Kabir si era addestrato nel Pakistan, militando in Al Qaeda. Era sopravvissuto al massacro della sua precedente cellula terrorista ad opera della polizia pakistana ed aveva lanciato nel suo paese natale il nuovo progetto jihadista sotto le insegne dell’Isis. Nel settembre del 2014, la polizia del Bangladesh aveva arrestato Samiun Rahman a Dacca. Era un bengalese con passaporto britannico, ex tassista a Londra con una fedina penale sporca anche per la giustizia britannica. Ma nel suo paese d’origine era tornato a reclutare militanti locali per lo Stato Islamico, dopo aver viaggiato per lo stesso motivo in Marocco, Mauritania e Siria. Sempre nel settembre del 2014, la polizia aveva smantellato una cellula che faceva propaganda per il Califfato: Hifzur Rahman, un giovane, venne accusato di essere uno dei capi reclutatori dell’Isis a Dacca, di aver diffuso propaganda via Internet e sui social networks e svolto attività promozionali dell’ideologia jihadista. La sua pagina Facebook, “Isis Bangladesh”, funzionava anche come strumento di reclutamento.

La rivendicazione dell’ultimo attentato è specificamente rivolta contro l’Italia. “In un’operazione speciale dei soldati del Califfato in Bangladesh, una pattuglia di sicurezza ha preso di mira lo spregevole crociato Cesare Tavella dopo averlo seguito in una strada di Dacca, dove gli è stato sparato a morte con armi silenziate, sia lode a Dio”. E’ simile, nei termini con cui l’Isis indica gli italiani, alla rivendicazione dell’attentato del museo Bardo di Tunisi. In quell’occasione, quale commento alla foto di un turista italiano assassinato, l’Isis aveva scritto: “Questo crociato è stato schiacciato dai leoni del monoteismo”. La stessa parola, “crociato”, viene usata nell’ormai celebre copertina diDabiq, la rivista ufficiale del Califfato, in cui l’Isis prende di mira direttamente il Vaticano: “La crociata fallita” è il titolo sul fotomontaggio di una Piazza San Pietro dominata dalla bandiera nera dei jihadisti. Anche se dovesse scoprirsi che l’Isis, con il delitto di Dacca, non c’entra nulla, la rivendicazione in sé resta una grave minaccia all’Italia. Una delle tante, ormai.

L’11 luglio scorso venne colpito il nostro consolato al Cairo con un’autobomba. L’Isis aveva rivendicato l’attentato, tornando a minacciare il nostro paese. Il 27 aprile scorso, Site aveva monitorato e pubblicato un’altra dichiarazione di guerra all’Italia: «Siamo nelle vostre strade. Stiamo localizzando gli obiettivi, in attesa dell’ora X». Questo messaggio era scritto a penna su un foglio e fotografato con lo sfondo di luoghi riconoscibili del nostro Paese, tra cui Roma e Milano. Il 16 febbraio scorso il video del martirio dei 21 cristiani copti in Libia si concludeva così: «prima ci avete visti su una collina della Siria. Oggi siamo a Sud di Roma». E ancora: il 10 gennaio, all’indomani della strage di Charlie Hebdo, un videomessaggio dell’Isis conteneva numerose immagini dei luoghi più noti di Roma e della Torre di Pisa (che ora è presidiata dalle nostre forze di sicurezza proprio a seguito di quella minaccia esplicita). Erano immagini che scorrevano su parole di odio, promesse di attacchi sul nostro territorio e l’invocazione della “guerra santa”. Ma ancora prima, l’anno scorso, il 21 settembre 2014, Mohammed al Adnani, portavoce dell’Isis diceva: «Questa è la campagna finale dei crociati ma saranno i soldati dello Stato islamico a condurre l’attacco decisivo. Conquisteremo la vostra Roma, faremo a pezzi le vostre croci, ridurremo in schiavitù le vostre donne».

di Stefano Magni | Lanuovabq.it

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